di Vito Bianco


” Invecchiamo in una sorta di ritorno senza fine alla luce dell’infanzia” (Anna Maria Ortese, Alonso e i visionari )

Non riuscivo a trovare la via della scuola dove di sicuro i bambini mi stavano aspettando forse guardando attraverso i vetri delle grandi finestre rettangolari, voltando le spalle alle insegnanti, incuranti della buona creanza semplicemente perché non sanno cosa sia e nelle cose vanno subito al succo, e sono allegri quando sono allegri, o stupiti, o malinconici, superando senza sforzo in questo ogni letterato antico o moderno, sempre sulle cose del momento, il fare di ora, il problema da risolvere o trascurare con una alzata di spalle o nemmeno quella, sprovvisti come sono di verbi futuri sarebbero secondo un grande critico all’altezza spensierata degli animali, quindi incapaci di attendere nessuno, niente, perciò sbagliavo a figurarmeli in attesa di me che come in un sogno mal riuscito cercavo di trovare la via dell’Istituto Comprensivo Trilussa e finivo all’incrocio sbagliato, o sotto un ponte, o davanti alla porta scorrevole del Centro Commerciale Metropoli, un parallelepipedo luminoso con la tristezza attorno, come quasi tutti gli altri spazi delle stesso tipo, spuntati negli ultimi anni perlopiù in periferie disastrate, desertiche, ferme o impegnate a girare stancamente in tondo tra giardinetti nudi con la fontanella in mezzo, bar con le insegne fuorimoda e i gruppi di magri disoccupati che non hanno più voglia di andare in centro come una volta, per fare cosa?, e allora tornavo indietro e riprovavo e i pochi passanti ai quali chiedevo informazioni rispondevano con la testa senza rallentare, sorpresi che qualcuno da quelle parti potesse non conoscere il modo più rapido di trovare una strada, una scuola, dove dei bambini di otto nove dieci anni forse mi stavano aspettando e cominciavano a domandarsi che fine avessi fatto, come nel sogno che avevo fatto poco prima di aprire gli occhi e alzarmi, vestirmi, mangiare due fette biscottate, coprirmi di giacca a vento e berretto di lana e uscire nella notte camminando verso la fermata del tram più vicina e leggere che fra tre minuti era previsto il passaggio di una corsa verde, la mia, ma non soltanto la mia. ​

Ma poi anche questo andirivieni ansioso finisce e trovo la via della scuola, ed entro, e mi presento, e mi spiegano in poche parole quello che dovrò fare, e seduto a un tavolo accanto a un altro come me nuovo compilo un numero spropositato di fogli mettendo dieci firme e dichiarando sotto la mia esclusiva responsabilità una serie di cose, e consegno tutto a un segretario dallo sguardo mite, e sorrido e annuisco celando l’imbarazzo e quasi la vergogna perché inaspettatamente penso di non avere nulla da insegnare, ai bambini meno che mai, ma forse, mi rassicuro, con il loro aiuto qualcosa dalla mia testa e dal passato potrebbe risvegliarsi e muoversi nella loro direzione per poi rimbalzare verso di me facendomi più saggio, più pronto a cogliere l’essenziale, il punto nevralgico delle azioni e dei gesti, la maniera di sciogliere i nodi o di lasciarli perdere lasciandoli annodati e in pace, così un momento dopo sento che sono finito nel luogo giusto, nel posto dei piccoli, dove era destino che finissi o ricominciassi, l’unica insidia mi dico non può che venirmi dagli adulti, dagli insegnanti, dalla burocrazia assonnante, da tutto ciò insomma che è capace di trasformare un luogo vivo in un luogo morto, le carte, i metodi, i programmi, l’assedio didattico che infiacchisce e attedia.

