Le case del popolo comparvero negli ultimi decenni dell’800 nei paesi europei più industrializzati e rappresentarono un fenomeno rilevante che accompagnò la nascita e lo sviluppo del movimento socialista. Si tratta di spazi fisici, spesso costruiti appositamente da cooperative di lavoratori, a disposizione delle comunità locali per scopi molteplici, che esprimevano i bisogni associativi delle classi subalterne, nel momento in cui si affacciavano alla ribalta della storia in cerca di una propria rappresentanza istituzionale.

La loro funzione fu anzitutto di carattere mutualistico, assistenziale e sociale; poi, furono anche centri di attività ricreativa e culturale (avevano spesso una sala lettura e una osteria); infine furono sedi di attività sindacale e politica. Erano frequentate da operai, braccianti, artigiani, muratori, disoccupati, mezzadri, affittuari, bottegai, pescatori con un orientamento politico socialista o anarchico. La casa del popolo voleva rappresentare un momento di socializzazione basato sull’uguaglianza delle persone, sulla solidarietà umana e sugli ideali socialisti, per esaltare il valore della comunità, dell’agire collettivo, della cooperazione, del bene comune. Insomma, un microcosmo che in sé conteneva la speranza di una società futura più giusta e del nuovo uomo socialista.
La prima casa del popolo di cui si ha notizia in Italia è stata fondata l’8 settembre 1893 a Reggio Emilia in occasione del secondo congresso del Partito Socialista.
Naturalmente, attecchirono di più là dove, grazie ai fenomeni di industrializzazione, maggiore era la concentrazione dei proletari, più forte lo spirito di comunità ed era sentita l’esigenza di una organizzazione collettiva. Pertanto, in Italia furono un fenomeno diffuso soprattutto nelle zone del nord, in particolare in Emilia e Toscana, ma qualcuna venne creata anche in Sicilia ai tempi del movimento dei fasci e, nel secondo dopoguerra, grazie alla organizzazione del partito comunista. Un esempio sono state le case del popolo di Corleone, fondata dal socialista Bernardino Verro e quelle di Piana degli Albanesi e di Raffadali fondate dai comunisti.

(Casa del popolo nei pressi di Firenze nel secolo scorso)

La casa del popolo di Raffadali

Raccontare le vicende di una di casa del popolo, è come avvicinarsi ad un caleidoscopio di varia umanità: un intreccio di storie, fatti e vicissitudini condivise, quando ancora la socialità non era vissuta su Facebook o Tik Tok, ma implicava la presenza fisica.
La casa del popolo di Raffadali nasce alla fine degli anni ‘60 in un grande caseggiato situato nel cuore della città, esteso su quattro livelli, con due ingressi, acquistato da una fondazione riconducibile al Partito Comunista. Il piano terra, con ingresso in via Marconi, si sviluppa in un grande salone per i congressi di partito. L’ingresso principale di piazza Cesare Sessa immette in un ampio soggiorno adibito a sala lettura; a seguire un salone per le riunioni ordinarie, utilizzato anche come sala TV e per la proiezione dei film per i cineforum organizzati dall’Arci. Al primo piano, accanto alla direzione della sezione del Partito Comunista, uno spazio per i giochi con una sala per il ping-pong. All’ultimo piano la sede della FGCI e una stanza che negli anni ‘70, al momento della nascita delle radio libere, verrà occupata da Radio Popolare Raffadali. Non manca un piccolo terrazzo con vista sui tetti della città vecchia e all’interno un giardino di aranci e limoni che spandevano nei mesi di primavera un forte odore di zagara. Le pareti erano piene di manifesti di propaganda del partito comunista e, cosa più pregevole, da venti pannelli rigidi che ripercorrevano le principali tappe della resistenza antifascista e delle lotte del movimento operaio nel secondo dopoguerra.

