di Davide Natale

Cosa impedisce ad Agrigento di essere una città migliore? Chi le ha gettato sopra un sudario che

congela qualsiasi tensione verso la modernità, cosa genera ciò che rende agli occhi di molti dei suoi

cittadini il passato una zavorra, il futuro una chimera? Non è semplice, a me impossibile, trovare

risposte, sebbene appaia sempre più necessario riuscire a farlo.

La prima indiziata, ovviamente, sembra essere la classe politica di cui questa città si è infaustamente

dotata. Questa ha, come noto, determinato l’origine dello scempio, il disastro urbanistico che negli

ultimi decenni del secolo scorso è stato compiuto, impedendole, di fatto, di poter divenire una fra

le capitali del mediterraneo. Sodalizi tra imprenditori e classe dirigente hanno preteso e

imposto, a cascata, decisioni scellerate, in una città priva di qualsiasi criterio non soltanto di buona

urbanistica, ma del più semplice ed elementare buon senso. Il risultato è sotto gli occhi di tutti, e

fin troppo evidente lo stato delle cose: un centro storico in stato di semi abbandono, dove incuria e

automobili invadono ogni via, cortile e antro, che fa da centro geometrico, ma non sociale, a una

decina di quartieri non autosufficienti e tra loro scollegati e, fra questi, la Valle. Tutto ciò ha

generato insopportabili anomalie e determinato complesse e distorte dinamiche di gestione e

tutela del territorio e dei beni archeologici, rendendo altresì complicati e insufficienti elementari

doveri pubblici quali la distribuzione e la qualità dei servizi al cittadino, la corretta distribuzione

idrica, lo smaltimento fognario, la raccolta dei rifiuti, la mobilità, ed ancora la manutenzione

stradale, il decoro urbano, e imponendo così, di fatto, costi elevati e bassa, bassissima, qualità della

vita ai propri abitanti.

Oggi, con l’approssimarsi delle elezioni comunali, come sempre accade, si riaccendono, sebbene

sempre più flebili, gli ardori politici di taluni. Ma nulla di nuovo, risolutivo, veramente innovativo si

scorge. A chi come me sperava che il triste sfacelo in cui versa la città avrebbe generato un moto

d’orgoglio e responsabilità tra i partiti e la classe dirigente tutta, non resta che osservare basiti,

laddove alla necessaria capacità amministrativa si preferiscono le beghe di fazioni potenti che, con

rozza tattica, celano il vuoto di strategie per una città diversa.

Unica vera novità, pienamente politica sebbene non voglia esserlo, è quel che ci giunge da Perugia,

ovvero il pregevole studio urbanistico eseguito da un gruppo di architetti e urbanisti,

coordinato dall’arch. Paolo Lattaioli, per una Agrigento migliore, altra, sostenibile.

Sembra un miracolo, e miracolo non è, ma tale sarebbe se chi si propone alla guida della città, e ciò

indipendentemente dal suo colore politico e dalla sua appartenenza, ne facesse

tesoro, ponendolo come punto nevralgico della propria campagna elettorale e del futuro da

Sindaco della città. Perché qualsiasi programma amministrativo, oggi assente

dall’asfittico dibattito politico in città, che non si occupi di gestione del territorio, rischia di apparire il

solito assalto alla diligenza, gestione del potere che passa dal Palazzo di Città.

Lo studio che da Perugia ci viene proposto sembra rappresentare l’unica, vera, base di partenza, il

solo valido spunto di discussione che andrebbe svolto sulla città e che merita di essere analizzato

puntualmente, discusso, condiviso o meno, emendato o meno, ma comunque conosciuto.

Il resto è storia di mandorlo fiorito, mentre stamane, in una Via Atenea ricca di gente che plaudiva

al passare di gente che danzava vestita in modo improbabile, si misurava la distanza tra l’oggi

e il futuro di Agrigento, tra ciò che siamo e ciò che, avendone paura, potremmo essere.

Di Bac Bac