di Tano Siracusa

Carnoval è il titolo del primo romanzo di Vito Bianco, presentato il 18 marzo presso la libreria Mondadori di Livorno.
Ho letto mesi fa il testo in una stesura che non avrebbe subìto sostanziali variazioni nelle versione consegnata all’editore. Un romanzo che merita una rilettura. Anche alla ricerca del congegno, del meccanismo narrativo occultato dal suo stesso funzionamento.

Qualche nota affidata al ricordo di quella prima lettura.

C’è nel flusso delle voci del romanzo un andamento circolare, rotatorio, che mi ha fatto pensare ai romanzi di Thomas Bernhard, senza tuttavia gli sconfinamenti nella follia dello scrittore austriaco.
È un libro di voci, di dialoghi che sembrano la duplicazione di un monologo, che risuonano in tempi e luoghi diversi, come in un gioco di specchi. Un avvolgente, ipnotico movimento attorno al mistero della pittura, della creazione artistica, del suo possibile fallimento.

Carnoval è il pittore, Carlo il testimone che potrebbe esserne anche un riflesso.
La parola e l’immagine: Carlo e Carnoval sembrano cercare entrambi la porta che si apre, la luce nascosta, con un’ ostinazione che non si rassegna, che può apparire a tratti ossessiva, maniacale.

Mi è sembrato un esordio nella narrativa che non interrompe il rapporto di Vito Bianco con la poesia, che cerca nella prosa la sonorità musicale, il ritmo dei versi. Già sperimentato peraltro in molte narrazioni brevi, fino ai recenti microracconti.

La costruzione narrativa è affidata a un montaggio sfaccettato, prismatico, ad una scrittura senza stacchi, in deliberato dialogo con le sperimentazioni moderniste, novecentesche, come lo è la ricerca del suo immaginario pittore.

Un romanzo intenzionalmente e anche istintivamente non allineato alle tendenze del mercato, che chiede la complicità del lettore esigente.

Nel video alcuni momenti della presentazione di Carnoval a Livorno.

Di Bac Bac