Busso, entro e mi siedo a un banco laterale vuoto per un’assenza. La classe mi saluta, i piccoli di otto anni alzano la mano sorridendo, mi riconoscono, sanno che sono il signore del sogno, una stranezza che presto passa e diventa presenza abituale, succede sempre così, l’infanzia ha il dono, il tocco dell’introiezione rapida, trasforma l’ignoto nel noto, sono già uno della classe anche se la piccola signora che traccia numeri sulla lavagna mi ha chiamato maestro. Alla fine dell’ora li saluto agitando le braccia e vado nell’edificio dirimpetto a fare una supplenza in una quinta, anime e voci appena più adulte delle prime dalle quali tornerò una settimana dopo, dopo avere imparato qualcosa che non sono in grado di spiegare neppure scrivendo, e capisco che è un bel guaio, perché con l’età che ho e la pratica lunga dell’osservazione dovrei saper dire cosa mi hanno detto senza dirmelo a parole Rakel, Essaim, Munir, e anche l’inquieto, sfuggente Carlo, perso dietro i suoi stampi e le sue trottole o assente e meditabondo, elusivo, fragile e spavaldo, vicino e lontano.

Le maestre mi accolgono con simpatia: Rosalba, siciliana energica e curiosa, Clelia, milanese chiacchierina che voleva occuparsi di libri antichi ed è qui da undici anni; Marzia imponente e lenta, che ogni pochi minuti con la mano si aggiusta i capelli sulla fronte, Annalisa seria, forse timida, comunque distante, tutte mascherate, tutte con le facce per metà da immaginare, con le parti nascoste che non sono mai quelle che mi aspetto, cosicché mi accorgo di preferirle coperte, di nuovo tornate a combaciare con l’immagine composta dalla mente.

Passo la prima settimana così, a tastare il terreno, imparando i nomi, ascoltandoli, cercando di capire cosa fanno, come si muovono, reagiscono, mi guardano, seduto di fronte a loro o camminando tra i banchi, e una mattina me ne porto quattro nell’aula della materia alternativa e improvviso una lettura da un libro che trovo sulla cattedra, la storia del pesce Tantetinte e della sua famiglia. Prima di cominciare domando se si sono mai chiesti da dove arrivano le storie, se pensano che siano vere oppure al contrario inventate dalla fantasia dello scrittore e insieme decidiamo che sono un po’ vere e un po’ inventate, che vengono sia dall’esperienza dell’autore sia dalla sua capacità di invenzione. Leggo io, leggono loro, ci fermiamo a discutere, Rakel mi chiede il permesso di scrivere alla lavagna le parole sulle quali ci soffermiamo per chiederci cosa significhino e metterle a confronto con le vicine e le lontane: entusiasmo, domando, è più intenso o meno intenso di felicità?

Il giovedì ho due ore pomeridiane con in mezzo un lungo intervallo; mangio una focaccia e me ne vado a spasso per il quartiere. Larghi vialoni, schieramenti di condomini uniformi di cinque sei piani, una piazza rettangolare con una fontana multigetto con qualche panchina attorno dove due donne straniere conversano e uomo triste sta da solo a meditare sui casi suoi o ricorda tempi migliori; su un lato, al piano terra di un isolato, la serie di negozi uguali, parruccheria, farmacia, tabacchi…tutti chiusi per Covid; sull’altro domina una chiesa di mattoni marroni, sul vetro che perimetra il sagrato si riflette chiaro di luce il condominio di fronte.

Poca gente in giro a quest’ora: un ragazzo con un cane al guinzaglio, una signora sui sessanta con due sacchetti della spesa, un anziano alto e bianco col deambulatore uscito dalla casa di cura Mater fidelis per una passeggiata o una commissione. Come si vivrà a Quarto Oggiaro, periferia milanese a tre fermate di treno dal Castello ma che sembra molto lontana dalla città di cui pure fa parte? Paola ci si è trasferita l’anno scorso per essere vicina alla scuola: esce solo per andare a lavoro o per la spesa, se ha voglia di svagarsi va al Duomo, o in via Torino, di girare qui da sola ha paura. Allargo l’esplorazione e finisco tra le bancarelle del mercato settimanale: frutta e verdura, abbigliamento, giocattoli e decorazioni natalizie. Poco distante un grande edificio abbandonato, le vetrate in frantumi, un aria di insolita, polverosa desolazione; è ​una scuola primaria che il municipio sta recuperando, i lavori di risistemazione della struttura e dei locali sono cominciati qualche settimana fa, il cartello all’ingresso non fa previsioni sui tempi di consegna dell’opera.

