di Vittorio Alessandro

Nerone ha quindici anni. No: diciassette. Anzi venti.

Le opinioni degli avventori del bar del Villaggio Peruzzo divergono, ma su una cosa sono d’accordo: da molti anni è il cane della piazza. Prima da cucciolo, ora assorto nella sua vecchiaia, come qualche abitante che misura il tempo seduto sulla panchina.

Più si avvicina il termine della vita, più rallentiamo, e l’ansia non basta ad affrettare il tempo.

I cani, che alle ore non credono e di tempo ne hanno meno di noi, lo trascorrono dormendo e aspettando. Poi aspettano ancora.

Hanno fretta soltanto nel gioco, che è un lusso da cuccioli.

Una di queste sere — non fredda, ma appena fresca — Nerone si è steso lungo sul pavimento del panificio della piazza, del tutto indifferente all’andirivieni dei clienti.

«È chippato, è sterilizzato».

«Quando era giovane se ne andava in giro. Una volta lo hanno incontrato ad Agrigento: gli hanno aperto lo sportello dell’auto, lui è salito e lo hanno riportato qui».

«Era un bel cane. Un giovane rom lo ha preso con sé, ma dopo qualche giorno lo ha riportato indietro: gli era sembrato triste».

Come? Gli zingari che rubano i bambini?

Nerone è un nomade da villaggio, un po’ come quei barboni senza rancore che si affezionano alla strada.

Una casa, però, ce l’ha anche lui: una cuccia di legno costruita dagli abitanti sotto gli alberi della piazza, ma ci entra soltanto di notte, e quando piove.

Per il resto, dorme qui, accanto al pane caldo e alle voci della gente.

Come ogni vecchio abitante della piazza.

Di Bac Bac