di Vincenzo Zelo Miceli

Ci sono poeti che riescono ad attivare il mistero della comunione, usano parole che ci sono care, suonano alcuni fiati che ci pare di avere sentito in un tempo dimenticato. Una vicinanza umana mi ha colto mentre leggevo 100 poesie, la nuova raccolta della poetessa palermitana Franca Alaimo, edita da Pequod.

Franca Alaimo esordisce nel 1991 con Impossibile luna (Antigruppo siciliano) e dopo svariate sillogi e riconoscimenti arriva a oggi con questa raccolta.

100 poesie è composta da versi che navigano seguendo le rotte della bellezza per smarrirsi, attraverso questa, nella ricerca di Dio.

Nell’opera di Alaimo, la parola ha un ruolo importante ma è spesso pervasa da un senso di impotenza.

Come il presentimento divino può essere scrutato nelle cose della natura per un fugace rapimento estatico, così la parola tenta il volo verso una verità assoluta ma si schianta nella sua pronuncia concreta, in una lallazione lontana dalla parola creativa di Dio, come viene magnificamente detto nei versi “Ho sentito il fiore,/ con le dita, con gli occhi,/ l’olfatto, ma non so dirlo./ Tutte le parole accartocciate./ Quella breve distanza/ così incolmabile/ tra l’indice di Dio/ e quello di Adamo.

In 100 poesie, la contemplazione della natura avviene spesso nel limite di un vaso, la meraviglia dei colori sboccia in un contesto privato e domestico, coi fiori che ci sono perché seminati su un balcone o in un giardino. La natura pare più selvaggia, senza limiti, quando Franca Alaimo la immagina con la morte, come recita nei versi “[…]E che l’anima mia migrando/ nel suo cuore selvatico/ imparasse finalmente a respirare/ il canto misterioso del bosco/ e la purezza della neve.

Ad accompagnare la voglia di stupore e di presenza divina, si affianca per tutta l’opera lo spettro della vecchiaia, che insieme al dolore fisico smorza col veleno della paura gli slanci desiderati dallo spirito (Non ha più la geometria di un giglio/ né la gloria vermiglia di un papavero/ questo corpo che cova da stagioni/ l’oscura agonia della paura./ L’albero della colonna vertebrale/ s’ingemma soltanto di dolori,/ l’anima grigia somiglia/ ad una nuvola invernale.)

Così come il vaso o come il corpo, lo stare delle cose nel tempo delimita e appesantisce l’esistenza, la porta al peso della materia.

Sullo sfondo, Palermo sbiadisce mai pronunciata, le uniche coordinate geografiche sono via D’Azeglio e una componimento che il titolo ambienta ad Agrigento.

Da tutto questo la poesia, che cerca di far volare lo struzzo, si salva sempre come un balsamo, non un antidolorifico ma un elisir curativo, un nutriente necessario, per quanto ancorato al peso del nostro fiato di uomini.

Alla fine conta la necessità di esistere e anche questa è la lezione degli anni, lasciata all’ultima delle cento poesie: “che conta solo lo stare al mondo,/ alzarsi vivi ogni mattina,/ ubbidire al passo delle ore,/ e lasciare che ogni cosa sia […]”

E noi lasciamo anche che sia la mano dei poeti a stringere la nostra quando sentiamo la necessità di essere un po’ meno soli.

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Immagine: La conca d’oro di Francesco Lojacono

Di Bac Bac