di Giacomo La Russa

Quei bastardi se n’erano andati la sera prima. «Panzer, panzer», ci dicevano i contadini indicando il fondo della strada. «Granatié, granatié». «Okay», facevo io, «okay, I understand». Le tavole su cui stavano i corpi erano state unite in fretta e furia. Il prete aveva detto poche parole. Io avevo capito quasi tutto. A casa mia, a Brooklyn, si parlava il siciliano. Qualche donna piangeva. Due erano appena dei ragazzi. Avevano facce come se non ci credessero, di chi si dovesse risvegliare da un momento all’altro. Se li portarono via che era tarda mattinata. Io sapevo che, da qualche parte, fuori dal paese, doveva esserci il cimitero. Pensai che la guerra è davvero una cosa sporca, che quella gente stava solo facendo un po’ di festa. Noi prendemmo possesso del municipio. Il giorno prima, i panzer della quindicesima divisione avevano cercato di bloccarci. Ma s’erano dovuti presto rendere conto che non ce l’avrebbero fatta, che i nostri reparti corazzati li avrebbero spazzati via. Andandosene, davanti al ricovero antiaereo, avevano incontrato dei paesani che esultavano. Stava finendo quel casino, dopo tutto. Ma i tedeschi, quei bastardi, non l’avevano presa bene. Non so se qualcuno avesse dato l’ordine. In ogni caso, alcuni avevano spianato i Mauser. C’era stato il fuggi fuggi. Alla fine, per terra, erano rimasti in sei. Stavano ancora in mezzo alla polvere quando eravamo arrivati noi.
Come ho detto, dopo un po’, ce ne andammo in municipio. Io ero addetto al tenente colonnello, uno di più di cinquant’anni con gli occhi stretti e le labbra piccole. È vero che questo genere di caratteristiche non mi hanno mai convinto. Le labbra piccole sono segno di cattiveria, mi ripetevo. In ogni caso, col tenente colonnello io non ci avevo mai avuto problemi. Lui veniva da Boston. La laurea, se l’era presa ad Harvard. Un certo tipo di famiglia, insomma, di impostazione. Uno che ci aveva radici nell’America. Io invece ero solo Joseph Salvatore, il figlio di un emigrato. Nessun nome scozzese o irlandese stampato sul documento. Comunque, l’ho detto, il tenente colonnello s’era sempre comportato bene con me. Del resto, io dovevo solo fare il mio lavoro. Mi avevano messo al G-2, il codice per i servizi di informazione. A quelli come me toccava di interrogare i prigionieri italiani e di tradurre i documenti che prendevamo al nemico. Cominciammo a lavorare. C’erano un sacco di cose da fare. Dovevamo riprendere gli affari civili, affidarli a qualcuno di fiducia. Volevamo anche capire chi avesse avuto a che fare col fascismo e chi se ne fosse tenuto lontano. Ci fu indicato un avvocato che, prima di Mussolini, era stato deputato e che poi s’era dato alla professione. Il tenente colonnello stava al centro della stanza, carico di quelle medaglie ricevute per la Grande Guerra. «Che credi?», mi diceva ogni tanto. «Questa è una passeggiata. Avresti dovuto vedere nelle Argonne. Sono vivo per miracolo io».
