di Davide Natale

Riaffiora di tanto in tanto, tra le pagine dei giornali locali, qualche notizia relativa al centro storico

di Agrigento, alle sue reali condizioni di fatiscenza, alle sue possibilità di cura e guarigione dai

malanni che lo affliggono, al ruolo che questo potrebbe avere in un futuro prossimo. È di questi

giorni un articolo che riporta, con toni trionfalistici, alcune dichiarazioni dell’attuale assessore al

ramo, Principato: “Questo progetto – riferendosi all’ottenimento di un finanziamento di oltre 5

milione di euro destinati al quartiere di Santa Croce, – insieme a quello di Terravecchia di Girgenti,

rappresenta il motore di un processo di trasformazione profonda, in linea con la visione

dell’Amministrazione Miccichè: un centro storico vivo, attrattivo e funzionale, che torni ad essere

spazio di vita, cultura e comunità.”.

Non so cosa si intenda ‘per vivo, attrattivo e funzionale’ ma, ad ogni modo, mi pare che qualcosa

non torni. Proviamo a far chiarezza.

Il progetto Terravecchia nasce da un accordo originario sottoscritto nel ebbraio 2011, come parte

del programma denominato “Riqualificazione Urbana per alloggi a canone sostenibile nel Comune

di Agrigento.” Cantiere avviato, se male non ricordo, alla fine del 2013, per esser poi interrotto

definitivamente a causa di una serie di vicende più o meno adamantine. Da anni tutto versa in

totale abbandono sebbene più volte si sia sbandierato qualcosa di grandioso. Oggi, luglio 2025,

ben tre lustri dopo, l’asserito ‘motore di un processo di trasformazione profonda’ pare essersi

miseramente spento, da rottamare. Ogni tanto lo si revisiona così come si fa con qualche cimelio

abbandonato in garage, da spolverare e mostrare alla venuta di un ospite gradito, per poi ricoprirlo

nuovamente e sperare che, così, invecchi meglio.

Questo concede lo ‘spunto’, però, per poter affrontare quel che sembra maggiormente rilevante.

Quanto ‘vecchio’ è infatti, oggi, un progetto nato 15 anni addietro? Quanto, all’atto del suo

concepimento è ancora, e non solo urbanisticamente, sostenibile, utile veramente funzionale?

È oramai noto, infatti, come il centro storico di Agrigento, così come moltissimi centri storici

dell’intero territorio nazionale, ha visto nell’ultimo decennio un fiorire straordinario, nonostante la

sua fatiscenza diffusa e il suo abbandono, di strutture alberghiere per la residenza di turisti i quali,

proprio in centro città, vengono a soggiornare. La via Atenea e le vie ad essa immediatamente

prossime divenute, così, luogo di svago serale e notturno che scatenano dinamiche molto

complesse e che prescindono da singoli interventi progettuali.

Tutto questo è noto ed evidente, davvero nulla di nuovo. Ma quanto è governato? Quanto frutto di

un progetto complessivo e non il soltanto precipitato di dinamiche spontanee e contemporanee?

Ciò che, infatti, mi pare evidente è l’assenza di una gestione di processi inesorabilmente avviatisi

anni addietro e che oggi non sono determinati né da un controllo chiaro e tangibile né, tanto

meno, da una visione progettuale complessiva futura.

La trasformazione dei centri storici in luoghi di svago e divertimento, infatti, tende massimamente

a confliggere ovunque con esigenze di tipo residenziale degli abitanti ‘indigeni’ e avvia processi

che, necessariamente, devono essere opportunamente gestiti.

Fra questi, ovviamente, è il tema della mobilità, interna ed esterna allo stesso nucleo storico, che

ne diviene cardine, come l’assenza di quel capitale sociale che costringe coloro i quali in centro

​risiedono stabilmente ad un pendolarismo continuo fra le varie parti di una Agrigento, immensa

per territorio comunale urbanizzato se paragonato al minuto per numero di abitanti (tema, quello

del crollo demografico sommato all’emigrazione dei ragazzi, altrettanto rilevante), ingolfando di

automobili ogni piccolo antro di essa, dal mattino davanti le scuole, alla sera sui marciapiede del

centro. Urbanizzazioni secondarie e poli commerciali ubicati perifericamente costringono, così, a

spostamenti con mezzi privati che trasformano le vie cittadine, in alcuni orari del giorno, in luoghi

infernali.

Sono questi processi oramai difficilmente arginabili e che, pertanto, necessitano di esser

compiutamente governati. Anni addietro, uno studio sulla mobilità urbana, aveva evidenziato parte

di queste dinamiche, ma che fine abbia fatto non è dato sapere.

È notizia di qualche settimana addietro che l’architetto Lattaioli, redattore anni addietro di uno studio

molto puntuale sulla mobilità pedonale meccanizzata in città, dovrebbe tornare nei prossimi mesi

ad Agrigento per approfondire ed eventualmente aggiornare il suo studio di allora. Potrebbe essere

l’occasione per riaprire una discussione che si vorrebbe pubblica e partecipata, un confronto

programmatico libero da qualsivoglia inutile e dannosa appartenenza o, peggio, barricata.

Terravecchia o Santa Croce infatti, puntuali progetti milionari, nulla possono rappresentare se non

inseriti in un contesto ampio, porzioni di una complessiva programmazione del territorio della città

e delle sue complesse dinamiche.

Ultima considerazione: a breve, le elezioni comunali avvieranno i processi che tutti conosciamo. Tra

proclami e promesse tanto si dirà, come sempre si è detto, anche su questo tema. L’augurio è che

davvero qualcuno se ne faccia carico, sappia con competenza e serietà affrontare quanto

necessariamente deve esser affrontato senza nessuna menzogna, nettamente, meritando così,

forse, l’attenzione di tanti.

Di Bac Bac