Stupenda orrenda città, Agrigento. I greci che la fondarono erano una razza solare che amava guardare il mondo dall’alto delle acropoli. Qui ne eressero una eccelsa sulla rupe Atenea, ai cui piedi, nella valle dei templi, edificarono una città a cui si sale, con il desiderio e la nostalgia, come a Gerusalemme. Chi fece questa città, che fu la più popolosa del mediterraneo, aveva desiderio di grandi spazi, di altitudini, di voli planati verso il mare, sopra i templi di perfetta misura, sopra colonne, giardini, are, campi. Oggi, arrivati sulla rupe, Agrigento appare nel suo sfascio di casoni gialli, verdi, rosa e non chiedetevi quale disamore di sè e della loro città hanno coloro che l’hanno costruita, perché sono convinti di aver fatto il meglio come modernità e buoni affari. La colata di cemento ha sommerso una parte della valle dei templi e l’intera marina, migliaia di casette in gran parte senza acqua e fogna a cui scendono per godersi la seconda casa gli agrigentini. Guai a distaccarli per il fine settimana da quel mare sporco, da quell’umidità, da quel puzzo di fritto delle pizzerie”
Giorgio Bocca – “L’Inferno”

In queste ultime settimane, con la vicenda della mancata fornitura alle case abusive di contrada Maddalusa del servizio idrico, da parte del gestore consortile Aica, è tornato di attualità il dibattito sui confini del parco archeologico della Valle dei Templi e sulla eventuale sanatoria delle costruzioni abusive edificate fino agli anni ‘80, con la compiacente disattenzione della classe politica locale.
Il PD, un po’ alla Ponzio Pilato, ha invocato per gli abusivi della “zona A” soluzioni strutturali, guardandosi bene dallo specificarle, ma rinviando alle responsabilità del governo regionale e nazionale; altri, più audacemente, hanno invocato la riperimetrazione del parco, alludendo naturalmente al suo restringimento. Partendo da queste disponibilità conclamate o sottintese, diversi settori della destra, da sempre propensi a tutelare gli interessi degli abusivi, hanno fiutato il clima favorevole, parlando apertamente di restringere il Parco per salvaguardare le case costruite illegalmente.
Nella difesa pelosa della Valle, non mancano anche i fiancheggiatori degli abusivi che hanno esagerato nel descriverla immacolata e nell’assegnare agli agrigentini il ruolo di difensori granitici, paladini vigili e orgogliosi dell’integrità, delle bellezze naturali e delle testimonianze architettoniche di quelle che furono le splendide città di Akragas e Agrigentum.
Purtroppo, le cose non stanno proprio così e per capirlo meglio è opportuno ricordare alcune vicende storiche della città, per chi non le ha vissute o non le ricorda bene.

Oggi la Valle non è affatto integra entro i confini della zona archeologica definiti dal decreto Gui-Mancini emanato il 16 maggio 1968. Il provvedimento venne emesso dal governo centrale dopo la frana del 19 luglio 1966, che mostrò all’Italia intera l’esempio orribile di disordine urbanistico realizzato in pochi decenni con lo scivolamento della città nuova verso i templi. Quel decreto, fortemente voluto dal mondo della cultura nazionale, fu strenuamente avversato dall’opinione pubblica agrigentina e dal suo ceto politico-amministrativo, perché ingabbiava la sfrenata libidine edificatoria di massa del secondo dopoguerra. Tanto che un sindaco del passato (un passato, comunque, non molto lontano) ebbe a lamentarsi dei vincoli di inedificabilità della zona archeologica che “frenavano la naturale tendenza degli agrigentini ad espandersi verso il mare”. Ma di quei vincoli gli agrigentini non si curarono molto e, grazie alla complicità di una classe dirigente incolta e avvezza all’intermediazione clientelare, disseminarono nella valle circa 650 costruzioni abusive.
Il decreto del 1968 è stato sicuramente un argine importante all’abusivismo, che purtroppo non venne sradicato del tutto, ma continuò la sua opera distruttiva della Valle fino agli anni ’80, e in qualche caso anche oltre, sotto gli occhi sbadati del comune di Agrigento e della magistratura.
Quindi, molti agrigentini e i loro rappresentati politici hanno poco da gonfiare il petto, riempiendosi di orgoglio per la tutela della Valle che li ha visti in passato protagonisti dalla parte sbagliata.
I peggiori obbrobri edilizi consumati negli anni ‘70 e ‘80 sono ancora presenti in brutta evidenza all’interno della “zona A”: dalle case edificate sulla collina di San Calogero Bianco, di fronte al tempio di Giunone e alla principale porta di ingresso di Akragas, la porta Gela; agli edifici costruiti nella zona di Maddalusa, che hanno privato il parco della sua continuità territoriale con il mare, elemento fondamentale della ubicazione della città greca. Qualcuno, improvvisandosi archeologo, ha affermato addirittura che Maddalusa non avrebbe alcuna attinenza con il Parco, dimenticando le emergenze archeologiche presenti in quel territorio e la collocazione del porto della città antica.

