di Tano Siracusa
“Sembra una fotografia” è stato il commento ad una fotografia in bianco e nero vista sul cellulare e scambiata per un disegno, una costruzione grafica.
Non “sembra un quadro”, come si dice a volte per evidenziare di una fotografia l’equilibrio compositivo, la luce, il chiaroscuro, il complessivo carattere di finzione del disegno, la sua ‘irrealtà’, il suo essere opera dell’immaginazione e della mano di un artista.
Questo mancato riconoscimento di una fotografia è per moltii aspetti illuminante.
Fin dai loro inizi, a metà dell’ ’800, i fotografi hanno utilizzato i tradizionali canoni estetici delle arti visive. Nella ritrattistica e nei paesaggi, gli unici soggetti accessibili alla tecnologia allora esistente, i fotografi riproponevano le inquadrature, gli schemi compositivi della tradizione pittorica europea. Non hanno mai smesso di farlo: i cosiddetti ‘tagli fotografici’ di Degas non dovevano nulla alla fotografia del loro tempo.
Uno dei Le Pont d’Europe di Gustave Caillebotte, forse il meno citato, potrebbe sembrare dipinto a partire da una fotografia, ma non poteva esserlo negli anni ’70 dell’800 per i tempi di esposizione troppo lunghi e il movimento ravvicinato dei personaggi, uno dei quali sta uscendo dall’inquadratura.

Questi tagli sarebbero stati ricercati e realizzati dai fotografi, scesi per strada con le Leica, solo a partire dagli negli anni ’30 del ‘900.
Il gioco di rimandi fra fotografie che sembrano quadri e quadri che sembrano fotografie sembra eludere la realtà.
Per quanto mimetiche, speculari, la loro realtà rimane quella di immagini: sono tele, carte, superfici materiali che possono occultare a volte la differenza essenziale fra il mondo immaginario dell’artista e il ‘vistocongliocchi’, o meglio con un solo occhio e attraverso un mirino, dal fotografo. Fra la realtà messa in posa dall’artista e la posa involontaria, spontanea della realtà, colta e ’ritagliata’ nel mirino dal fotografo di strada.
Probabilmente il corto circuito, lo scambio fra fotografia e costruzione artistica è favorito dal vedere ormai le immagini prevalentemente sugli schermi.
La fotografia che sembra una fotografia sullo schermo di uno smartphone sarebbe riconosciuta come stampa fotografica se vista nella realtà, in un museo, appesa alla parete di una galleria. Anche se alle mostre e nei musei vanno in pochi, e spesso impegnati con i cellulari a trasformare con uno scatto un dipinto di Caillebotte nella fotografia in bianco e nero di un suo dipinto che può sembrare una fotografia. Si potrebbe chiedere all’intelligenza artificiale di vestire i tre personaggi del dipinto di Caillebotte con abiti contemporanei e l’immagine vista velocemente su un cellulare potrebbe sembrare una fotografia.

Con la diffusione dell’intelligenza artificiale la fotografia rischia di perdere la sua funzione di ‘prova’, di documento, di copia di una reale esperienza visiva.
Le manipolazioni in camera oscura ci sono sempre state e sono diventate più facili e ‘creative’ con la tecnologia digitale. Con l’ intelligenza artificiale tuttavia si determina una cesura e un nuovo rapporto con le immagini fotografiche, che non rimandano più con certezza a una esperienza vissuta, al tempo di una visione nel mirino.
Non è una perdita di realtà, ma la sua tendenziale sostituzione con un mondo di immagini. Un mondo di doppi, di specchi, di simulazioni e sostituzioni, in cui le fotografie rivelano la loro natura di copie, ma di una realtà che a volte può sembrare prima immaginata e poi messa in posa con le finalità più diverse, senza tuttavia esserlo.
Dipinti che in bianco e nero possono sembrare fotografie e fotografie in bianco e nero che possono sembrare disegni. Dipinti iperrealisti che non sembrano dipinti e possono esere scambiati per fotografie.
La realtà delle immagini, delle copie, immaginate o viste, tende a sovrapporsi all’esperienza vissuta, a sfumarne i confini, a invaderla e permearla, certa della sua potenza. Forse per questo nei teatri di guerra si rischia la vita per catturare immagini che, fra le distorsioni e manipolazioni della propaganda e le ‘creazioni’ dell’intelligenza artificiale, rimangono comunque un riflesso della reale follia umana.
