di Vittorio Alessandro

Leggo soltanto ora uno scritto che chiude le “Novelle per un anno” di Luigi Pirandello e non sempre fu incluso nelle edizioni della raccolta.
Sono pagine splendide. Lo scrittore protagonista di “Colloqui coi personaggi” ritiene che “in un momento come questo” — sta per esplodere la Prima guerra mondiale — nessun personaggio potrà essere ammesso in un romanzo o in una novella.
Affigge quindi alla porta del suo studio un cartello: “Sospese oggi le udienze a tutti i personaggi”. Chi ha fatto domanda e presentato titoli potrà ritirarli e, magari, rivolgersi altrove.
Un personaggio, però, riesce a introdursi nello studio. L’autore vorrebbe scaraventargli contro il giornale pieno di titoli sulla guerra imminente, ma non lo fa. Rimane invece ad ascoltare il petulante visitatore:
«Che vuole che importi a me, agli uccellini, alle rose, alla fontanella della sua guerra? (…) Noi non sappiamo di guerre, caro signore. (…) Ciò che realmente importa è qualche cosa d’infinitamente più piccolo e d’infinitamente più grande: un pianto, un riso, a cui lei, o se non lei qualche altro, avrà saputo dar vita fuori del tempo, cioè superando la realtà transitoria di questa sua passione d’oggi; un pianto, un riso — non importa se di questa o d’altra guerra, poiché tutte le guerre su per giù sono le stesse — e quel pianto sarà uno, quel riso sarà uno».
Leggendo e rileggendo quelle pagine, “in un momento come questo”, ho pensato che in realtà non tutte le guerre sono uguali. E questa che ci accingiamo a vivere qualcuno non la definisce più mondiale ma “globale”: segno che non è più in gioco soltanto l’estensione del conflitto, ma la sua profondità, in ogni senso.
Ma sono così intensi — e in qualche modo così saggi — gli argomenti del personaggio che non azzardo polemiche con lui.
È sulle pagine successive che mi soffermo, piuttosto. Lo scrittore vede una figura in un angolo della stanza: seduta, piccola, sul seggiolone della casa lontana di Porto Empedocle, con «il balcone che dà su la via larga del grosso borgo marino, per dove passa monotona tutti i giorni, stridente di carri, la solita vita, di traffico per gli altri, di tedio per lei».
«Ma come, mamma? Tu qui?».
L’anziana donna (ho ripensato alla mia, con uno scialletto di lana giallo e marrone sullo spalle) è tornata dal figlio per dire ciò che non poté raccontargli prima di staccarsi da quella sua “vita troppo lunga”: l’infanzia, gli affanni, il suo dispiacere per averlo lasciato solo su questa terra.
Il pianto e il riso della sua vita sono stati segnati dalla guerra, dall’esilio, dalla persecuzione. Non se ne preoccuperanno — forse — gli uccellini, la rosa e la fontanella. Ma quanto dolore.
E soprattutto la madre conferma allo scrittore quanto sia motivata la sua afflizione: anche quando fossimo noi a volere convintamente la guerra — “Guerra! Guerra!” gridavano gli italiani alla vigilia dei due conflitti mondiali — saranno i nostri figli a partire.