Ripercorro il lunghissimo viale Cesare Pascarella sino alla rotonda e all’edicola sul marciapiede. Dentro, seminascosto, l’edicolante con gli occhiali e i capelli brizzolati, la faccia stanca di chi si alza all’alba e deve anche vedersela con lunghe ore di pensieri solitari. Rientro a scuola e mi cerco un angolo tranquillo per aspettare l’inizio delle ultime due ore; dall’aula più vicina mi arriva il brusio dei bimbi, a tratti sovrastato dalla voce forte e alta di un maestro, un trentenne alto con i capelli lunghi legati in una coda che ho incrociato due o tre volte in corridoio e salutato con un cenno e un sorriso reciproco appena accennato. Mi avevano detto che i maestri maschi erano rari o inesistenti ma da quando sono arrivato ne ho visti almeno quattro, il primo fuori su un quadrato di prato alle prese con una prima di scalpitanti creature in miniatura che a settembre hanno cominciato una carriera scolastica che li porterà chissà dove, probabilmente via dall’Oggiaro, in un posto in cui le sere d’inverno mettano meno malinconia e il cinema più vicino non sia a lontano dieci chilometri.

Leonim è figlia di immigrati dal Bangladesh. Ha gli occhi curiosi, accesi di un sorriso perenne. Ha gesti misurati, poche parole; se presa per il verso giusto si riesce a farle fare un po’ di aritmetica elementare, a farle leggere qualche pagina. Giovanni è elusivo, svogliato, alle otto e mezza è già stanco e ancora prima di cominciare dice che è troppo difficile. Cerco di convincerlo a lavorare almeno un po’, lo blandisco promettendogli i videogiochi del computer, ci gioco cercando una complicità che non sembra disposto a concedermi.

Provo a farli leggere: Tasnim avanza lenta ma avanza, ogni tanto inciampando sulle sillabe, ripetendo le più ostiche, ripronunciando le parole che per lei sono come in salita: schiocco, sciogliere, scontroso. Giovanni si arena quasi subito, si afferra ai suoni, li artiglia ma gli sfuggono, cammina sulle parole come un equilibrista sul filo, sempre sul punto di cadere. Dopo pochi minuti molla, si agita sulla sedia o si alza per fare un giro della stanza, è difficile ripete portandosi la mascherina sulla fronte e scoprendo il giovanissimo e chiaro volto di bambino smarrito a cui sfugge la ragione di tanta fatica.

Con la scrittura è lo stesso: ogni singola lettera è come costruita, o inventata in quel preciso momento, scolpita, o meglio, incisa sul foglio con l’accanimento di una volontà a tratti ferrea. Gli detto lentamente la parola che deve scrivere, una lettera dopo l’altra, gliela ripeto una due tre volte con gli occhi puntati sulla minuscola mano che impugna la matita, il suo personale bulino per tracciare la cosa miracolosa che è per lui e per me l’alfabeto, perché mai prima d’ora l’avevo visto così da vicino, né sentito in tutto il suo peso direi materiale, fisico, nella sua potenza aerea e sonora insieme, nella mescolanza quasi soprannaturale di fisiologia e magia. Giovanni e Leonim mi fanno scoprire questa sorta di segreto che non si nasconde, che è sulla bocca e nella mano di tutti ma che tutti abbiamo dimenticato, anche coloro per i quali la parola scritta e letta è pane quotidiano. Nell’altra terza, quella del secondo plesso, mi aspettano altri ventidue scolari di molti colori e provenienze. Tra loro ci sono Michele e Kalhed. Hanno bisogno di aiuto, ma hanno bisogno soprattutto di essere capiti, e in questo non sono diversi dagli altri, nemmeno dagli adulti, nemmeno dai maestri e maestre che si trovano davanti a un compito che nessuna raffinata e avanzata pedagogia può pretendere di risolvere senza l’ausilio della sensibilità e dell’intuizione personale, un talento per l’ascolto che somiglia all’orecchio dei poeti e dei musicisti.

