di Tano Siracusa

Paul Gauguin, 1888

La lunga serie di opere cinematografiche ispirate alla vita e alla morte di Van Gogh si è arricchita negli ultimi anni di due lavori fra loro molto diversi, l’ipnotico film di animazione “Loving Vincent” e ” Sulla soglia dell’eternità” di Julian Schnabel. Diverse nel linguaggio le due opere convergono nel proprorre una versione diversa da quella consegnata alla storia e alla leggenda della morte del pittore olandese. Entrambi i film si ispirano alla biografia “Van Gogh: The Life”, scritta da Steven Naifeh e Gregory White Smith, già vincitori di un premio Pulitzer e pubblicata nel 2011. In quest’opera i due studiosi sostengono che Van Gogh non si sarebbe suicidato ma sarebbe stato ucciso da un ragazzo del posto, Auvers sur Oise, dove Van Gogh aveva raggiunto il dott. Gachet poco dopo aver lasciato il manicomio di St. Remis.

Purtroppo la monumentale biografia non ha finora avuto traduzioni neppure in francese e spagnolo, ma alla sua uscita la direzione del Museo Van Gogh di Amsterdam si è affrettata a dichiarare che la tesi dei due illustri accademici americani era vecchia e priva di fondamento.

In qualunque modo sia finita l’esistenza di Van Gogh, la sua opera rimane identica a se stessa. Ciò che può cambiare o vacillare è il mito dell’artista maledetto, che non poco, soprattutto nel secondo dopoguerra, ha contribuito ad alimentare il culto di un pittore il cui fallimento esistenziale è parte integrante dell’ icona contemporanea, di un grande e lucroso prodotto di consumo. Il genio, se pazzo e suicida, è un più sicuro investimento.

C’è solo da augurarsi che nei nuovi testi per le scuole, nei manuali di storia dell’arte, si informino docenti e studenti che sulla fine del pittore olandese (come del resto sulla sua ‘follia’) esistono fra gli studiosi opinioni diverse. Raramente come in questo caso i fatti non esistono ma solo la loro postuma ricostruzione sulla base della documentazione disponibile, come pare avvenga in “Van Gogh: The Life”.

Altra cosa naturalmente sono i racconti. In questo racconto, pubblicato in una versione un po’ più lunga su Suddovest prima dell’uscita dei due film, un’ immaginaria ma non inverosimile ricostruzione di quel 27 luglio del 1890 a Auvers sur Oise.

1
Socchiudendo le pupille Vincent guardò oltre la finestra con la lenta, sospettosa curiosità di chi non ricorda nulla della sera prima e non sa dove si trovi. Vide un gatto che dormiva sopra una sedia, invidiava quegli animali inaffidabili, esclusivamente occupati nella ricerca di una loro incomprensibile soddisfazione.  Eppure, come per i gatti, anche il suo tempo non apparteneva a quello condiviso degli orologi, alle suescansioni almeno in parte regolate sul ciclo biologico, sulla fame, sul bisogno di dormire.  Spesso in piena notte scriveva o mangiava, a volte dipingeva.  

Si era da poco svegliato in una stanza che non riconosceva, su un letto a una piazza e mezzo dove aveva dormito a lungo. Forse aveva anche sognato. Gli sembrava di avere trascorso un’enormità di tempo a dormire scivolando su un mondo appiattito, una sconfinata superficie dove formicolava una luce verde o su vuote pareti dai colori smaltati, blu cobalto, ocra, arancio, azzurro oltremare, e quel rosso fiammeggiante, metallico, che sarebbe  piaciuto al francese pensò all’improvviso, accorgendosi della luce che filtrava dall’unica finestra. Nel sonno o nel sogno aveva udito le voci che di nuovo soffiavano nelle sue orecchie gli insulti, le calunnie.

