di Daniele Rizzo

C’è una perversa e quasi rassicurante coerenza nel modo in cui la Città dei Templi gestisce le proprie istituzioni culturali. Una coerenza che rispetta alla lettera il più classico dei teoremi gattopardeschi, in cui l’impeto del rinnovamento si risolve, regolarmente, in una formidabile conservazione dello status quo. Il Teatro Pirandello, massimo altare civico e istituzionale della città, offre in questo senso un caso di studio perfetto, uno specchio fedele di un intero ecosistema intellettuale e sociale che non smette di mostrarsi fatalmente incline alla sudditanza.

Dopo anni di frequentazione “oltrestretto”, non ci si aspettava di trovare un solco tanto profondo nelle abitudini e nelle strategie culturali della città(danza). Eppure, la cronaca degli ultimi anni parla da sé, offrendo una mappa fin troppo dettagliata di questa stagnazione, fin dalla stagione 2024/25, firmata da Francesco Bellomo, in questo senso inequivocabile. Una sfilata di titoli che, analizzati uno a uno, rivelano il trionfo di una tradizione intesa nella sua accezione più polverosa, quella di un teatro pesantemente standardizzato, felicemente ignaro dei linguaggi della scena contemporanea e blindato nella cassaforte degli abbonati storici, il cui palcoscenico è stato progressivamente degradato a dispensatore di un intrattenimento omologante e di pura evasione. Titoli di per sé gravidi di potenziale critico si sono regolarmente risolti in anestetici sociali serviti a una platea a cui si chiedeva solo di digerire placidamente la serata. Si pensi alle derive pop e commerciali di operazioni come Stanno sparando sulla nostra canzone, un pastiche leggero (mal)concepito per il puro disimpegno. O la banalizzazione borghese impressa a Mine Vaganti, l’approccio puramente calligrafico a grandi testi come Come tu mi vuoi e L’onorevole di Sciascia, quest’ultimo rassicurante messinscena d’epoca anziché graffiante epitaffio del potere. Potenzialmente valenti, ma deludenti persino l’esplorazione della drammaturgia estera contemporanea con The Children o il tentativo di misurarsi con la memoria storica locale tramite Il caso Tandoy, entrambi impantanati nell’incapacità strutturale di incidere sulla crescita civile del territorio. 

In questo deserto di mediocrità sistemica, le poche potenzialità felicemente espresse sono rimaste cattedrali isolate, spesso di maniera. Come la toccante interpretazione di Silvio Orlando in La vita davanti a sé o l’essenzialità interpretativa de La roba, spettacoli che hanno alluso cosa potrebbe essere il teatro se solo fosse guidato da una sinergia tra sincera urgenza intellettuale e autentica padronanza tecnica. Ma si è trattato, appunto, di eccezioni, finanche pallide, che confermano la regola, spesso relegate ad “altrove” geografici e concettuali, come l’eccezionale messinscena di Ifigenia in Aulide fiorita nella cornice millenaria della Valle dei Templi.

Poi, l’apparente svolta con le rocambolesche dimissioni di Bellomo che aprono le porte a Roberta Torre. L’arrivo della nuova direttrice artistica viene salutato da una fetta della borghesia intellettuale con l’entusiasmo solenne riservato ai liberatori giacobini. La prima stagione, quella appena passata e del passaggio di testimone, viene immediatamente blindata da un cordone sanitario di scuse preventive, sintetizzabili nel “non ha potuto far nulla, la programmazione era già decisa” o nelle lodi a interviste in cui si leggono ottime intenzioni. Sotto lo scudo di questa indulgenza plenaria, si sono però scoperte operazioni in perfetta continuità estetica con il passato come la sconclusionata Prima Facie o la maldestra riscrittura folk di Rosa cunta e canta, operazioni passate in cavallerie e accolte dal sorriso complice da chi, fino al giorno prima, brandiva la scimitarra del rigore critico contro la vecchia gestione.

Il vero disvelamento, però, si compie oggi, con la presentazione della nuova stagione, la prima interamente pensabile, plasmabile e firmabile dalla nuova direzione. La maschera finalmente cade. O forse no, d’altronde, al Teatro Pirandello, ne rimangono pur sempre centomila. Scorrendo i nomi in cartellone e le proposte complessive spiccano operazioni tradizionali e rassicuranti, mentre l’assenza di ipotesi di ricerca, di novità e di aperture reali alle risorse intellettuali del territorio si fa asfissiante. Si assiste, nei fatti, all’applicazione pratica di quel fenomeno già sviscerato nella riflessione teorica su Classico e contemporaneo: la pedagogia della banalità e l’equivoco dell’immediatezza, dove il teatro che scambia la semplificazione per accessibilità, rinuncia a priori alla propria funzione pubblica. Ed ecco tornare a scoprirsi sul solco già segnato, esattamente lo stesso, del teatro di evasione, concepito per non disturbare il manovratore e compiacere il botteghino, ancora lì, intatto e trionfante. Ed è qui, nell’osservazione delle reazioni a questa continuità, che l’ironia rischierebbe di farsi amara. Nella sociologicamente affascinante attesa del giudizio degli implacabili censori dell’era Bellomo, val la pena mostrarsi ottimisti nei loro confronti, speranzosi che non si trasformeranno in docili chierichetti del nuovo corso, magari solo perché lusingati, a vario titolo, da una pacca sulla spalla, da un invito in prima fila o da una generica promessa di futura collaborazione. Confidiamo che sapranno rimanere sui propri passi, mantenendo intatta la lucidità necessaria a denunciare che l’imperatore è nudo anche quando indossa abiti firmati da una direzione più à la page. Fosse altrimenti, la verità sarebbe avvilente. Significherebbe che la natura del problema dell’intellighenzia locale con Bellomo non era affatto di ordine estetico, sociale, culturale o economico, non la mediocrità di stagioni insignificanti, né l’incapacità del Teatro di incidere sulla carne viva della città, ma più semplicemente il fatto di esserne stati esclusi. La severità critica di ieri, insomma, sarebbe l’ennesima manifestazione del nietzschiano risentimento morale degli schiavi nelle vesti di fame di posizionamento, perché una comunità che rinuncia alla complessità si condanna all’irrilevanza, preferendo il rito rassicurante dell’applauso all’esercizio del dubbio.

Al netto di questo quadro clinico, comunque vada con l’intellighenzia, il Teatro Pirandello, ai nostri occhi, ha ormi cessato di essere il colpevole ed è diventato il sintomo. Il problema non risiede solo nelle sue istituzioni, ma in un intero ambiente cittadino che, pur possedendo le chiavi intellettuali per pretendere di più, sceglie consapevolmente l’accondiscendenza. Mentre il territorio esprime a intermittenza progetti laterali di grande dignità e potenziale, il cuore culturale cittadino resta sordo ai manifesti del possibile per Fare la cultura. Agrigento, insomma, che pure potrebbe essere un normale, magari vibrante laboratorio culturale contemporaneo, persiste invece nel genuflettersi di fronte a ogni cambio di guardia, accontentandosi delle briciole e mortificando le proprie migliori risorse pur di strappare un posto in prima fila. A teatro, come sempre, per applaudire se stessi.

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ph. T. Siracusa

Di Bac Bac