Sono convinto, magari sbagliando, che nessun caso di “disturbo dell’apprendimento” è identico a un altro, e quel che a volte appare come timore di sbagliare o presunta ansia da competizione con i compagni, che a quell’età secondo me non c’è, altro non sia che mancanza di curiosità, di passione per la conoscenza di qualcosa che importa. Tutto sta quindi nel trovare la chiave per aprire la porta chiusa della curiosità, della passione.

Anche qui i bambini mi prendono subito in simpatia, mi chiamano per nome, chiedono il mio aiuto, mi mostrano i disegni che fanno dopo aver finito un esercizio o per capirlo meglio. E così ripasso con loro l’era primaria e secondaria, i dinosauri, l’origine delle colline, la tabellina del cinque, la moltiplicazione a due cifre, imparo a giocare a tris, gioco nel quale la dolcissima Li Ye, con gli occhi grandi e lo sguardo mite e attento è un asso.

Michele il primo giorno sembra imbozzolato: si rifiuta di provare a risolvere gli esercizi di aritmetica, appoggia la testa sul banco come se avesse sonno, dice che si sente male, che ha la febbre. Il giorno dopo, nelle due ore pomeridiane si è trasformato in un bambino vivace, cinetico, che non teme di dire apertamente che di imparare non gli importa nulla. Me lo porto in un aula vuota e riesco a fargli fare un dettato di geografia; poi si scatena, esce in corridoio, si nasconde, va nell'”aula morbida” a far salti sul materasso e a giocare con una pallina di gomma. Passiamo due tre giorni così, tra momenti in cui fa e momenti in cui assume l’atteggiamento di un ​Bartleby in sedicesimo che non ha nemmeno bisogno di rispondere “preferirei di no”. Lo lascio in pace. Perché costringerlo a fare quello che non vuole più fare? Perché non tenere conto della sua voglia, della sua misura, del suo diverso ritmo? Una mattina, per invogliarlo, gli prometto un regalo. Mi chiede che regalo, comincia ad aspettarlo. Lo tengo un po’ sulle spine e quando torniamo dal lungo ponte di sant’Ambrogio lo tiro fuori dallo zaino e glielo do. È contento, mi ringrazia, vorrebbe andare subito nell’aula morbida a leggerlo. Gli dico che prima deve fare gli esercizi. Lasciando la classe ci portiamo il libro che gli ho regalato, una versione in pillole di Pinocchio con belle ma didascaliche illustrazioni, e due fogli di esercizi di aritmetica.

Appena fuori mi scappa via, ma gli sto dietro e non lo perdo di vista. Lo riprendo, parliamo, mi dice che ieri il suo cane ha compiuto undici anni. Ancora salti sul materasso, ancora giochi presi dall’armadio di metallo e dopo minuti abbandonati. Il librino è su un banco addossato al muro. Lo prende, si siede sul materasso e comincia a leggere a voce alta. Mi siedo accanto a lui e ascolto. Legge cinque pagine e smette. Io dico: facciamo un’orecchia alla pagina, così saprai da dove ricominciare. Annuisce. Gira ancora un po’ per la stanza. D’improvviso riprende il libro e va avanti fino all’ultima pagina. Poi ricomincia dalla prima frase, e quando ha finito mi chiede due cose: posso leggerlo stasera a casa? Me ne porti un altro? Certo, rispondo, e sceglie dalle file di copertine della collana quella di Peter Pan. Riprende a leggere, questa volta in silenzio. Lo guardo e mi torna in mente la sequenza finale di Chiedo asilo di Ferreri, quando sulla spiaggia il bambino che non parlava, seduto accanto al maestro Roberto Benigni, comincia a parlare. Era arrivato il momento. Forse basta solo aspettare.