L’organizzazione e il finanziamento
Il bilancio della casa del popolo, di cui si occupava in qualità di tesoriere quel galantuomo di Giovanni Imbordino (ottimo sarto, nonché dirigente di partito e consigliere comunale), di fatto era un tutt’uno con quello della sezione Cesare Sessa del partito comunista. Le spese di gestione erano coperte in parte dal tesseramento del partito. Allora non c’erano tesseramenti in blocco di carattere correntizio, né reclutamenti di peones utili per i congressi politici, ma ognuno si pagava orgogliosamente la sua tessera personale. Ai fondi del tesseramento si aggiungevano i contributi dei consiglieri comunali, degli assessori e del sindaco. La regola voleva che i consiglieri lasciassero al partito i gettoni di presenza e gli amministratori dessero un contributo più consistente. Ma Totò Di Benedetto, finché fu sindaco, lascio per intero la sua indennità al partito. Inoltre, in occasione delle varie elezioni, anche gli scrutatori -nominati quasi tutti dal partito- rinunciavano alla loro diaria a favore della cassa della sezione. Altri fondi provenivano dallo svolgimento della festa dell’unità, grazie ai contributi volontari dei partecipanti e ai ricavi dei servizi di ristorazione svolti, come da tradizione, gratuitamente dai compagni che partecipavano all’organizzazione. Non mancavano, poi, raccolte di fondi ad hoc in occasione delle varie campagne elettorali. Insomma, se è vero che in quel periodo il PCI utilizzava ancora finanziamenti provenienti dall’Unione Sovietica, di certo questi non arrivarono ai compagni di Raffadali, che si fecero carico con le loro risorse di tutte le attività della casa del popolo. Al bilancio, curato sempre dall’ineffabile Giovanni Imbordino, veniva poi data la massima trasparenza con l’affissione del rendiconto nella sala lettura.

La funzione mutualistica e assistenziale
Specularmente a quando avveniva nelle sagrestie delle parrocchie, soprattutto per i cattolici di osservanza politica democristiana, la casa del popolo aveva una funzione assistenziale che si manifestava in vari modi. Si organizzava la colletta per il compagno bisognoso che doveva pagarsi il biglietto del treno per emigrare al nord o all’estero, o per pagarsi le cure mediche; si cercava un lavoro per chi era disoccupato; si dava il riferimento del compagno avvocato o di altro professionista di cui si necessitava. A volte si contattavano le sezioni comuniste del nord per informazioni utili a chi si trasferiva dal sud: dove alloggiare, chi contattare in caso di bisogno, come trovare l’ufficio, la fabbrica o la casa di cura che interessavano. Era questo un servizio particolarmente gradito dalla povera gente, spesso poco istruita, che era costretta a lasciare il proprio paesino per recarsi nelle grandi città del nord, senza avere alcun riferimento e con un senso di spaesamento e inadeguatezza terribili. Poter contare sui compagni della sezione comunista di Torino, Bologna o Milano era un grande conforto. Dava l’idea a quei diseredati di far parte di una grande famiglia capace di accoglierli ed aiutarli anche lontano dalla loro casa.

(Raffadali, Piazza Carmelo – a sinistra si intravede la casa del popolo)

Il centro ricreativo e culturale
Il cuore della casa del popolo era costituito dalla sala lettura e conversazione situata proprio all’ingresso del piano Carmelo. Nel muro di fronte all’ingresso, in alto, un ritratto in bianco e nero della figura austera di Cesare Sessa, alle pareti una mostra che ricordava il cammino di lotte per lo statuto autonomistico siciliano, al centro un enorme tavolo-emeroteca con le riviste di partito. Naturalmente non potevano mancare l’Unità e il mensile Rinascita, fondato da Togliatti, ma si trovavano anche il settimanale Giorni-Vie Nuove e il quotidiano L’Ora che, però, essendo un giornale stampato il pomeriggio, arrivava a Raffadali il giorno dopo con la corriera proveniente da Palermo. Quindi le notizie dell’Ora erano un po’ datate, ma il giornale era comunque prezioso per la qualità delle sue inchieste, per il valore delle sue pagine culturali e per le sue battaglie di impegno civile e antimafioso. Era anche molto gradito, soprattutto dai più giovani, per le sue pagine dedicate alle arti grafiche e ai fumetti, in particolare per la striscia quotidiana dedicata a Sturmtruppen di Bonvi. Era questo il luogo in cui si discuteva della linea del partito, dell’attualità politica dei fatti salienti della cittadina. A tenere le redini della discussione due figure tra loro molto diverse: Peppe Cuffaro (’ntisu Guanà) e Alfonso Sacco. Accanto a loro tanti altri protagonisti di cui mi limiterò a citarne alcuni che sono più vivi nei miei ricordi.

