di Vittorio Alessandro

Rimbalzano i commenti sul primo turno delle elezioni, più o meno gli stessi di ogni voto amministrativo: non esistono confronti possibili tra voto politico e voto per il sindaco; il mancato accordo consegna la vittoria all’avversario, e così via.
Vecchi giocattoli ancora in parte funzionanti, ma ormai impolverati.
Il voto siciliano è stato, comunque vadano i ballottaggi, un voto di sfiducia verso il governo regionale e i suoi referenti politici: uomini quasi mai in lista, ma sempre decisivi.
Dentro quel voto si avverte l’eco del recente referendum: valori — sì, valori — espressi soprattutto dai più giovani, che si sarebbero sentiti ancora più forte se molti di loro non fossero lontani, per studio o per lavoro.
Le clientele proveranno certamente a ricompattarsi e, se ci riusciranno, il discorso sarà rinviato di altri cinque anni, perché i sindaci che si dimettono, o che vengono costretti a farlo, non esistono quasi più, nemmeno nei sogni.
E intanto, di quinquennio in quinquennio, le città si svuotano e a votare restano persone sempre più lontane dal loro cuore: ad Agrigento come a Venezia.
È vero: il voto amministrativo somiglia sempre meno a quello politico. I partiti si nascondono per lo più dietro liste civiche e gli elettori si presentano alle urne come alle riunioni di condominio certi proprietari che ormai abitano altrove da anni.
“Amo Agrigento”, ho sentito ripetere. Ma quale città? Il Villaggio Mosè che, chiusi i negozi, si trasforma in una strada vuota e malmessa? O Villaseta lasciata all’abbandono?
Eppure i valori esistono davvero — il voto agrigentino lo ha dimostrato — e riguardano proprio il cuore di Agrigento: i suoi tesori più evidenti, ma anche quelli nascosti, la sua storia difficile, la sua capacità di resistere alla povertà — non solo economica. E, tra le risorse, anche quei bravi funzionari pubblici e privati sempre più incapaci perfino di domandarsi se possa esistere qualcosa di diverso dalla rassegnazione.
