di Pepi Burgio

Jakob von Gunten, l’antieroe dell’omonimo romanzo di Robert Walser, ha un fratello maggiore d’adozione, Simon Tanner, concepito dallo scrittore svizzero come protagonista del suo primo romanzo, I fratelli Tanner, composto nel 1907, due anni prima dello Jakob.

         Simon e Jakob, affratellati da una pronunciata similitudine caratteriale, rispondono alla medesima istanza poetica del suo autore, o meglio ad una delle sue ardimentose possibili decifrazioni; che resta tuttavia, come è frequente nelle opere più importanti, aggrappata ad una entità enigmatica.

         Simon Tanner è in un certo senso il modello originario da cui si dispiega il nucleo centrale dell’ideologia di Walser; egli ama obbedire, privilegia le occupazioni dove è più vistoso il servizio, elogia la subalternità e pronuncia più volte, come travolto da un vortice di corrente masochistica, l’encomio della mortificazione: “Stamani ho già raccolto un caro rimprovero. Come è piacevole essere oggetto del rimprovero, è in un certo modo una condizione superiore, più matura. Io sono quasi nato per subire rimproveri; li sento con gratitudine”. Simon Tanner, anticipando la figura di Jakob von Gunten, si avvarrà dell’assunzione di alcuni ossimori, ma certo non concepita da Walser in funzione di una più densa intensità lirica della narrazione, quanto piuttosto per accentuare la frantumazione del senso, di ogni presunta coerenza che tenga ad attestarne una qualche valenza cognitiva.

         A questo taglio interpretativo, esposto da Roberto Calasso nella postfazione allo Jakob von Gunten, ma che può contare anche retrospettivamente per I fratelli Tanner, se ne può accostare un altro: quello di marca freudiana ortodossa, che riversa, come dice Simon Tanner, “nell’obbedire con entusiasmo”, nella interiorizzazione, dell’ethos della subalternità fino all’umiliazione, l’inconsapevole espiazione della colpa, il bisogno di punizione, il rimorso determinato dalla situazione edipica. “A me piace dipendere da qualcuno […] Bisogna assumere un atteggiamento particolare – dice Simon Tanner – per questa condizione che è la più dolce delle servitù”.

         Ha scritto nel 1929 Sigmund Freud ne Il disagio della civiltà: “Non è questione realmente decisiva se abbiamo ucciso il padre o se ci siamo astenuti dal farlo, in entrambi i casi dobbiamo sentirci colpevoli perché il senso di colpa è l’espressione del conflitto d’ambivalenza dell’eterna lotta tra l’Eros e la pulsione distruttiva o di morte”.

Non c’è spazio allora per chi voglia eventualmente far notare, con ingenua sfrontatezza, l’impossibilità di ispirare opere, il romanzo nel caso specifico, all’ombra di teorie che sorgeranno soltanto dopo. I grandi poeti, i grandi letterati, così come gli artisti più sensibili, consegnano spesso inconsapevolmente il loro linguaggio specifico ad un destino di svelamento, di veggenza. Sia precorrendo lo spirito del tempo a venire, sia soprattutto volgendo lo sguardo all’indietro, verso un lontano passato archetipico per narrare a loro modo le mille sfumature dell’esistere.

         A parziale sostegno di un timido, possibile approccio psicodinamico alla poetica di Walser, ma consapevole che la sua scrittura è il riflesso di una personalità misteriosa – “nessuno è autorizzato a comportarsi verso di me come se mi conoscesse” – credo possa rivestire una qualche utilità il richiamo al frequente ricorso con cui Simon Tanner, attraverso l’adozione di una retorica funambolica, articola i suoi paradossali ragionamenti. Ne è esempio eloquente l’apologia della sventura, che “ha una voce irata e distruttrice, ma una anche dolce e amabile. Risveglia nuova vita, quando ha distrutto quella vecchia che non le piaceva. Stimola a una visione migliore.  Ogni bellezza, se ancora speriamo di vivere qualcosa di bello, la dobbiamo a lei. Ci fa stancare delle cose belle e con le sue dita protese ce ne mostra delle nuove! Un amore infelice non è forse il più ricco di sentimento e perciò il più tenero, più delicato e più bello? E l’essere abbandonati non ha forse ancora un suono morbido, carezzevole e benefico?”.

         Infine, per concludere, a proposito del carattere conflittuale, ambivalente della personalità umana, una citazione di Freud, che più di vent’anni dopo i sofismi di Simon Tanner, ne Il disagio della civiltà scriveva: “Siamo così fatti da poter godere intensamente soltanto dei contrasti, mentre godiamo pochissimo di uno stato di cose in quanto tale (Goethe giunge ad ammonire che niente è più difficile da sopportare di una serie di belle giornate). Le Nostre possibilità di essere felici sono dunque già limitate dalla nostra costituzione”. Chiaro?

Di Bac Bac