Peppe Guanà
Peppe Guanà, impiegato della prefettura, piccolo di statura, di forma rotonda, occhi vivi e spiccato senso dell’umorismo, stava perennemente con una sigaretta accesa, tanto che i denti e le dita indice e anulare della mano destra, con cui reggeva le sigarette, erano diventati di colore marrone per il continuo contatto con la nicotina. Fumava le alfa senza filtro che comprava a stecche intere, visto il consumo esagerato che ne faceva. Era aduso a fumare senza soluzione di continuità, accendendo la sigaretta successiva con il mozzicone quasi spento della sigaretta precedente. Osservava un rituale preciso nell’aprire il pacchetto nuovo. Dal momento che le alfa non avevano un pacchetto di cartoncino, aveva escogitato un sistema semplice per evitare che le sigarette si spezzassero in tasca: aperto il pacchetto, estraeva da un piccolo cofanetto due graffette lunghe e le inseriva ai lati per dare rigidità alla confezione. Peppe Guanà amava discutere di politica con i compagni, ma spesso e volentieri divagava nel cazzeggio e si dilettava a raccontare l’origine dei soprannomi – a ‘ngiuria – e la storia delle famiglie del paese di cui aveva una conoscenza enciclopedica.
Da persona intelligente e arguta aveva inventato un modo particolare per prendere in giro la gente che non gli garbava: parlava invertendo le sillabe delle parole, dimostrando una straordinaria memoria fotografica che gli consentiva di vedere le parole e scomporle istantaneamente prima di pronunciarle al contrario, dimodoché l’interlocutore non era capace di cogliere il senso e lo sberleffo contenuto nei suoi ragionamenti. La sua vittima preferita era Salvatore Russo, l’addetto che curava l’apertura e la chiusura della casa del popolo, un buon compagno che ogni tanto eccedeva in rigore. Quando gli faceva perdere la pazienza, si rivolgeva a Totoneddru, un ragazzo down che era la mascotte del circolo, con aria burbera declamando: ddruritu ssuru nasciri si machia che non voleva dire altro, invertendo le sillabe, che “Turiddru Russu riscina si chiama”, essendo la riscina l’erba infestante che colpisce i campi di frumento. Ovviamente, alle risa dei molti che conoscevano il gioco, faceva da contrappunto la faccia perplessa del povero Salvatore Russo, all’oscuro del marchingegno letterario del Guanà.

