di Vittorio Alessandro

Difficile parlare della Sagra del Mandorlo in Fiore senza indispettire gli aficionados.

E gli affezionati sono molti: gli agrigentini le attribuiscono un forte valore identitario, credo con buone ragioni.

Poiché lo spirito della manifestazione supera la città in nome dell’incontro — non dico fra i comuni vicini, ma addirittura fra i popoli — azzardo alcune considerazioni che l’auspicabile riuscita dell’evento renderà forse superflue.

Il costo, innanzitutto: ottocentomila euro. L’assessore comunale ai Grandi Eventi Carmelo Cantone, che è anche il direttore artistico della Sagra, ha spiegato che una manifestazione internazionale così ampiamente partecipata non può che richiedere un simile impegno economico.

Non possiedo le sue competenze amministrative e artistiche, ma ritengo che una somma così rilevante avrebbe potuto sostenere un progetto di più lungo periodo e di maggiore coinvolgimento e sostegno delle realtà culturali locali: un percorso capace di sfociare in tre giorni conclusivi di ospitalità e confronto, piuttosto che compiersi nei previsti otto giorni, i cui appuntamenti rischiano talvolta di apparire ridondanti.

L’informazione. Il programma della Sagra è stato diffuso appena cinque giorni fa, il che difficilmente avrà consentito ai turisti di scegliere Agrigento anche in funzione di questa scadenza.

Parteciperanno certamente i residenti e molti visitatori dalle province vicine: ma è questo il livello di coinvolgimento che si addice a una manifestazione di respiro internazionale?

Infine, i contenuti. Il Mandorlo in Fiore cade quest’anno in un momento di guerra per larga parte del pianeta. Al di là del previsto taglio della “Torta della Pace”, dubito che questo “incontro fra i popoli” preveda momenti di sincera riflessione sulla grave situazione in cui siamo precipitati.

Naturalmente, mi tengo pronto ad essere smentito dai fatti.

Di Bac Bac