Comunque, c’eravamo messi a lavorare da un po’ e a quei bastardi io non ci pensavo più. Alla fine, i morti li avevo visti appena. Non avevano niente a che fare con la guerra, è vero, ma può capitare, mi dicevo, le armi sono fatte per essere usate. Saranno state le sei della sera. C’era ancora luce. Arrivò un uomo. I soldati non volevano farlo entrare ma quello si mise a gridare, a dire che doveva parlare col comandante. Alla fine, riuscì a passare. Urlava: «M’arrobbanu tutti cosi, m’arrobbanu tutti cosi». Io tradussi. Si trattava del proprietario di una fabbrica di sapone. Diceva che decine di persone stavano portando via ogni cosa, avevano in mano barattoli, latte, pentolini. Le nostre bombe del giorno prima avevano aperto dei passaggi nel muro e quella gente ci si era infilata. C’erano donne, bambini, anziani. L’uomo chiedeva di riportare l’ordine. Il sapone, diceva, è un bene prezioso, di bestie se ne trovano sempre meno, l’esercito italiano ha requisito quasi tutte le mandrie e di grasso animale ce n’è pochissimo. Quando ebbi finito di tradurre, il tenente colonnello si mise a osservare l’uomo. Era sudato, con la coppola in mano, stempiato. Pareva implorarci. Il tenente colonnello ordinò a un sottotenente di prendere una squadra di polizia e di andare a vedere. Aggiunse: «No mercy!». Il sottotenente disse: «Yes, sir», fece il saluto militare e uscì insieme all’uomo. Noi riprendemmo a lavorare.
Non so esattamente quanto tempo passò. Una ventina di minuti, credo. A un tratto il tenente colonnello mi guardò. Era chiaro che stesse pensando a qualcosa. Tornò a fissare le carte ma quel pensiero non doveva averlo abbandonato. Dopo un po’, s’alzò. Disse: «Let’s go!» e si mosse. Io e qualche altro del G-2 gli andammo dietro. Uscimmo. La temperatura s’era abbassata. Un soldato sapeva la strada. Arrivammo nel giro di qualche minuto. Era una vecchia costruzione accanto a una chiesa. Il portone era spalancato, due soldati all’ingresso. Entrammo. Da una parte c’era un gruppo di persone sorvegliate, silenziose. Insieme al proprietario, il sottotenente stava cercando di farne l’elenco. Quando ci vide, ci venne incontro. Per terra c’era del sapone. Alcune latte erano state rovesciate. Il sottotenente si voltò e, indicandoli, disse che erano quelli che era riuscito a bloccare e che molti erano fuggiti. Ci mostrò i buchi attraverso i quali le persone erano entrate. Il deposito era stato quasi del tutto svuotato. Tornammo vicino agli arrestati. Erano una trentina. Li fissai. Molte erano donne, ragazzi. Poveracci, mi dissi, magari pensavano di guadagnarci qualcosa. Avevano addosso vestiti che parevano stracci. Pensai che potessero essere miei parenti, che anche noi saremmo potuti essere tra loro se non ce ne fossimo andati. «What are you doing?», chiese il tenente colonnello al sottotenente. «Identification», rispose quest’ultimo. Era piuttosto giovane, con gli occhi luccicanti, senza un filo di barba. «What?», ripeté il tenente colonnello. «Identification, sir», disse ancora il sottotenente. «Why? These are looters. Looters, do you know?».
Il sottotenente rimase in silenzio. Sono convinto che non capisse. Disse di sì, che erano dei saccheggiatori, che li aveva arrestati e che sarebbero stati processati. Il tenente colonnello scosse il capo. «A trial? A waste of time?». Il sottotenente continuò a guardare l’ufficiale. «Shoot!», gridò di colpo il tenente colonnello. Rimanemmo di ghiaccio. Si trattava di civili che non stavano nemmeno fuggendo. L’esercito americano li aveva presi in custodia. «Shoot! Shoot!», tornò a gridare il tenente colonnello. Il sottotenente lo guardava immobile. Abbassò il capo. Il tenente colonello si rivolse alla squadra di polizia militare e ripeté l’ordine. Sono sicuro che quei poveracci non dovessero capire, che avvertissero solo la tensione. Anche i soldati abbassarono il capo. Il tenente colonnello fece qualche passo. Si avvicinò a noi. Era a un metro da me. Lo guardai appena. I suoi occhi sembravano ancora più piccoli. Ordinò a noi del G-2 di sparare. «Shoot! Shoot!», gridò ancora. Ma nessuno di noi si mosse. Abbassammo anche noi lo sguardo.
