di Davide Natale

Alle 11 del mattino la Canebière è già un brulicare straordinario di donne e uomini d’ogni dove, bambini a rincorrere palloni calciati forte come fanno i loro idoli dei mondiali, ma senza quella necessaria precisione da costringerli a ricorrere alla fantasia fanciullesca nell’esultare al goal che fa esplodere lo stadio immaginario.

Tutto intorno è un via vai di biciclette e monopattini a scansare arditamente pedoni, all’ultimo istante, senza tumulti, senza strappi, solo qualche accenno di fastidio, spallucce, scuotimenti di testa appena accennati.

Appena giunto al Vieux-port, a metà strada tra la stazione ferroviaria e il quartiere de le Panier, dove alloggerò, la terra capovolta progettata da Norman Foster occupa parte del cielo. Uno specchio capovolto di mille metri quadrati che mi costringe a guardare in alto, a riconsiderare la mia posizione, come pipistrello vivere nell’immagine sottosopra. È forse anche questo ciò che chiamiamo arte, quel doppio che fa ciò che fa l’osservatore, un altro da me stesso ma di cui so tutto e niente, contemporaneamente. Il porto vecchio è un mare di luce che straripa e si  mpone senza argini, e a cui solo sotto i portici che lo contornano riesco a sottrarmi, per trovare quel po’ di ombra che mi ripara dal caldo umido e asfissiante.

Di Marsiglia, a parte la fama che la precede per la complessità della popolazione che la abita, l’Unité d’Habitation, amore di studi universitari, conosco poco. E forse poco non è abbastanza nel vedere ciò che vedo, ciò dai cui vengo sopraffatto: un tumulto di lingue, di odori, di immagini tra loro immensamente distanti ma tutte poste all’interno dello stesso sguardo. Comprendo che c’è molto da scoprire di Marsiglia, e i miei tre giorni a disposizione non basteranno nemmeno a comprendere in quale delle tante città che dentro vi abitano io mi muoverò.

La città dei turisti, la prima che percorro per addentrarmi tra i suoi palazzi e le sue strade sconosciute, è un fiume in piena. Mi lascio trascinare come un ramoscello trasportato dalla corrente, e   i pali in ghisa conficcati per terra ne segnano il confine reale.

I pedoni sono, in questa parte di città, i padroni assoluti. Il loro procedere è garantito e prioritario. Un solo semaforo rosso ne sbarra la strada, ne impedisce il flusso per qualche secondo prima che il verde ne riconsenta la discesa. Uomini e donne in divisa osservano accaldati che le auto attendano, poi distratti da chissà cosa ritornano a guardare altrove. Un uomo bianco e madido di sudore mi propone un menù a prezzo fisso, mentre cinque brasiliani si preparano per lo spettacolo da offrire ai turisti; balli e danze brasiliane sotto il sole cocente, lucidi di sudore racimolano qualche soldo spillato ai turisti con sorrisi falsi e pietosi, mentre una sirena ululante annuncia la partenza del traghetto per chissà dove.

Pochi metri ancora e trovo riparo a casa, dove chiaro e forte si sente, dalla piazzetta sottostante, il lungo rituale rumoroso, proprio dei preparativi degli innumerevoli ristoranti che si apprestano a servire clienti affamati. Non sono neanche le tredici di una domenica di luglio e giù dalla finestra un tappeto di teste poggiate su spalle scoperte attende di esser sfamato. Bicchieri e piatti, posate e tavoli, sedie e bottiglie si scontrano fra loro, mescolate da un brusio che supera di molto il volume della televisione. Odori di ogni sorta entrano fino dentro casa firmando anche l’aria in modo indelebile. Spengo la tv. Vado a pranzo. Cucina Turca, libanese e locale si contendono i molti turisti presenti, mentre accanto una gelateria propone ghiaccio e succhi di frutta, anice e acqua, pastis.

La sera giunge tardi e la notte attende che l’ultimo bar chiuda. Nugoli di uomini, all’angolo della piazza, sono in attesa che accada qualcosa, quel qualcosa di cui nulla comprendo ma di cui mi percepisco parte estranea. Mi è chiaro dallo sguardo che l’uomo a me più vicino mi rivolge, mentre sussurra in arabo, ai presenti, qualcosa che suscita in loro più di un ghigno rumoroso. Mi chiede in un francese stirato ed ubriaco qualcosa che non comprendo. Si gira come nulla fosse. Ritorno a casa.  

È la città di notte, nel centro del centro di Marsiglia. A due passi dal Museo del Mediterraneo, che è anche un camminamento interno/esterno che collega il dislivello tra il porto e la rocca antica che lo sovrasta, e l’edificio del Museo Cosquer, poggiato accanto, pensato come prua di nave che osserva il mare di fronte, immobile tra le onde, in attesa che da sud giungano altri popoli e altre culture a fare di Marsiglia ciò che è: Marsiglia. Bonne nuit, iyi geceler, buenas noches, ‘tisbah ‘ala khair’. Buona notte.    

Di Bac Bac