di Vittorio Alessandro

Dei cinquantamila cittadini del Marocco che hanno, all’improvviso, varcato la frontiera spagnola, già quarantacinquemila sono tornati indietro.
Nessun barcone, nessun viaggio per mare, ma una camminata fino ai frangiflutti all’estremità della recinzione che delimita il confine: a piedi, a nuoto o avanzando nell’acqua bassa. Tra coloro che hanno scelto di nuotare, cinquantatré sono annegati. Morire in mare inseguendo un sogno, là dove ancora «si tocca», è una di quelle assurdità che solo la disperazione riesce a rendere possibili.
Se cinquantamila persone, tutte insieme, lasciano la propria casa con i figli per andare allo sbaraglio, è segno che qualcuno ha giocato una partita sulla loro disperazione, trasformandola nella vittoria di un giorno.
Il tempo necessario perché i governanti nostrani tornassero a gridare alla difesa dei sacri confini. Contro la Spagna, naturalmente, figuriamoci. E perché dall’America, per bocca del suo più alto esponente politico e del suo imprenditore più arrogante, si levasse ancora una volta il grido contro l’invasione degli alieni.
Gli alieni — molti erano bambini, l’ho visto — continuano a essere la carne da cannone del vecchio colonialismo. Quello che lascia ancora un’enclave europea in territorio africano, Ceuta, spagnola da oltre tre secoli e mezzo e tuttora rivendicata dal Marocco.
Ogni tanto i nodi vengono al pettine. Il colonialismo, come la rivoluzione, non è un pranzo di gala. E allora, quando la storia presenta il conto, i custodi dei confini tornano puntualmente a indossare l’elmetto.