Alfonso Sacco
Di diverso tenore la figura di Alfonso Sacco, molto simile nell’aspetto fisico al Guanà quanto diverso per temperamento e sobrietà di comportamenti. Era uno dei fratelli della famosa “Banda Sacco” alla cui storia Andrea Camilleri ha dedicato un libro commovente. Faceva parte di una famiglia con sei fratelli, figli di Luigi, un onesto lavoratore che fece crescere i propri figli educandoli agli ideali socialisti. Valori questi che costeranno cari nel tempo, in seguito all’avvento del regime fascista. Prima del fascismo, però, arrivò lo scontro della famiglia Sacco con la mafia. I Sacco non si sottomisero ai soprusi e alle violenze dei malavitosi, diventando un bersaglio della mafia, che farà in modo di attribuire loro le colpe di furti e delitti avvenuti in paese ma commessi da altri. I mafiosi arriveranno anche a dare alle fiamme le loro proprietà e, poi, non riuscendo a piegarne la resistenza, ad uccidere con la lupara il padre anziano e altri familiari.
I Sacco reagirono uccidendo diversi capi-mafia e seminando il terrore tra gli uomini di malaffare del paese. Così passarono da oneste persone a delinquenti latitanti. L’arrivo in Sicilia del prefetto Cesare Mori, mandato per ordine di Mussolini a sconfiggere la mafia, non migliora certo le cose. I Sacco, anche se sono antimafiosi, sono comunque socialisti e, di conseguenza, sono pericolosi e vanno in ogni modo sconfitti. Il prefetto li definisce la “Banda Sacco” e le sue forze speciali riusciranno a catturare i fratelli Sacco con un vile agguato, favorito da un traditore, crivellandoli barbaramente di colpi di mitra dopo che si erano arresi. Verranno processati per una serie di reati che, in realtà, non avevano commesso e condannati all’ergastolo. In carcere Alfonso Sacco ha la fortuna di incontrare l’avvocato comunista Umberto Terracini a cui racconta la storia della sua famiglia, ricevendo ascolto e comprensione. Dopo la liberazione, Terracini, che da presidente dell’assemblea costituente firmò la nostra carta costituzionale, si ricorderà dei Sacco e si attiverà in modo determinante per la concessione della grazia ai fratelli ancora in carcere. In quell’occasione il partito comunista di Raffadali promosse una petizione popolare per la scarcerazione dei fratelli Sacco che supererà le 5.000 firme: praticamente, ad eccezione dei bambini e dei mafiosi, tutti i raffadalesi chiesero la grazia per la “Banda Sacco”, non lasciandosi intimidire dalla mafia. Una pagina di lotta civile e antimafiosa che costituisce motivo di orgoglio per la Raffadali migliore.
Alfonso Sacco passava interi pomeriggi alla casa del popolo a leggere l’Unità e Rinascita. La sua fede comunista e il senso di gratitudine verso il partito erano infiniti. Leggeva e discuteva con calma, toni pacati e un’infinita pazienza, spiegando le politiche del partito e appassionandosi nel confronto con i compagni. Aveva lo sguardo profondo, parlava con proprietà di linguaggio e modi cortesi, ma lasciava trasparire dal suo volto una malinconia infinita, a impronta perenne del male che aveva attraversato la sua vita.