Su un tavolo accanto alla finestra c’era una Bibbia, una bacinella, una caraffa di vetro piena a metà d’acqua e la sua pipa. Alle pareti erano appesi dei quadri di paesaggio alla maniera di Corot e il ritratto di una ragazza seduta, che fingeva di  sorridere stupidamente verso il fotografo. 

V. guardò di nuovo fuori, il cielo che schiariva sopra i tetti delle case basse, il campanile della chiesa st. Antoine che sembrava leggermente inclinato verso destra. Solo allora cominciò a ricordare della lettera che voleva scrivere o aveva cominciato a scrivere al pittore francese.

Cominciò a ricordare. Certo, la ragazza della fotografia era Marianne, forse prima di addormentarsi avevano fatto l’amore e prima aveva scritto qualcosa, aveva scritto a Paul, ma era successo molto prima, era da solo. Il piccolo specchio appeso accanto alla finestra incorniciò i suoi occhi azzurri, i solchi profondi  delle rughe  attorno  alla corta barba in fiamme e sulla fronte sporgente. Sorrise osservando ancora una volta incredulo i suoi denti guasti.

Si ricordò di Marianne e  delle altre ragazze che bevevano vino e assenzio, e che anche lui aveva bevuto come non faceva da due anni, da quel Natale  di due anni prima quando tutto si era guastato; e prima che l’onda nera della nausea lo sommergesse aveva cantato e urlato, aveva pianto di felicità abbracciando la vecchia Hèlene, i piedi nudi di Giselle, un ussaro con degli enormi baffi impomatati che sembrava di legno. Aveva immerso il suo sesso in un vulcano spento, poi forse in un denso fiume dove si era addormentato. Si ricordò di Marianne, i suoi capelli crespi e arruffati, da negra, come una nuvola minacciosa e di un diavolo che le stava seduto accanto vestito di grigio che martellava il pianoforte, mentre qualcuno gli diceva di conoscere bene Theo, guarirà presto, è un bravo ragazzo diceva.   

La fotografia somigliava poco a Marianne. Non c’era la sua anima, la sua allegria e rassegnazione di contadina, non si vedevano il rancore, né la sua bontà. In quell’immagine irreale non era rimasto niente che le somigliasse davvero. 

V. detestava i fotografi e il loro successo. Quel loro essere così ‘moderni’ che lasciava indietro spesso carriere fallite di artisti, vite  di stenti  e umiliazioni. Le fotografie non potevano mai essere davvero somiglianti, non riusciva bene a capire perché, ma non potevano mai avere la verità di un buon dipinto. Soprattutto nei ritratti. 

Si lavò il volto nella bacinella, indossò la vecchia giacca che Kristov gli aveva regalato ad Anversa e che forse qualcuno oppure lui stesso prima di coricarsi aveva appeso ad un chiodo, uscì dalla stanza e scese le scale.

Al piano di sotto le imposte socchiuse lasciavano filtrare una luce polverosa. Nessuno aveva messo in ordine. Una sedia era rimasta  rovesciata accanto al divano di velluto giallo e sui tavoli i bicchieri e le bottiglie riflettevano rimpicciolite le finestre da cui filtrava la luce ancora scialba del nuovo giorno.

Sembrava che dopo la baraonda fossero fuggiti via tutti e che l’intera casa di madame Reda fosse rimasta disabitata. Ricordava bene ormai Marianne, e le altre ragazze, Jean e Bernard, e prima ancora, nel pomeriggio, il dottore e sua figlia. Ricordava le chiacchiere del dottore per convincerlo a fargli un ritratto e poi la sorpresa del torchio a casa sua.  

E’ una brava persona il dottore pensò V., sbandando leggermente sul marciapiedi sconnesso dove si attardava ancora qualche nottambulo. E’ una brava persona  anche se pure lui è malato, pensò. Solo che la malattia del dottore era meno grave della sua perché Gachet era uno studioso, stava scrivendo un libro sulla melanconia, viveva studiando la malattia di cui soffriva.

