di Davide Natale

Sappiamo che il termine ‘bello’ deriva dal latino ‘bellus’ – carino, grazioso – e non quale precipitato dal greco ‘Kalòs’ – che determina l’idea del bello greco quale anche ben fatto: ‘Kalòs’ kai agathòs’, locuzione che coniuga, appunto, bello e buono, bellezza esteriore (formale) e bontà interiore (virtù); ‘kalokagathìa’ – perfezione dell’uomo che, necessariamente estesa, rinvia all’universale. Per i greci, infatti, la bellezza non poteva non essere anche sostanzialmente virtuosa, così come la virtù parimente bella, rappresentando la perfezione quale armonia tra forma e sostanza, tra aspetto esteriore e qualità morale, laddove, in assenza di sostanza, la forma non può che esser relegata soltanto ad una idea.

Antica e dibattuta lotta quella tra forma e sostanza, tra aspetto e funzione, estetica ed etica. Comunque si indaghi la faccenda, e qualunque sia la speculazione teorica compiuta nei secoli da molti pensatori, artisti, intellettuali, culture alte e credenze popolari, e svincolata laddove necessario e possibile dal sempre opinabile giudizio personale, si discute spesso sul valore formale e sostanziale di qualsivoglia esistenza, sia questa quella di un uomo o, per estensione, di un’opera d’arte, di un piccolo oggetto di uso comune o di una città, mentre a noi tutti accade di misurarci, interrogandoci quotidianamente, sul perché di oggetti utili benché brutti (perché non lo si è fatto bello?) o, al contrario, belli ma del tutto inutili (non mi serve ma mi piace). Piccolo o grande che sia, organico o no, reale o rappresentato il brutto può coinvolgerci o lasciarci passionalmente indifferenti, rimanendoci pur sempre, anche leggermente, sgradito. Una carogna in putrefazione, un edificio decontestualizzato, il ‘Ritratto di vecchio con nipote’ del Ghirlandaio, ci appaiono sì brutti benché appartengano, come Umberto Eco ricorda, a idee di brutto differenti. Eco, infatti, riassume il brutto in tre fenomeni dissimili tra loro: il brutto in sé (la carogna in putrefazione), Il brutto formale (una bocca sdentata che ci interroga sulla fine dei denti mancanti, sul contesto disarmonico della bocca), il brutto quale rappresentazione artistica, ovvero brutto imitato, (il ‘Ritratto di vecchio con nipote’ del Ghirlandaio), e che, in quanto opera d’arte, come Plutarco afferma, ha, quale imitazione artistica, un riverbero di bellezza donato dalla maestria dell’artista. Così come per una bella fotografia si esclama a volte ‘bella come un quadro’, o di un quadro si dice ‘ è così bello che sembra una fotografia’, ibridando reale e irreale, verità e finzione. Ed ancora ‘Les Demoiselles d’Avignon’ di Pablo Picasso, forse fra tutte, quale straordinaria, bellissima bruttezza. È crinale scivoloso, a limitare il bordo del pozzo sullo sprofondo dell’errore o, peggio, della banalità.

Ma se, alla luce di ciò, ci interroghiamo sulle città, sulla loro grazia o disarmonia, bruttezza o bellezza come giudicare, ad esempio, la Piramide del Louvre di Parigi, la Nuvola di Fuksas di Roma, un qualsivoglia edifico fuoriscala e contesto (si dice tollo, vero?) di Agrigento? Cosa diviene una piazza storica e armoniosa se stracolma sino all’inverosimile di belle auto ad impedire i pedoni, la vegetazione sparsa e incolta ai bordi del marciapiede, i prospetti di storici edifici ridotti a sostegno di serpaia di cavi, tubi, intonaci sdruciti, affissioni logore e porzioni mancanti? Come ovvero coniugare il valore in sé dell’oggetto con il contesto in cui questo è inserito?

Ritornano così (forse), in aiuto i greci, la loro lingua, la loro armonia, il sodalizio tra bello e buono, tra forma e funzione – kalokagathìa. Se un essere di per sé non brutto, anzi bello, come la vegetazione spontanea di verdi cangianti, fiori colorati e insetti che sopra vi danzano, mi impediscono di camminare sul marciapiede cittadino, tra negozi e pedoni, mi rimandano al brutto o no? Non è infatti ‘il brutto in sé’ a disturbarmi, che nel caso delle piante è metro errato di giudizio, ma la funzione negata di quel marciapiede, mentre la stessa identica vegetazione, in un campo o in un parco, potrebbe esser oggetto di mia sincera ammirazione.

È questa disarmonia, disarticolazione incontrollata, distanza tra le cose di etica e di estetica che ci suggerisce un giudizio, una emozione, una ammirazione o un disgusto. La Valle dei Templi è bella e basta o determina anche quale brutta la Agrigento moderna che guarda la bella Valle? Il vuoto di un crollo in centro storico o gli edifici che demarcano, incolpevoli perché ancorati alla nascita, il vuoto del crollo? Il Rabato visto da un ‘tollo’ o il ‘tollo’ visto dal Rabato?

In questo doppio, forse, ogni elemento dovrebbe far la propria parte, dovrebbe essere peso che bilancia, presenza che attrae a sé, assenza che determina l’atro verso la sua propria bellezza sostanziale. La piazza che diviene parcheggio non è piazza mentre prevale la funzione a cui dopo è stata destinata, così come le piante sul marciapiede, i manifesti sui muri, la tecnologia sulle pareti degli edifici. Vedere la piazza nel parcheggio, la pianta nell’ostacolo, il belvedere nel muro, l’ingegno dell’essere umano nella sciatteria dell’uomo, la bellezza delle idee nella bruttezza del reale per ridare la forma nuova ad una sostanza cangiante. Forse è questa la chiave, o forse no.

Di Bac Bac