È nel 1985, in occasione del recepimento in Sicilia della legge nazionale di sanatoria edilizia, che si sviluppa la polemica più aspra degli abusivi, sempre spalleggiati dagli amministratori agrigentini del tempo (alcuni proprietari di case abusive), sul decreto del presidente della regione Rino Nicolosi, a cui la norma demandava la perimetrazione l’istituendo Parco Archeologico. Per la maggioranza degli agrigentini le esigenze di tutela della Valle dovevano passare in secondo piano rispetto a quelle dello sviluppo economico e sociale e, soprattutto, di fronte alla necessità di conservazione di un patrimonio edilizio realizzato in barba alle leggi.
In quegli anni a difendere l’integrità della “zona A” e l’intangibilità dei suoi confini, a livello locale furono solo la Legambiente e, sul piano istituzionale, la sovrintendenza guidata da Graziella Fiorentini. Si riuscì nell’impresa, grazie anche alla capacità degli ambientalisti di spostare il dibattito sulla tutela della Valle in ambito nazionale, coinvolgendo il mondo della cultura al massimo livello, con l’aiuto dell’allora segretario di Legambiente Ermete Realacci e di alcuni esponenti di primo piano della sinistra. Un ruolo importante ebbe, poi, uno studioso autorevole e influente come il prof. Ernesto De Miro, archeologo di fama internazionale, già sovrintendente ai beni culturali della provincia di Agrigento: un monumento di cultura ed esempio di dedizione al bene pubblico.
È solo grazie all’attenzione degli intellettuali, degli studiosi e degli ambientalisti che nel 1991 il presidente della regione Rino Nicolosi potrà respingere le pressioni del mondo politico siciliano, attestato su posizioni retrograde, emanando il decreto che perimetrava il Parco Archeologico, senza apportare alcuna modifica ai confini della “zona A”, come definiti nel 1968 dal decreto interministeriale Gui-Mancini.
Quei confini verranno poi ribaditi, né poteva essere diversamente, con Legge Regionale della Sicilia del 3 novembre 2000, n. 20 per la “Istituzione del Parco archeologico e paesaggistico della Valle dei Templi di Agrigento”.
Quest’ultimo atto normativo sembrava il sigillo definitivo ad un dibattito attorno ai confini del Parco su cui avevano lucrato per decenni politici spregiudicati, costruendo notevoli fortune elettorali.

Oggi, si torna indietro di quarant’anni.
Esattamente come negli anni ’80: da una parte gli ambientalisti (almeno quelli di Legambiente, degli altri non si ha notizia), il mondo della cultura nazionale (che inorridirebbe al pensiero di un restringimento della Valle dei Templi per sanare gli abusi edilizi), gli archeologi, alcuni pezzi della sinistra; dall’altra parte l’intero ceto politico della destra, con il solito accompagnamento delle ambiguità della sinistra cosiddetta riformista.
A pensarci bene, però, due novità ci sono. Innanzitutto, sul piano istituzionale, con la magistratura che ha fatto capire di non essere più disponibile a voltarsi dall’altra parte, parlando chiaramente di demolizione dei manufatti abusivi. Poi, è sicuramente un dato rilevantissimo che oggi il Parco Archeologico venga percepito dalla stragrande maggioranza degli agrigentini non più come un problema, ma come una grande risorsa attorno a cui costruire il futuro economico e sociale di Agrigento.
Ma per cogliere al meglio le potenzialità di sviluppo del nostro principale bene culturale ed essere moralmente degni depositari dell’enorme patrimonio che ci è stato lasciato in custodia, dovremmo anche essere capaci di una severa autocritica sulle condotte del recente passato e, soprattutto, mettere in atto le azioni necessarie per riparare le ferite inferte al nostro territorio, alla Valle dei Templi innanzitutto.

Immaginate quale reazione avrebbe l’opinione pubblica nazionale e internazionale alla eventuale notizia di un disegno di legge regionale per il restringimento dei confini, per sanare l’abusivismo edilizio, di quello che è uno dei più importanti parchi archeologici al mondo dedicati alla civiltà greco-romana. Proviamo a pensare cosa uscirebbe dalla penna di giornalisti come Gian Antonio Stella, Marco Travaglio o Sergio Rizzo. Ci coprirebbero di ridicolo, veicolerebbero la narrazione di una città inaffidabile, incapace di custodire e valorizzare adeguatamente quel patrimonio straordinario ereditato dal passato. Verrebbe fuori l’immagine di un sud incorreggibilmente legato ad una inveterata pulsione all’illegalità. E l’Unesco, che ha dichiarato la Valle dei Templi patrimonio dell’umanità, sarebbe ancora disponibile ad annoverare la Valle tra i beni meritevoli di tutela?
Naturalmente, nessuno ignora che centinaia di abitazioni non possano essere demolite da un giorno all’altro. Occorrerà del tempo e bisognerà graduare gli interventi sulla base dello stato di bisogno degli occupanti, ma di questo le istituzioni, nel rispetto della legalità, possono farsi carico con attenzione e spirito di umanità. L’importante è la direzione di marcia: tutela dell’integrità del Parco senza compromessi. Perché, è bene ricordarlo, gli attuali confini della “zona A” di inedificabilità assoluta, non sono frutto di improvvisazione, ma il risultato di conoscenze storiche, di studi ragionati di luminari della scienza archeologica, di indagini e scavi sul territorio.
Su questo tema spinoso della tutela dei confini della Valle dei Templi, sarebbe importante – direi doveroso – che l’intera area progressista, a partire dalla sua proiezione istituzionale al comune, all’ARS e al parlamento nazionale, non lasciasse da soli gli ambientalisti ma, senza esitazioni o ambiguità, si esprimesse con estrema chiarezza per la tutela dei confini del Parco e per la difesa della Valle contro ogni progetto di restringimento dell’area archeologica.
Ne va dell’immagine e del futuro della città.