Salvatore Gambino, alias Turiddru Carduni
Turiddru Gamminu, un contadino con i calli alle mani e la pelle abbrunata dal sole, ben rappresentava quella classe di proletari che aveva partecipato alle lotte contadine. Era un tipo ruspante e coraggioso nell’avanzare nell’agone politico critiche che altri evitavano di palesare, salvo poi farne oggetto di tanti pettegolezzi. Contestava spesso e volentieri, in modo accalorato, il gruppo dirigente di partito nel corso delle riunioni di sezione. In particolare, non mancava di rinfacciare, nel suo linguaggio dialettale colorito e focoso, i dirigenti amministrativi che avevano utilizzato la loro carica per sistemare qualche familiare nell’organigramma comunale: vi sitimastivu tutti li muglieri e li parenti, ammeci di pinsari a li compagni e o populu: pugnu di sdisonesti. Le osservazioni, sgrammaticate nella sintassi e nella dialettica politica, ovviamente, erano malsopportate dai papaveri della sezione che spesso lo interrompevano e gli impedivano di continuare i suoi sfoghi. Ma Turiddru non si scoraggiava, non demordeva e pretendeva di intervenire ad ogni riunione per far sentire le sue lamentele sulle cose che non andavano nel partito. Faceva parte della vecchia guardia, quella cresciuta con il mito di Stalin e dell’Unione Sovietica patria del socialismo realizzato, mitizzata da tante canzoni politiche. Ricordava sembre il ritornello “e noi faremo come la Russia, chi non lavora, non mangerà “. E questo legame ombelicale con il mondo sovietico si fece sentire in occasione delle manifestazioni organizzate dal movimento pacifista contro le installazioni degli euromissili nucleari nella base militare di Comiso. Alla casa del popolo si preparava la manifestazione scrivendo striscioni contro i missili e discutendo del pericolo della guerra nucleare. Assistendo alla discussione, Turiddru, come suo solito, non riusciva a trattenere la voglia di polemizzare. Ad un certo punto si alzò dalla sua sedia, si avvicinò ad un capannello di compagni che osservava uno striscione con la scritta “No ai missili Pershing”, con le mani si apri un varco facendosi largo tra due di loro e sarcastico esclamo: “ma chi anna fari l’americani cu sti persichi. I compagni sovietici hanno partualli di sta manera” concludendo con l’indice e il pollice delle due mani ad indicare una grande circonferenza.
Il compagno cercava di magnificare la potenza delle armi sovietiche paragonandole alle arance della varietà “Portogallo”, tra le più grandi per dimensioni tra gli agrumi. Il povero Turiddru, però, nella sua appassionata difesa delle ragioni del mondo socialista, non aveva considerato un fatto semplice: se mai quei partualli fossero stati lanciati dai sovietici, non avrebbero colpito solo gli americani, ma anche le nostre teste.

(Domenico Tuttolomondo – Mimu Gravuni- dirigente sindacale del secondo dopoguerra)

Pietro Plano
Petru Planu era il municipio in persona. Dirigente dell’ufficio di stato civile, si occupava del rilascio delle carte d’identità e dei certificati anagrafici e di stato civile, di cui allora si faceva un larghissimo uso. Il suo ufficio era un fiore all’occhiello dell’amministrazione comunista, capace com’era di rilasciare documenti e certificati a vista, mentre altri comuni richiedevano giorni di attesa. In virtù del suo lavoro conosceva tutte le famiglie del paese e i loro intrecci parentali fino alla terza-quarta generazione. Veniva alla casa del popolo soprattutto per dedicarsi al gioco della briscola in cinque, che per la sezione di Raffadali era un po’ come il gioco degli scacchi per le sezioni dell’Unione Sovietica. Un gioco fatto non solo di fortuna ma, soprattutto, della capacità di giocare bene le proprie carte e di individuare in base al tipo di giocata – briscola, punti, liscio, carico – i compagni di cordata e anche i furbi che cercano di fare il doppiogioco. Petru era uno di quelli che si dedicavano quasi giornalmente a questa palestra intellettuale. La casa del popolo era diventata il luogo d’elezione dei suoi pomeriggi, ma anche una sorta di secondo ufficio. Non di rado veniva raggiunto da cittadini che avevano urgenza di partire (spesso per cattive notizie provenienti dai parenti emigrati, come in caso di morte o malattia grave di un congiunto) senza avere il documento in regola. Fossero compagni o meno, Petru non si negava a nessuno. Di fronte al bisogno delle persone, abbandonava il gioco e a qualsiasi ora si recava in municipio, di cui aveva le chiavi, per provvedere al rilascio immediato dei documenti richiesti. Era il beniamino di tutto il paese.

