di Vito Bianco

Pedrito

Un tizio pelato e con la erre moscia lo aveva riconosciuto nella folla che acclamava il nuovo campione dei pesi medi. Disse che aveva visto il braccio che si alzava e la mano chiusa a pugno. Ma si sbagliava. Chi può saperlo meglio di me? Il nome del campione battuto non sono riuscito a ricordarmelo, e nemmeno l’anno dell’incontro. Posso però dire che se le diedero di santa ragione per nove round feroci: sudore caldo e schiumoso e già rancido sputato dalle spalle abbaglianti fin sulle camicie di quelli della prima fila, e urla indemoniate, da panico o terrore, chissà poi perché, non era certo la prima volta che quella gente vedeva accanimento e furia. Quando mancavano novanta secondi alla fine del nono, il campione, il nuovo campione, il nostro Pedrito, centrò con un destro maligno l’altro, lo straniero, che cadde secco all’indietro e lì rimase, con gli occhi aperti che non vedevano niente, nemmeno le dita dell’arbitro che si muovevano a scatti davanti al suo naso grosso e arrossato. Il nostro campione stava ancora sorridendo quando si udì il primo colpo partito da non ricordo dove. Aveva le braccia alzate per salutare i tifosi che scandivano il suo nome e batteva le mani, si vedeva che batteva le mani anche se il suono non si poteva sentire, penso che non lo sentisse memmeno lui, che pure aveva il suono appena sopra la testa. Aveva lo zigomo destro nerastro e il labbro superiore gonfio e rosso di sangue. Potevo vederlo; non ero lontano; dieci metri, forse; e la mia vista è infallibile. Pedro Marescal, detto Pedrito, continuava a sorridere. E quando scoppiò il secondo sparo sulle teste degli uomini che lo stavano festeggiando, sorrideva ancora, e quel sorriso lo faceva sembrare un adolescente timido, impacciato, timoroso. “Per chi sono quegli applausi?”, aveva l’aria di chiedersi. “E questi spari che superano il clamore di questa gente?”
“E questo sangue?”

Un uomo morto

Da qualche tempo circola la voce che un uomo morto sogna di essere ancora vivo. Questa voce inquietante, ma al momento priva di riscontro, potrebbe avere spiacevoli quanto incontrollabili conseguenze. La prima: convincere i più suggestionabili tra noi che la differenza tra morte e vita abbia a che fare con una semplice differenza di gradazione. La seconda: insinuare il dubbio che forse siamo tutti morti senza saperlo.


Il treno

Non ricordo quale fu l’intoppo, o la distrazione che mi fece salire sul treno sbagliato. Ma è anche possibile che avessero messo sullo stesso binario un altro treno, diretto a una città dove non volevo andare; ma io non lo sapevo. Andò così, indietro, dicono, non si torna. Dicono anche che ci somigliassimo come due gemelli. Tutto storto, insomma, tranne la puntualità dell’arrivo e la precisione ammirevole e perfino commovente del sicario che con un solo colpo mi ha tolto dalla vita.

La casa nuova

C’è stato, e forse c’è ancora, qualcuno che ha conosciuto, anche più di una volta, lo sgomento indefinibile che si prova quando si va ad abitare in una casa nuova e si avvertono un po’ ovunque le tracce vaghe ma insistenti dell’inquilino che ci ha preceduti e la casa, con malizia e ironica ritrosia, sembra rifiutarsi di farsi abitare da noi, e si sottrae, e resiste, e per giorni si tiene a distanza con gli odori e le correnti imprevedibili, arrivando a mutare il proprio disegno e, qualche volta, a darsi fuoco con le sue stesse mani.

Quintino

Finalmente ho incontrato Quintino Lombardino, il mio compagno della scuola elementare e media, quello con il nome più originale, arrivato a lui chissà da dove. Quintino era per me il gigante buono, e per tutti questi lunghi e disordinati anni ho continuato a ricordarlo come il compagno forte e buono, generoso e calmo. Ho sempre voluto essere come lui, ma non ci sono riuscito. Quintino è geometra, con la sua ditta di fidati operai costruisce case, scuole, forse anche chiese. Ha viaggiato tanto, non c’è una città dove non sia stato almeno una volta. Abbiamo parlato della nostra comune infanzia, dei compagni che vivono come noi altrove e di quelli che invece sono rimasti in paese, e del maestro Agliata che ogni tanto tirava uno schiaffo cattivo a uno della classe. Anche dei morti abbiamo parlato: di Giovanni, l’asso del pallone, che un giorno non ha avuto più voglia di vivere; di Mario, allegro e bello, che per tutta la vita ha amato solo Irene; di Giacomo il biondo che non ha mai conosciuto il padre.
“Ogni volta che torno, vado al cimitero per salutarli” ha detto asciutto, quasi senza tristezza.

Di Bac Bac