Di Vincenzo Campo

Sono un garantista: credo che il sistema processuale da preferire sia quello accusatorio, e cioè un processo di parti nel quale c’è chi sostiene l’accusa e chi la difesa; non ho mai capito, fin da quando me l’hanno insegnato sui banchi dell’università cosa mai voglia dire “parte imparziale”, l’ossimoro che serve a giustificare l’assurdo di un Pubblico ministero che cerca la verità anche contro l’accusa e pure in favore dell’accusato.

Il processo attuale, quello che si celebra ormai da anni nelle aule di Giustizia (con una “g” che è maiuscola nella forma e meno che minuscola nella realtà) non è più quello che ho studiato all’università, quello del codice fascista intestato al ministro fascista Alfredo Rocco.

È diverso.

Non è più inquisitorio e non tende più (meglio “non dovrebbe tendere” più) ad acquisire la regina delle prove, che è la confessione; è quello che dovrebbe garantire la parità delle posizioni fra accusa e difesa, quello che, nella scenografia del teatro del processo penale, ha fatto scendere l’accusatore da uno scranno a livello del giudicante, giù ad un tavolo sullo stesso piano dei difensori.

È un processo che, almeno nelle intenzioni, dovrebbe far emergere la verità dei fatti dal contraddittorio fra le parti e non dall’inquisizione di quella parte assurdamente contrabbandata per imparziale.

È il processo che porta il nome di Giuliano Vassalli, che fu il ministro del governo che varò il nuovo codice di rito; quel Vassalli che era stato partigiano socialista e che era stato tra i fondatori di quel vecchio partito che si chiamava Partito socialista di unità proletaria insieme a personaggi di primo piano come Vittorio Foa e Lelio Basso. Un uomo apertamente di sinistra.

Nel mio modo di vedere le cose, un grosso e grande passo avanti del processo, che è il luogo dell’accertamento dei fatti e della verità, come disse una volta un Presidente delle Repubblica che era stato magistrato, Oscar Luigi Scalfaro.

Una verità, s’intende, parziale e convenzionale come può essere qualunque fatto umano, ma comunque verità. Verità processuale, ché la verità senza aggettivazioni certamente esiste ma temo sia inconoscibile dall’uomo.

Insomma, un processo che fa o dovrebbe fare meno danni per l’uomo cittadino o suddito che sia e che si trova “imputato” e cioè oggetto delle attenzioni di qualcuno che lo vuole privato della libertà; un processo che dovrebbe ridimensionare la forza smisurata dello stato, che è e rimane comunque smisurata rispetto a quella del poveruomo (che in quanto imputato è proprio “poveruomo” ancorché possibile delinquente).

Dovremmo ragionarci giorni, mesi ed anni su tali questioni, quelle sulla verità e sulle verità, ma sorvoliamo e diamole per accertate; datemele per buone, per solo amore del ragionamento e per non impantanarsi.

Questo processo, il nuovo processo, ancorché migliore (dal punto di vista di un progressista) è tuttavia sbilenco.

È sbilenco perché nonostante nel palcoscenico del giudizio il pubblico ministero sia sceso da quella trentina di centimetri sul quale poggia lo scranno del giudicante e che la avvicinano a Dio (il solo che può sapere la verità); nonostante sia sceso al livello del piano terra dove stanno gli uomini comuni – difensori, imputati e pubblico; nonostante tutto ciò è e rimane magistrato, e cioè compartecipe di uno dei tre poteri costituzionali, quello giudiziario (gli altri, come venuti dalla Rivoluzione francese, tutti lo sappiamo per averlo studiato in quarta o in quinta elementare, sono il legislativo e l’esecutivo).

Infatti, in un processo di parti e non d’inquisizione, come è in tutti i Paesi che l’hanno storicamente adottato, chi sostiene l’accusa non appartiene all’Ordine giudiziario, non è compartecipe del terzo potere costituzionale, ma ne è estraneo: basti guardare anche distrattamente al sistema giudiziario di tipo anglosassone per rendersene conto.

In Italia, forse perché il nostro è il Paese dei compromessi, forse perché non si è saputo o voluto andare fino in fondo, forse perché non si è voluto “urtare” troppo chi apparteneva a quell’Ordine, la Riforma Vassalli, sul punto, non si è compiuta; è proprio incompiuta: si sarebbe dovuto avere il coraggio e la forza di attribuire il potere di indagare e di accusare ad altri che non fosse appartenente all’Ordine giudiziario, ma non si è fatto; non si è voluto fare o non si è potuto fare.

Non si è fatto allora e non si fa neanche ora separando le carriere dei magistrati giudicanti da quelli inquirenti e requirenti: questa non è una riforma di sistema, ma una burletta, un accomodamento amministrativo che riguarda esclusivamente chi appartiene a quell’Ordine e che, in fin dei conti si risolve in una limitazione che nulla toglie e nulla aggiunge al processo penale, al sistema giudiziario e che in realtà influisce solo sulle carriere e le potenzialità dei magistrati, giudici o inquirenti/requirenti che siano.

Sì, certo, è vero che a fare un lavoro si acquisisce la forma mentis necessaria; sì, certo, è vero che chi ha guardato la realtà, la vita e le persone con gli occhiali di chi cerca rei e vuole punirli farà fatica ad inforcare quelli di chi deve vedere la realtà e la vita da terzo estraneo e imparziale, ma, vivaddio! (avrebbe detto un indimenticato avvocato canicattinese), non ci vuole tanto ad adattarsi ad occhiali con lenti e montature nuove e diverse, se si è corretti e in buona fede (e la buona fede, la bona fides, mi hanno insegnato muovendo i primi passi nel mondo del diritto è sempre presunta e presupposta).

Invece, per un fatto di pura propaganda questa riformetta che tocca poco gli interessi dei cittadini normali e qualunque quali noi tutti siamo (e che forse tocca tanto quelli che appartengono all’Ordine) viene presentata come riforma epocale e come il completamento della Riforma del processo penale; il tassello finale, quello che mancava, del processo Vassalli.

Inoltre, viene pure presentata come una scommessa, una verifica del gradimento di questo pessimo governo in carica, pessimo per qualità delle persone e pessimo per l’ispirazione dei suoi principali esponenti, quelli che collezionano busti del duce e che vanno a Predappio a salutare romanamente in direzione della tomba di colui che aveva voluto quel codice che la Riforma Vassalli ha mandato in soffitta.

Il tutto nella fantasiosa ricostruzione di una inesistente realtà che rappresenta il Potere giudiziario in un aprioristico conflitto con quello esecutivo.

Fole, fantasie; giustificazioni di chi pretenderebbe di far passare in maniera indolore atti e provvedimenti in difformità e contro la legge (una per tutte, la questione della deportazione degli immigrati in terra d’Albania); giustificazione di chi, autoritario e antidemocratico per formazione politica e ideologica non tollera e mal sopporta il controllo e la verifica dei propri atti.

Ecco dunque: una riformetta da poco contrabbandata per completamento di un processo non più fascista sulla quale un governo che ama più Rocco che Vassalli contraddittoriamente scommette per la sua credibilità.

E vorrei tanto che gli italiani cominciassero a manifestare apertamente il loro dissenso nei confronti di chi vuole comprimere i loro diritti.

Di Bac Bac