di Tano Siracusa

Dieci anni fa ho trascorso quasi un mese a Cuba.

Non avevo mai visto un popolo così povero e vitale, una povertà mai ostentata e una spontanea voglia di vivere, di comunicare, di raccontarsi. Una specie di napoletanità da dopoguerra, ma senza disperazione e malandrineria.


Un popolo etnicamente stratificato, di maggioranza bianca, con una consistente minoranza di meticci e il 10% di neri, discendenti degli schiavi africani occupati nelle piantagioni di zucchero e sottoposti fino alla dittatura di Batista negli anni’50 del’900 a forme estreme di segregazione razziale.
Fidel Castro prendendo il potere aveva definito subito il razzismo una ‘tara sociale dal eliminare’, ponendo fine con il tratto istituzionale, e nel tempo, a ogni forma di segregazione e disparità.
Sull’isola dieci anni fa i gruppi etnici si mescolavano nei mestieri, nell’arte di sopravvivere sulle strade affollate di giorno, buie e sicure anche di notte, suonando e ascoltando musica, danzando nei locali e sui marciapiedi sotto i rari lampioni, nei pianiterra con le porte spalancate.

Obama aveva promesso di porre fine all’embargo statunitense che dagli anni sessanta strangolava l’isola. Raul Castro aveva aperto degli spazi al mercato, nelle campagne soprattutto, ma anche nelle città, dove i proprietari di casa particular intercettavano larga parte del flusso turistico in dollari, costituiendo un nuovo segmento di imprenditoria privata.
Quell’ atmosfera di fiesta fra fra le quinte sontuose e gli intonaci sfatti dei palazzi coloniali, fra i tre ruote e le auto americane degli anni ’50, nei negozi di alimentari quasi vuoti e nelle librerie con qualche libro di Castro e Che Guevara, senza una traccia della grande letteratura latinoamericana, il rum e la musica, tutta quella ostinata, ammirevole baldoria sono del tutto scomparsi da Cuba.
Gli inviati raccontano le città al buio, senza acqua e cibo. Una flotilla con beni alimentari, come a Gaza, sta cercando di raggiungere l’isola.
Scrive Marta Facchini su Valigia blu : “Trump … ha di fatto imposto un blocco energetico che sta peggiorando gli effetti causati dallo storico embargo economico, finanziario e commerciale che, con differenti intensità e caratteristiche, colpisce l’isola dagli anni Sessanta. La scarsità di petrolio e carburante sta mettendo in crisi il funzionamento degli ospedali, delle scuole e del sistema di trasporto pubblico. Gli apagones (le interruzioni di corrente elettrica) sono diventati sempre più frequenti e lunghi e paralizzano le attività produttive, i servizi essenziali e la vita quotidiana della popolazione”.  Da tempo Trump ha pubblicamente messo Cuba nel mirino. Dopo Caracas e Teheran c’è la gemma dei Caraibi da prendere. Per fame e disperazione, mentre le luci si spengono sull’isola fiaccata, silenziosa, forse rassegnata.
Le foto scattate dieci anni fa raccontano un popolo povero e ostinatamente vitale, che resisteva al fallimento del castrismo e all’embargo americano con la sua semplice voglia di vivere. Era una forma di resistenza, spontanea e non violenta. Una lezione per tutti. Sarebbe una perdita per tutti se venisse spenta.

Di Bac Bac