Vidi l’ombra del tenente colonnello avvicinarsi ai civili. Sollevai lo sguardo. Il tenente colonnello tirò fuori dalla fondina la sua Colt 45. La puntò. Ebbi l’impressione di una trentina di animali terrorizzati. Partirono i primi colpi. Quella gente cominciò a muoversi impazzita. Si mise a urlare. Il tenente colonnello continuò a sparare. Ci sono sette proiettili in una Colt 45. Il tenente colonnello li finì tutti. Ogni proiettile era in grado di bucare quattro o cinque corpi ammassati. Vidi diverse persone crollare per terra. Il tenente colonnello riempì di nuovo il caricatore e tornò a sparare. Pareva divertirsi come se si trovasse a un tiro a segno. Nessuno di noi osò fare niente. Un ragazzino non distante da me si teneva lo stomaco e gridava: «Haiu una badda nu stomacu! Haiu una badda nu stomacu!». Poi lo vidi saltellare e finire giù rantolante. Forse qualcuno riuscì a fuggire. In ogni caso, il tenente colonnello ricaricò per la terza volta e sparò altri sette colpi. A quel punto si fermò. Una ventina di civili stava per terra. Se ne sentivano i lamenti. Il sangue era dappertutto. Credo che nessun proiettile andò a vuoto. Il tenente colonnello, del resto, si vantava di essere un tiratore scelto e di avere, da giovane, provato per la squadra americana di tiro. L’uomo si rimise la Colt 45 nella fondina e ci ordinò di andare via. Io e quelli del G-2 lo seguimmo.
Rifacendo la strada verso il municipio, lo sentii più volte dire ad alta voce come se parlasse con se stesso: «God forgive me but they were looters, they were looters». Quando arrivammo, il tenente colonnello si accese una sigaretta e riprese a lavorare. Il clima era piuttosto freddo, nessuno di noi gli si rivolgeva ma eravamo comunque tenuti a rispondere alle sue domande. So che lo stesso giorno venne fatta una relazione in cui si diceva che dei ladri di sapone erano stati uccisi mentre cercavano di fuggire. Nient’altro. La sera fui anche informato del fatto che alcuni carrettini erano stati chiamati per trasportare i corpi e che quelli che respiravano ancora erano stati trasferiti in un ospedale lì vicino. Non so quanti furono i morti. Non indagai, non chiesi. Volevo soltanto allontanarmi. Per questo incontrai un mio amico del G-2 e gli domandai di essere trasferito. Ma, in verità, non fu necessario. Appena l’indomani, ci fu ordinato di marciare verso Palermo e io perdetti definitivamente di vista il tenente colonnello.
Qualche anno dopo, la guerra era finita, io mi ero sposato e vivevo a New York. Un giorno, per ragioni personali, dovetti recarmi a Manhattan nel palazzo di un grande magazzino. Mentre, sul tabellone di ingresso, cercavo ciò che mi serviva, fui attratto da un nome. Mi concentrai, osservai meglio. Non c’erano dubbi. Era quello del tenente colonnello. Era diventato un pezzo grosso della società commerciale. Rimasi per un po’ sotto il tabellone, ricordai che quell’uomo mi aveva raccontato che, già prima della guerra, era stato a lungo direttore dell’Associazione Industria e Commercio di New York. Scossi la testa e mi allontanai. Ancora qualche anno dopo, mentre stavo leggendo il New York Times, i miei occhi finirono sui necrologi. Mi accorsi che uno di essi riguardava proprio il tenente colonnello. Se ne faceva l’elogio, si esaltavano le sue virtù, il grande servizio che aveva reso alla patria. Si diceva che, dopo la Seconda Guerra Mondiale, era stato a Vienna come consigliere del generale Clark, che aveva partecipato all’occupazione in Giappone e che, durante la guerra di Corea, aveva gestito la sezione finanziaria delle Nazioni Unite. Il necrologio concludeva ricordando l’incolmabile vuoto che la sua dipartita aveva lasciato nella moglie e nei tre figli.