Il dottore aveva preso alla larga la questione del ritratto: aveva a lungo parlato del risveglio, di quella frazione di tempo che attraversiamo ogni volta svegliandoci prima di ricordarci di noi stessi, quella frazione minima di tempo durante la quale siamo ancora privi di una storia, di una identità con la quale subito dopo torneremo a coincidere. Una volta, gli aveva confidato il dottor Gachet nel piccolo giardino della sua casa, aveva creduto di potere estendere quell’attimo, di farlo durare il tempo di una vita, sia pure brevissima: la vita di un uomo senza identità, senza ricordi, senza rimpianti e rimorsi, senza altre persone da amare e da odiare. 

Voleva essere ritratto durante queste sue assenze da se stesso, e V. aveva compreso che G. era una uomo triste, come sarebbe apparso nel ritratto che aveva poi rapidamente graffiato sul metallo in meno di venti minuti, pensando che un uomo così non può essere di aiuto agli altri, neppure quando vorrebbe esserlo. Lo aveva capito e lo avrebbe scritto presto a Theo perché non si facesse illusioni.

Dovete concentrarvi sui ritratti, aveva insistito il dottore osservando su quella prova di stampa il suo stesso sguardo che non incontrava nulla da mettere a fuoco, che non rimbalzava sugli oggetti ma li attraversava disgregandoli. Lo sguardo di un uomo che si sta perdendo.

E’ l’uomo, non la natura  a meritare tutto il nostro rispetto, diceva il dottore, e voi sapete guardare gli uomini con coraggio, andando subito all’essenziale, alla loro anima.  Parlava infervorandosi e mentendo aveva pensato, perché il dottore non crede nell’anima. 

Per lui non era importante che il primo quadro venduto dopo dieci anni di attività e qualche migliaio di tele dipinte fosse un paesaggio e non un ritratto. E neppure che i nuovi pittori a Parigi dissolvessero ormai la figura umana nel paesaggio assorbendola a volte come semplice macchia di colore. Per il dottore Vincent apparteneva alla nuova generazione di ritrattisti, non quelli che seguivano l’insegnamento di Ingres ma quelli che erano andati oltre Ingres e il primato del disegno. Come quel provenzale scorbutico che aveva conosciuto qualche anno prima o come faceva lui stesso e quelli di loro che osavano, che andavano esplorando nuove frontiere e che perciò dovevano aspettare un paio di decenni per essere riconosciuti, per avere un mercato e il favore della critica.

Aveva fatto dei nomi, ma aveva evitato di parlare del francese, di Paul che adesso si trovava in Bretagna e V. lo aveva apprezzato.  

Non era facile parlarne. Si ricordò di quella volta quando il francese gli aveva fatto un ritratto, lo aveva dipinto mentre dipingeva assorto dei girasoli, con in mano il pennello. Sono io, ma diventato pazzo, aveva commentato quando aveva guardato il quadro la prima volta.  Però gli somigliava.  Anche se il disegno era semplificato, lo spazio attorno deformato, gli somigliava più di quanto gli potesse mai somigliare una fotografia. Era un buon ritratto, che sarebbe piaciuto a Gachet.

Il  dottore evitava di parlare di quello che era successo fra lui e il pittore francese negli ultimi due anni. Non gli aveva mai chiesto di quel Natale e neppure della sua decisione di seppellirsi poi in un manicomio per quindici mesi.  Non parlarne faceva forse parte di una sua immaginaria strategia terapeutica.

Parlava invece di un articolo che un giovane critico di Parigi, Aurier, aveva scritto su Vincent, segnalandolo come un artista – pressoché sconosciuto – che stava delineando il futuro della pittura, e degli elogi ai suoi quadri di Monet, ormai famoso, e della stima crescente dei giovani per il suo lavoro che il fratello ed Émile Bernard continuavano a mostrare a collezionisti e pittori.