Martedì scorso ho sostituito l’insegnante di italiano in una delle mie due classi. Abbiamo letto e commentato L’albero alfabeto di Leo Lionni, la storia breve e affascinante di come le lettere dell’alfabeto, ciascuna delle quali è attaccata a una foglia, vengono persuase da un insetto a unirsi per formare le parole, e da un bruco a formare una frase importante: Pace in terra agli uomini di buona volontà . Alla fine della lettura ho chiesto loro di riassumere la lettura e di fare un disegno ispirato a questo apologo semplice ma esemplare sul passaggio dalla dispersione all’unione, dall’insignificanza al senso.

Ho detto che avevano tutto il tempo che volevano, e di scegliere attentamente le parole. L’ho detto perché ho l’impressione che certi maestri si dimentichino di andare col passo dei bambini, che ​ ovviamente non è quello degli adulti; è come se avessero fretta. Ma fretta di arrivare dove, in quale posto? Sembravano contenti. Domani ne leggeremo un’altra, ho detto. Loro hanno detto: sì. Mi sono girato e ho visto che Rachele stava scrivendo il mio nome sulla lavagna coi gessetti colorati. Poi si sono messi a giocare, e il suono delle loro voci è cresciuto rapidamente. Una scuola elementare è un luogo in cui il rumore della vita non cessa quasi mai: anche quando stanno zitti, il silenzio che i bambini hanno attorno è un silenzio diverso, come se fosse meno profondo, più increspato, sul punto di esplodere in una risata o un grido. Per questo gli adulti li invidiano e sono così pochi quelli che li sanno davvero ascoltare.

Ieri pomeriggio ho finito le mie ore nella classe di Michele e Kalhed. Michele non era distratto come al solito, ma ascoltava le parole dell’insegnante che scandiva le domande su una breve poesia natalizia prima di scriverle alla lavagna. Mi sono avvicinato per dargli una mano, per incoraggiarlo e ho visto che sul banco, accanto al quaderno, c’era il Peter Pan ridotto che gli avevo portato l’ultima volta che ci eravamo visti. Leggiamo? mi ha chiesto. Gli ho detto che prima doveva rispondere alle domande. Si è agitato, ha appoggiato la testa sul banco, ha smesso di scrivere. Kalhed invece, seduto a un banco in fondo alla stanza, era chino sul quaderno e scriveva senza quasi alzare lo sguardo. Kalhed l’irrequieto era diventato uno scolaro modello. L’ho salutato, mi ha sorriso, si è alzato per farmi vedere quello che aveva scritto. Dopo la pausa per il pranzo mi ha raggiunto sulla porta dell’aula e mi chiesto se potevano andare in biblioteca. Gli ho risposto che era chiusa ma che se aveva voglia di leggere un libro ne avevo uno io. Ci siamo seduti su una delle panchine di legno subito dopo l’ingresso dell’edificio e abbiamo letto a turno L’albero alfabeto . A Kalhed piace leggere, lo si capisce dal modo in cui scandisce le parole e rispetta le pause stabilite dai segni di interpunzione. Gli ho chiesto se aveva voglia di leggere un libro vero, di molte pagine e ha detto di sì. Ho pensato di regalargli L’isola del tesoro , magari in una edizione illustrata. La sera ho parlato di Kalhed con Antonella. Le ho detto che trovavo incredibile che a nessuno degli insegnanti fosse venuto in mente di provare quello che mi piace chiamare “il contagio dei libri”, e che Kalhed non ha bisogno di sostegno ma di essere visto. E con lui i suoi compagni. È quello che sto cercando di fare, seguendo l’istinto e ripassando quel che credo di avere imparato da certi romanzi che danno la parola ai bambini e ai ragazzi.

​Mentre i nostri scolari si avviavano in fila indiana verso l’uscita trascinando i trolley carichi di libri, Kalhed mi ha chiamato e, senza guardarmi, mi chiesto se potevo dire a suo padre che oggi si era comportato bene.

foto di Vito Bianco

Di Bac Bac