di Davide Natale

Che i confini del ‘noi’ e del ‘loro’ siano labili e permeabili lo ritengo indiscutibile. Non esistono, infatti, quali categorie definite e durature, sebbene gli illusi e gli integralisti d’ogni sorta ne facciano un uso smodato e sempre del tutto inutile, o momentanee perdite di ragione ci convincano, a volte, del possibile contrario. 

Semplicisticamente, però, accade di sentirci noi agrigentini distanti da loro, i palermitani, e poi noi siciliani – quindi anche gli ex loro, i palermitani – contro loro i piemontesi, e poi ancora noi italiani contro loro i tedeschi o chissà chi. Declinazioni geografiche in questo caso, di un noi che si allarga ad inglobare un loro per ritornare a restringersi in un noi cessatane la ragione, in un andirivieni di infiniti saliscendi, strapiombi e deserti infiniti a confondere i confini che ci determinano. Cangiante, confuso, spaurito l’io, osservato speciale, mentre si perde a rimbalzare come una pallina da flipper su bordi di infiniti confini dell’appartenenza del momento, e non sempre voluta. 

Accade così che un turista tedesco, sui sessanta, insieme ad altri viandanti d’oltralpe, compagni di un viaggio in motocicletta quale metafora di un loro passato che fu, giunge ad Agrigento in una sera di maggio. Parcheggia la sua moto a due passi da casa mia, in pieno centro storico, accanto una ringhiera che delimita una delle tante scale che precipitano verso la via Atenea, proprio dove un tempo vi era collocato il cassonetto dell’immondizia indifferenziata. Di fronte il B&B che lo attende per far riposare corpo e mente prima di ripartire verso Siracusa, così mi racconta in un ottimo inglese, mentre mi domanda se sia possibile parcheggiare proprio lì, ignaro del passato di quei pochi metri quadrati di asfalto ruvido, la propria moto. Rispondo con il mio di inglese incespicante ed elementare, certamente non compiuto – lo capisco da alcune smorfie sul suo viso che lasciano trapelare non poche difficoltà di comprensione – vecchia ciabatta quale sono, che la moto è ottimamente parcheggiata.  

Povero me, avessi fatto come sempre, avessi finto di non saper nulla per l’imbarazzo che mi provoca il rispondere ad un turista mentre intorno guardo la città!. 

Un saluto sorridente, una stretta di mano vigorosa, ci separa, ognuno verso la propria meta.

‘Tenchiù gudnait’. Anche io verso il mio riposo, verso quel noi, uno dei miei tanti noi, che è determinato da casa mia, da Giorgia, Matilde e la sua musica ad alto volume che lei spera sempre mi piacerà un giorno o l’altro, ma che io, testardamente e vanamente, provo a barattare con la mia. È uno scambio continuo.

Papà ascolta questa, ti piace? Ed io, Matilde ascolta questa, dimmi che ne pensi! ‘Vattelapesca’ contro ‘Whole Lotta Love’, credendo di vincere facile, povero me! 

Poi la notte e poi il mattino dopo, come ogni mattino dopo, sveglia presto, si parte per scuola. All’alba, in maggio, Agrigento non mi dispiace moltissimo; saranno le ombre lunghe che ne modificano la forma, ammorbidiscono gli spigoli inesatti. Pochi passi in controluce verso l’auto parcheggiata dietro l’angolo, con il sole da oriente che ne nasconde il colore e ne ammorbidisce la forma. Pochi passi tra casa, l’auto e la motocicletta del viandante della sera prima. 

Mi fermo incredulo, sconfitto.

Può, mi sono chiesto, una fotografia, una sola fotografia scattata da me raccontare quanto vedevo? Può includere tutto ciò che voglio e rubare all’oggi quanto i miei occhi vedevano? L’ho scattata nella certezza che non sarebbe stato così, che non avrebbe raccontato tutto quel che avrei voluto raccontare, tutto ciò che avvertivo come immanente di quel risveglio. 

Una motocicletta circondata da immondizia, l’immondizia degli agrigentini miei vicini, la loro immondizia, che trasbordava dall’assente cassonetto non più presente da anni se non nella mente di chi, con ordinaria prepotenza, non tollera che loro, gli altri, chiunque essi siano, turisti o bibbirrioti, giovani o vecchi, ragazze velate o venditori ambulanti, io e noi, si possa occupare spazi destinati alla loro quotidiana battaglia contro la più ovvia delle basiche civiltà. Loro, gli sconosciuti non lo consentono, non lo avvertono nemmeno come elementare. Né per loro, né per noi, né per nessun altro che non sia parte di un piccolissimo insieme più biologico che primitivo. 

Noi e loro qui si delineano chiaramente, non si confondono mai, non possono confondersi, pensavo. Non mi attraggono, non li attraggo, li rifuggo e mi rifuggono. 

Ma poi accade che giornalmente mi costringono con prepotenza dilagante ed inarrestabile a scansarmi sempre più, a racchiudermi come il freddo mi costringe per farmi piccolo e minuto a scaldarmi un po’. Perché io lo so che siamo noi e loro, ma per il turista tedesco, il motociclista della sera prima, qui ad Agrigento siamo, nonostante io no lo sia, noi non lo siamo, come tutti loro, un unico uno, un nessuno loro indistinto, un centomila agrigentini inospitali e primitivi. 

Noi e loro, maledizione. Ma cosa sei venuto a fare moticiclista, una sera di maggio, ad Agrigento, e per di più vicino casa mia. Non fossi venuto, non t’avessi incontrato, non mi sarei sentito, non sarei stato ai tuoi occhi, come loro. Ancora mannaggia!

Di Bac Bac