di Tano Siracusa

Nel 2010, accompagnando il dott. Aldo Lo Curto, ho trascorso una decina di giorni nei quattro villaggi Araweté situati allora sulle sponde di un affluente del fiume Xingu. Quei villaggi non esistono più da quando è stata costruita la diga di Belo Alto, alla cui realizzazione si erano opposte numerose comunità indigene della regione sostenute anche da intellettuali, star internazionali della musica e del cinema.
La popolazione, spega oggi il dott. Aldo Lo Curto, composta da circa cinquecento persone che vivevano di caccia (archi e fucili) e di pesca (piccole canoe e qualche banca a motore), si è spostata dopo la costruzione della diga lungo le sponde del fiume Xingu, dove vive adesso soprattutto di assistenza governativa. Il nuovo contesto ambientale infatti non permette più le tradizionali pratiche per procurarsi il cibo, acquistato adesso nei supermercati della città. A compenso della distruzione del loro territorio gli Araweté hanno ricevuto anche dei motoscafi (sono scomparse le canoe) con cui si recano facilmente ad Altamira, diventata dopo la costruzione della diga la seconda città più violenta del Brasile.
Le nuove abitazioni fornite dallo Stato in muratura, con il tetto di eternit o lamiere sono state presto abbandonate per il caldo. Gli Arawete hanno ricostruito le loro abitazioni tradizionali con materiali vegetali e fango essiccato.
La gestione delle risorse governative ha provocato la proliferazione di ‘capi’ nei villaggi, con tensioni e numerose scissioni all’interno delle comunità, che si sono separate lungo le sponde del fiume Xingu in decine di unità. È questo a grandi linee il quadro tracciato dal dott. Lo Curto, che è stato lo scorso anno in Brasile e si prepara ritornarvi fra qualche mese per svolgere la sua attività di volontariato sanitario.
La fragile cultura di una residua popolazione, già manomessa quindici anni fa dal contatto con le forme della modernità occidentale, dall’imposizione della stanzialità dei villaggi, dalla visione della tv grazie all’utilizzo dei gruppi elettrogeni, sembra destinata a dissolversi del tutto.
Un altro piccolo patrimonio di saperi, di valori, di pratiche sociali, di parole, di simboli, sacrificato al comando della scienza e della tecnica, del Pil, del bisogno e della follia di una crescita materiale illimitata.
Il dott. Lo Curto ricorda che ancora venti anni fa fra gli Araweté, quando si parlava con anziano, si teneva il capo chinato in segno di rispetto.
