di Giacomo La Russa

Ieri sera, al Centro Pasolini, guidato con infaticabile dedizione da Maurizio Masone, è
stato proiettato Italiani a Essaouira, un documentario di Tano Siracusa, intellettuale, fo-
tografo, viaggiatore. Sulla scorta di immagini rapide e intense, il filmato prova a fare la
storia dell’emigrazione europea in una città che, protetta dai bastioni portoghesi, con la
sua medina e il suo porto, si apre sulla costa atlantica. Una città marocchina fino a qualche
decennio fa isolata, arcaica, meta di occidentali stanchi della civiltà consumistica e alla
ricerca di una vita lenta, autentica. Oggi, inglobata nella modernizzazione turistica, anche
Essaouira ha, da un lato, perduto la sua identità e, dall’altro, è diventata approdo di un
nuovo tipo di emigrazione: pur sempre di nicchia, si tratta di europei mossi essenzial-
mente da ragioni economiche (il minore costo della vita), privi di reale interesse per la
storia e la cultura del luogo. Al termine del video, ha preso la parola una giovane donna,
Safa Bessali, chiamata Chiara (nome che, pur richiamando l’etimologia della parola araba
Safa, purezza, chiarezza, denota già quella pigrizia, quella tendenza alla semplificazione
di chi storpia e trasforma tutto ciò che incontra a proprio uso e consumo). Figlia di emi-
grati, nata e cresciuta in Sicilia, con eleganza e pacatezza, Safa Bessali ha spiegato il suo
punto di vista, evidenziando la ragione per la quale in mezzo al pubblico (costituito per
lo più da mohicani della sinistra agrigentina) non vi fosse un solo arabo. Non è soltanto
un problema di comunicazione -ha in sostanza detto Safa Bessali- è qualcosa di più pro-
fondo. Pur non negando l’accoglienza della Sicilia, la giovane donna ha posto l’accento
sull’esistenza delle forti barriere che separano ancora italiani e stranieri. Ne è nato un
dibattito. Alcuni dei presenti, punti sul vivo, inclini a risolvere le vicende collettive attra-
verso la lente dell’esperienza personale, hanno quasi polemizzato richiamando i vieti con-
cetti di un certo arsenale dialettico (le dominazioni, la Sicilia come crogiolo di culture,
gli storici rapporti col mondo arabo, l’esperienza migratoria dello stesso popolo siciliano,
ecc…).
In ogni caso, ciò che è sembrato evidente è una certa incapacità (o disabitudine?) a inqua-
drare i rapporti tra gli autoctoni e gli emigrati, tra gli italiani e gli stranieri (essenzialmente
africani), nell’ambito delle generali strutture economiche e sociali. In altri termini, la dia-
lettica tra chi è radicato in un territorio (casa, storia, famiglia, qualificazione, conto in
banca, ecc…) e chi vi si trasferisce alla ricerca di un lavoro (spesso precario e sottopagato)
occupando immobili per lo più fatiscenti e abbandonati, ha poco a che vedere con gli atti
volontaristici della buona fede o dell’afflato umanistico. Essa rientra inevitabilmente
nelle relazioni di potere. Il rapporto tra il proprietario di un’azienda agricola e i giovani
nigeriani che, per qualche settimana, raccolgono le olive nei suoi campi o tra il proprie-
tario di un b&b e la giovane senegalese che, per otto ore al giorno, sistema le stanze, fa
le pulizie e accoglie sorridente i clienti o ancora tra il proprietario di un ristorante e il
lavapiatti tunisino costretto per tutta la giornata a tirare fuori le stoviglie da una macchina
incandescente è e rimane un rapporto squilibrato, le cui fratture storiche, umane, econo-
miche e sociali nessuna applicazione di norme potrà mai sanare. Ciò che spiega la ragione
per la quale i lavori più duri e meno pagati sono principalmente svolti da immigrati o per
la quale la popolazione carceraria è fatta in larga parte da immigrati o per la quale ancora,
tra i giovani che trascorrono le serate nei locali della movida agrigentina, non si ritrovano
immigrati (o, se non in misura del tutto marginale, figli di immigrati). Il muro (invisibile
ma ancora così impenetrabile) tra la comunità agrigentina e gli stranieri sta essenzial-
mente nei rapporti di dominio di una terra (scalcagnata e a sua volta colonizzata -ciò che
è alla base dello stesso desiderio di fuga dei nostri africani verso la Francia o l’Europa
più ricca- ma pur sempre legata all’Occidente capitalistico) nei confronti di un’altra
(l’Africa assoggettata, depauperata). Probabilmente le cose potranno cambiare. Le se-
conde e le terze generazioni, sulla base di enormi sacrifici e dopo immani amarezze, at-
traverso l’unica strada che si intravede all’orizzonte (lo studio e il merito), potranno, in-
fine, integrarsi (parola che, pur potendo non piacere, riflette i rapporti di forza) e acquisire
così posizioni economiche e sociali che attenuino la differenza di condizione. Nell’attesa
a noi non rimane che pungolare la sinistra invitandola ad abbandonare la cultura liberal,
a ritrovare un pensiero critico e, soprattutto, a riportare l’analisi dei rapporti all’interno
delle strutture esistenti. Il cambio di linguaggio ne sarebbe solo una conseguenza.

Di Bac Bac