Quadri che V. aveva mostrato con entusiasmo e disperazione nei due anni vissuti con il fratello a Parigi e che allora piacevano solo a Theo e a pochi amici pittori, a Lautrec, che aveva sfidato a duello un suo denigratore durante l’esposizione a Bruxelles, a Émile, il giovane angelo biondo al quale dava consigli come a un fratello minore, oppure a Lucien, il figlio del vecchio Pissarro, il vecchio Pissarro che avrebbe sempre fatto la fame. E a père Tanguy che li esponeva nella sua vetrina e di cui conservava un ritratto poco somigliante ma che gli sembrava illustrasse bene i risultati delle sue recenti ricerche sul colore e il suo entusiasmo per le stampe giapponesi.

2

Adesso  V. aveva raccolto tutto ciò che aveva e gli serviva, due tele, i tubetti del colore, i pennelli, il cavalletto, un largo cappello di paglia, il quaderno e una matita, e aveva poi guardato dalla finestra la campagna oltre le ultime case.

Vedeva solo giallo e qualche macchia di verde imbrunito, e in alto il blù scintillante del cielo dove viaggiava una grande nuvola sospinta dal mistral. Sarebbe tornato a dipingere in quel campo dove gli ulivi sembravano contorcersi come fiamme agitate dal vento, che trascinava sibili e lamenti, schianti, voci irate.   

Il mistral lo esasperava. Spesso impastava la polvere ai colori ad olio, qualche volta faceva volare il cavalletto. Cezanne,  un pittore provenzale che aveva conosciuto a Parigi, aveva inventato un sistema ingegnoso per fissare il cavalletto a terra, ma non aveva mai avuto la pazienza  e il tempo per imitarlo. 

V. appoggiò su un muretto a secco il cavalletto, accese la pipa e si guardò attorno.

Un volo di passeri si alzò improvviso da un covone di grano e subito dopo si udì lo sparo. Cacciatori, pensò. Sulla sinistra, a cento metri, una vecchia stalla abbandonata offriva a volte ombra ai cacciatori di tortore. 

Anche con il mistral quel paesaggio gli piaceva, lo eccitava, in quel periodo dipingeva più di un quadro al giorno e questa specie di frenesia preoccupava il fratello. Mi ritrovo paesaggista, ma in realtà sono più abile nel ritratto, aveva scritto a Theo, e ne aveva parlato a lungo anche con il pittore francese durante quelle notti passate a bere e fumare nella loro casa gialla, sotto i girasoli che aveva dipinto per arredare la stanza migliore destinata all’amico.

Parlavano di pittura e di donne, delle prostitute che il francese in fondo disprezzava e che lui invece  amava in una maniera anche fraterna, come compagne di una sventura che aveva le sue allegrie, le sue assurde speranze.

Adesso V. gli stava scrivendo una lettera, l’aveva con sé nel quaderno, era stata al risveglio uno dei primi ricordi.

Gli scriveva che quel sole, quella luce, tutti quei quei gialli di Arles alla fine gli  avevano logorato i nervi, che suo fratello Theo aveva ragione, di sicuro il bianco dei mandorli fioriti gli faceva bene, oppure, aveva pensato lui, il bianco della neve in Bretagna. Mesi prima gli aveva chiesto se poteva raggiungerlo in Bretagna, ma Paul lo aveva sconsigliato. Il bianco è il colore dei poveri aveva detto una volta al francese, che nella sua ultima lettera lamentava la povertà materiale degli artisti, scriveva che continuando a non vendere avrebbe dovuto smettere di dipingere oppure avrebbe dovuto partire di nuovo verso le colonie. 

Per V. era diverso. La malattia gli impediva di andare troppo lontano, almeno per ora, ma non gli aveva impedito di dipingere. Di vedere e di dipingere. E di scrivere. 