Paolo Muzzicuni
Paolino Morso, come venne affettuosamente ribattezzato da Peppe Guanà, era un impiegato comunale e trascorreva il tempo libero recandosi in campagna con un mulo alto e possente, che lui cavalcava per gli spostamenti come se fosse una fuoriserie. Quando era stanco della campagna, riparava alla casa del popolo. Era stato soldato nella disastrosa spedizione in Russia e non finiva mai di raccontare le giornate terribili di quella disfatta. Il freddo, il gelo, le mani e i piedi giacciati, le truppe allo sbando, la ritirata disastrosa e il fortunato incontro con una famiglia russa che, nonostante lui fosse il nemico di un esercito invasore, decise di ospitarlo e nasconderlo fino alla fine della guerra. Anni di dieta a base di patate e patate, quando c’erano, ma la vita era salva. Il suo racconto, comunque, non era fatto solo di stenti, privazioni, sofferenze e paure, ma soprattutto dell’avvenenza e della disponibilità delle donne russe che lui, stando alla narrazione, avrebbe abbondantemente apprezzato. Ovviamente, non mancavano, dietro puntuale sollecitazione di Peppe Guanà, le descrizioni particolareggiate dei costumi intimi delle compagne sovietiche.

Salvatore Russo
Turiddru Russu era il padre-padrone della casa del popolo. Era il factotum: apriva e chiudeva la sezione, faceva le pulizie, le piccole manutenzioni, allestiva le sale per le riunioni, distribuiva i giornali anche al domicilio dei compagni abbonati, curava e aggiornava quotidianamente la bacheca dell’Unità in piazza (allora, nell’era pre-internet, i giornali erano solo di carta e chi non aveva i mezzi per comprarli si accontentava di leggerli nelle bacheche pubbliche, quando c’erano).
Amava molto curare il giardino di aranci, limoni e mandarini e, con grande senso di equità, al tempo della maturazione dei frutti distribuiva a tutti, dirigenti e semplici compagni (quasi a ribadire la natura collettiva di quel bene), una confezione variegata di agrumi. E si arrabbiava parecchio se qualcuno furbescamente cercava di accaparrarsi qualche sacchetto in più.
Russo si occupava anche di recapitare a casa le convocazioni per le riunioni del direttivo del partito e dei consiglieri comunali. In quella piccola repubblica sovietica che era Raffadali, a quei tempi c’era una perfetta sovrapposizione tra il partito comunista e gli organi deliberativi comunali. Il partito aveva un consenso di oltre il 60% degli elettori e comunisti erano 20 consiglieri comunali su 30. Le decisioni di fatto venivano prese alla casa del popolo in una riunione congiunta tra il direttivo della sezione e i consiglieri, chiamata appunto preconsiglio. Poi, si andava in consiglio comunale per ratificare quando il partito aveva deciso. Era Russo che garantiva la riservatezza di quelle discussioni, impedendo fermamente a chiunque non fosse invitato di entrare in sala riunioni.
Governava quel piccolo regno con mano ferma ed era incessantemente presente, dalla mattina alla sera, anche a Natale e a Capodanno: la casa del popolo era sempre aperta. Veniva remunerato con pochi soldi, qualche centinaio di migliaia di lire (un terzo o un quarto dello stipendio di un operaio di allora), ma a lui, oramai pensionato, erano sufficienti, perché il partito era la sua passione.
Metteva tanto zelo nel suo lavoro, a volte anche troppo, come quando pretendeva di decidere gli orari di accensione della TV, scontrandosi con i ragazzi. Allora arrivavano puntuali gli sberleffi di Peppe Guanà.

Oggi quella casa del popolo non c’è più. O meglio, esiste ancora l’edificio, invero molto malandato, ora parzialmente adibito a sezione del Partito Democratico, perlopiù chiuso e raramente frequentato da uno sparuto gruppo di vecchi compagni. Quello che manca è quel patrimonio di umanità e di passione politica che l’ha animata negli anni migliori. Quella comunità di persone che ha sognato e lottato per un mondo diverso – più giusto, più razionale, più bello da vivere -, mettendo in comune idealità, affetti e forse anche la ricerca della felicità. Un segno dei tempi, che giustifica una sempre più marcata “retrotopia” che, come ha spiegato il sociologo Zygmunt Bauman, è l’inverso dell’utopia. Cioè, un’utopia rivolta all’indietro, che colloca nel tempo passato – e non più in un futuro dalle magnifiche sorti e progressive – l’immaginazione di una società migliore.