di Daniele Rizzo

In Italia, terra di santi, navigatori e poeti, com’è noto, il modo più sicuro per normalizzare una rivoluzione è finanziarla tramite un bando pubblico. In Sicilia, poi, la linea più breve tra due punti è l’arabesco e nulla è come sembra, sicché non deve stupire che la parola Fringe, che alle sue origini, a Edimburgo, evocava il margine delle cose, l’indomabilità artistica di chi si esibisce senza chiedere il permesso alle autorità, abbia attraversato il Mediterraneo per trovare ad Agrigento una nuova, inaspettata e del tutto istituzionale dimora.
Qui, grazie alla virtuosa sinergia tra la Fondazione Teatro Pirandello e il Polo Universitario locale, con la benedizione dello Stabile di Catania e delle colonne de La Sicilia, il Margine ha finalmente trovato il suo Centro, il suo numero di protocollo e la sua commissione esaminatrice, inverando con italica grazia quel biopotere foucaultiano che, per regolare la vita delle masse, inizia col disciplinare l’estro della giovinezza individuale. Uno squisito paradosso che avrebbe divertito il padrone di casa, Luigi Pirandello, il quale passò la vita a spiegarci che la forma uccide la vita, benché avesse scordato di aggiungere che un controllo pubblico la organizza ancora meglio.
Il progetto, ideato dalla direttrice artistica Roberta Torre e avviato in pompa magna nel 2025 come fiore all’occhiello di un nuovo corso “contemporaneo” e “territoriale”, si proponeva mete nobilissime: aprire l’istituzione alle istanze del territorio, stimolare una rigenerazione civica ed urbana attraverso una drammaturgia dei luoghi e spingere le nuove generazioni a riscoprire, per il tramite dello stimolo teatrale, quegli scorci cittadini legati alle celebri Novelle di cui spesso si ignora persino l’esistenza e il profondo legame. L’idea di usare il palcoscenico per risvegliare la cittadinanza e fecondare l’urbe è magnifica e gli esempi non solo non mancano, ma sono letteralmente esaltanti, in Italia, in Europa e nel mondo, che non si esauriscono certo alle superstar del The Living Theatre, che tra l’altro introdussero il teatro pirandelliano negli States. Come quando il collettivo brasiliano Teatro da Vertigem occupa i fiumi interrati, le prigioni o gli ospedali dismessi di San Paolo per costringere una metropoli a guardare in faccia le proprie ferite urbanistiche, o come i teutonici Rimini Protokoll che con i loro dispositivi scenici itineranti trasformano da anni le piazze europee in microscopi di cittadinanza attiva, o ancora, per restare entro i nostri confini, il miracolo civile del Teatro delle Albe che da trent’anni in tutto il mondo – da Scampia a New York, da Pompei a Nairobi – utilizza la maieutica della “non-scuola” per strappare lo spazio pubblico all’apatia e restituirlo alla voce dei ragazzi del quartiere.
Eppure, spesso accade che le grandi visioni rimangano sulla carta e i costumi locali prevalgano, e il Pirandello Fringe ne è un esempio folgorante. Il festival diffuso e capillare ha infatti subito per questa edizione del 2026 una misteriosa, progressiva e ordinatissima riduzione, finendo per riassumersi in due sole giornate di spettacoli confinate nel rassicurante e perimetrato spazio del chiostro del teatro comunale e dell’attigua cappella di Santa Sofia. Della promessa rigenerazione urbana e del coinvolgimento immersivo dei quartieri non è rimasta traccia, tanto che la cittadinanza agrigentina non si è accorta dell’esistenza del Fringe fino al momento delle due serate conclusive. Il pubblico stesso, d’altra parte, ben lungi dal rappresentare quel ricambio generazionale auspicato nei programmi, si scopre composto quasi interamente dal consueto e ammirevole blocco di abbonati, spettatori d’acciaio che frequenterebbero il chiostro con identica e composta devozione qualsiasi cosa accada. La vera performance pirandelliana, tuttavia, si è consumata durante la presentazione dei due giorni conclusivi, quando la direttrice Torre, sostenuta con solennità accademica dal professor Tuzzolino, Presidente del Polo Territoriale Universitario di Agrigento, ha illustrato i risultati dell’operazione parlandone come se il progetto iniziale fosse stato realizzato e completato oltre ogni ragionevole aspettativa, sostenendo con convinzione che i corti teatrali selezionati avessero rigenerato il rapporto tra la città e i suoi abitanti. Questa serena negazione della realtà, questo considerare un onesto saggio di fine laboratorio alla stregua di un miracolo sociologico, ha reso l’atmosfera squisitamente surreale, poiché mentre sul palco ideale si celebrava la nascita di una nuova coscienza civica mediata dal teatro, su quello reale regnava la consueta, dolcissima e distaccata indifferenza della cittadinanza, del tutto estranea all’evento.
Se c’è qualcosa di profondamente confortante in questa tendenza a scambiare il desiderio per la realtà è il fatto che (si) riflette impeccabilmente (nel)la consueta, tradizionale sciatteria dei dettagli organizzativi. Fin dall’ingresso nel chiostro, infatti, lo spettatore attento poteva notare la locandina del festival lasciata svolazzare liberamente al vento, resa illeggibile da più di un metro di distanza per la mancanza di due banali pezzi di nastro adesivo, mentre i grandi vasi ornamentali ospitavano una generosa e stratificata collezione di cicche di sigarette, perfetta metafora visiva del livello di cura riservato alla manifestazione. Il capolavoro dell’improvvisazione si è però rivelato nella gestione tecnica dei tre spettacoli programmati in una successione spazio-temporale tra il chiostro esterno e la cappella interna. Accade così che, con il secondo corto in svolgimento nella cappella, dal chiostro il service audio decida di accompagnarlo diffondendo musica a tutto volume, riducendo all’istante la recitazione a mimo per il pubblico e portando uno spettatore, esaurita l’attesa e la pazienza, a illustrare ai professionisti della consolle l’insolito valore del silenzio.
Quanto alla materia prettamente scenica, almeno nella seconda serata cui si è assistito, lo spettatore ha potuto ravvisare in due delle tre proposte la natura onesta e volenterosa del saggio laboratoriale, sorretta da una encomiabile buona volontà e dedizione al compito da parte dei giovani e meno giovani coinvolti, laddove soltanto la terza e ultima messinscena esibiva la struttura matura e compiuta del corto teatrale, una compiutezza che non deve sorprendere se si considera che nel cast di quest’ultimo figurava, in un comunque felice cortocircuito pedagogico, lo stesso tutor e aiuto regista delle masterclass.
È in questi piccoli incidenti e singolari coincidenze che si misura l’incoerenza profonda di un’operazione che insiste didascalicamente su Pirandello come se si trattasse di una novità per il territorio, laddove un autentico gesto contemporaneo avrebbe semmai richiesto un salutare e perturbante pirandellicidio. Battezzando come Fringe un tradizionale concorso a premi regolato da bandi, masterclass e giurie più o meno popolari il cui premio finale è la cooptazione nella stagione ufficiale del teatro comunale, si è dimostrato ancora una volta che a queste coordinate anche l’audacia intellettuale deve prima passare dall’ufficio protocollo, per poi spegnersi dolcemente tra le note fuori tempo del service e gli applausi cortesi dei soliti noti.
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ritratto del padre di Fausto Pirandello
