di Vito Bianco

Kafkiano

Tutti ricordano quella frase di Borges secondo la quale ogni grande scrittore inventa, o crea, i suoi precursori. Franz Kafka avrebbe inventato, o reinventato Hawthorne e Melville, scrittori kafkiani prima di Kafka. Se Wakefield, protagonista dell’omonimo racconto di Hawthorne, l’avesse scritto l’autore praghese, il commesso viaggiatore non sarebbe mai tornato dalla moglie, afferma lo scrittore argentino. Mi chiedo però se il ritorno dell’uomo sia un finale meno kafkiano del mancato ritorno. Forse lo è di più. E in questa prospettiva dovremo mettere sul tavolo l’ipotesi che siano stati Hawthorne e Melville e “l’uomo del sottosuolo” a creare (inventare) Kafka. Ma a questo punto dovremmo prendere in considerazione l’idea che Kafka non sia uno scrittore ma una “funzione”, ovvero una potenzialità o una macchina capace di generare una sensibilità poetica riassunta in un aggettivo: “kafkiano”. Questo in fondo significa kafkiano: una possibilità imprevista, un rovesciamento, il pericolo che si respira insieme all’aria. Se Kafka non fosse mai nato lo avrebbe di sicuro fatto esistere – inventato – Borges, che di lui qualcosa ha tradotto, alla sua maniera, creativamente, proiettando senza volerlo il dispetto di non essere stato lui l’autore di quelle pagine. Lo avrebbe inventato e gli avrebbe attribuito proprio le opere che ha fatto in tempo a scrivere e a non distruggere. Io non sono abbastanza kafkiano per te, scrive all’incirca Franz al padre, di cui di sicuro esagerava la terribilità per ragioni eminentemente letterarie. Voleva solo fargli sapere che lui non era della sua razza, fatta di gente sana e concreta. Può anche darsi che fosse vero. Di certo c’è che la sua fragile resistenza era destinata a sfidare i secoli. “Nella lotta tra te e il mondo, asseconda il mondo”.

L’uomo nudo

Disse Milena a Max Brod, amico, primo biografo e santificatore, che Franz era come un uomo nudo in mezzo a una folla di gente vestita. Gli disse anche che era capace di tormentarsi per una banale decisione, per esempio quale sportello scegliere in un ufficio postale. Sulle tattiche dilatorie nel corso dei leggendari fidanzamenti c’è tutta una letteratura, la sua, e viene il sospetto che i fidanzamenti non fossero altro che il pretesto per scrivere quella straordinarie lettere che da sole sarebbero bastate a meritargli un posto fisso nelle storie della letteratura europea. Le fidanzate sono in realtà le coprotagoniste di romanzi epistolari nei quali a brillare è soprattutto la scrittura; o meglio, la storia di uno scrittore che prova ad avere con il mondo relazioni normali ma è più o meno segretamente convinto che per continuare a scrivere sia necessario restare solo. Il basso continuo delle tormentate e illuminanti lettere dell’impiegato Kafka è la disperazione; la disperazione tragicomica di un uomo che intuisce di essere chiamato a compiere una missione (diventare l’emblema letterario del Novecento) ma qualcosa in lui inclina a una vita ordinaria. Alla fine proverà a tenere assieme l’amore e la scrittura (convivenza berlinese con Dora Diamant) ma la tubercolosi mettererà anticipatamente fine all’esperimento.

Realismo

Ancora dopo un secolo qualcuno lo definisce “metafisico” o si mette alla ricerca di simboli o allegorie da decifrare. Anche l’aggettivo “visionario” appare consumato dal troppo uso. E poi, quale scrittore non è visionario? Per scrivere bisogna avere le visioni, immaginare cose che non ci sono credendole realmente accadute. Quindi forse è il caso di cominciare a parlare di lui come di uno scrittore realista, o iper realista, l’uomo nudo di cui parlava Milena che mette in scena il doloroso smarrimento di altri uomini nudi e si chiede angosciato come si possa continuare a vivere in un mondo disincantato e spoglio dove ci si può trasformare in insetto senza suscitare eccessivo scandalo. (Insetti, talpe, cani, scimmie…il bestiario kafkiano è affollato, ma sono animali che abitano il nostro stesso deserto e ci somigliano). Kafka è l’amanuense notturno che trascrive per quelli che verranno i segni e i sintomi di una realtà diventata incomprensibile, oscura, ingannevole. La scrittura come una preghiera; la letterarura come sola forma della trascendenza.

Lo scherzo

Kafka è un inventore di forme. Si forgia i suoi strumenti perché quelli della tradizione non sono abbastanza acuminati. E ognuna di queste forme (aforisma, lettera, diario, micronarrazione) può tranqullame rompere i propri confini per trapassare in un’altra. Nelle sue mani la letteratura diventa scrittura totale che si insinua in ogni piega della vita, una vita al servizio della scrittura: “Non sono altro che letteratura”. Eppure quest’uomo che sembra sbucato dal nulla ha dei precedenti, come abbiamo visto, e quel che possiamo chiederci è se sarebbe diventato quello che conosciamo senza di loro. Ma cosa è diventato? Uno scritttore taoista cecoslovacco che scrive un tedesco di burocratica precisione, la stessa lingua che usava per redigere i suoi dettagliati rapporti sugli infortuni dei lavoratori. Kafka somiglia a un Bartleby resuscitato. Oppure potremmo dire che ne ha raccolto il testimone grazie a una seduta spiritica. L’umanità senza scampo che suscitava un’esclamazione di compassione nel narratore di quella strana vicenda (o era lo stesso Bartleby?) ha trovato un testimone all’altezza del compito; leggendolo si sorride (lui rideva leggendosi ad alta voce per gli amici), si prova paura e ci si vergogna come il predestinato del Processo (“e fu come se la vergogna dovesse sopravvivergli”). Ma ormai dovremmo saperlo che è il solito scherzo: “ci aggrappiamo al mondo, poi ci lamentiamo se è il mondo ad aggrapparsi a noi”.

Di Bac Bac