Ma la cosa più importante era vedere: gli altri, i loro volti, le loro mani, tutto il loro dolore e la loro bellezza che era la stessa dei cieli, delle nuvole e delle stelle, dei cipressi contorti, di quella campagna d’estate che accecava e alterava i colori, spezzava le linee. Paul dipingeva immaginando, inventando, lui invece doveva vedere.  Anche se poi ciò che vedeva era a volte un vorticare di forme e colori, e una grande luce che non riusciva mai a dipingere come avrebbe voluto. 

Di quel loro incontro era rimasto un quadro, uno solo, un suo dipinto realizzato su un disegno del francese. Era rimasto a testimoniare che neppure quel loro incontro disgraziato era stato per intero un fallimento, che quel quadro sarebbe rimasto, che loro due sapevano apprezzarlo. Gli scriveva anche di questo nella lettera e che a Parigi non era andato a trovarlo perchè la città lo frastornava.

Il  mistral portò una specie di fischio e una risata, e subito dopo un altro colpo, di nuovo uno sparo. V. sventolò il cappello di paglia e subito dopo Jean e Bernard si affacciarono barcollando sull’ingresso della stalla.

Guarda chi si vede, disse il primo quando V. si fu avvicinato.  Stanotte abbiamo fatto baldoria, disse Bernard agitando severamente il dito davanti ai suoi occhi chiari, che nell’ombra si erano spalancati. Jean e Bernard erano completamente ubriachi, tutti e due. Avevano continuato a bere dopo avere lasciato la casa di madame. V. ricordava bene adesso che era stato assieme a loro che quella notte aveva cominciato a ubriacarsi.

Lo chiamavano pittore ma solo perché erano ubriachi, di solito lo chiamavano per nome storpiandone un po’ il suono con l’accento gutturale della sua lingua.

Pittore, vuoi sparare anche tu un colpo? chiese Jean agitando adesso sopra le loro teste  il fucile che Bernard cercava di strappargli. Jean rideva e barcollava  imprecando contro l’amico, contro madame e tutte le sue puttane, imprecando poi anche verso V. che cercava di aiutare Bernard a   togliergli quel fucile. Poi diede col braccio uno strattone verso il basso.

V. sentì il dolore molto tempo dopo lo sparo, un dolore sopportabile, almeno così gli sembrava tornando verso casa. 
Nel suo quaderno, qualche giorno dopo, suo fratello avrebbe trovato la lettera che Vincent non aveva finito di scrivere al pittore francese.

Mio caro amico Gauguin, grazie per avermi scritto ancora, mio caro amico, e sappia che da quando sono tornato l’ho pensata ogni giorno. Sono rimasto a Parigi tre giorni soltanto perché il rumore parigino etc., così fastidioso per me, mi ha convinto a tornare ancora in campagna. Altrimenti sarei venuto da lei. E sono veramente contento che il ritratto dell’arlesiana, basato su un disegno, le sia piaciuto.  Ho cercato di essere rispettosamente vicino al suo disegno, pur consentendomi la libertà di interpretare con il colore la sobrietà e lo stile del disegno stesso. Se vuole, è quasi una sintesi di arlesiana. E poiché le sintesi di arlesiane sono rare, la consideri un’opera sua e mia come frutto dei mesi vissuti insieme. Per farlo ho pagato con un mese di malattia, ma so che il quadro verrà compreso come noi desidereremmo, solo da lei, da me e da pochi altri…Ora ho un ritratto del dottor Gachet con l’espressione afflitta, tipica del nostro tempo. Se vuole, si tratta di qualcosa di simile al suo Cristo nel giardino degli ulivi, cioè una cosa destinata a non essere capita. Comunque fin là io la seguo e anche mio fratello comprende queste sfumature.”

Poco più di un anno prima, uscendo dall’ospedale dove era stato ricoverato per il taglio dell’orecchio, gli aveva scritto: ” ... io vi chiedo di avere fiducia, perché alla fine, in questo che è il migliore dei mondi, dove va sempre tutto per il meglio, non esiste male, aggiungendo di “evitare per il momento di parlare male della nostra casetta gialla”.

Di Bac Bac