Rompendo il silenzio che circonda le scelte del partito democratico, Leoluca Orlando si è candidato, alcune settimane fa, alle prossime elezioni del parlamento europeo. Lo ha fatto a modo suo, con un discorso diretto e un attacco frontale al correntismo che corrode il partito, ma soprattutto evidenziando alcuni temi fondamentali della visione di una forza progressista, che oggi non hanno il dovuto rilievo nell’azione politica del PD. 

Leoluca Orlando parla della necessità di avviare un processo di pace che veda l’Europa attiva e in prima linea non solo come fornitore di armi, ma per promuovere e gestire iniziative in grado di risolvere le drammatiche crisi Russo-Ucraina e Israelo-palestinese; del deficit di presenza europeo nelle vicende migratorie, che sono destinate a durare nel tempo e per le quali non è possibile assistere silenti e indifferenti alle migliaia di morti all’anno nel mediterraneo;  del tema delle disuguaglianze territoriali e del Mezzoggiorno, da tempo scomparso dall’agenda politica nazionale; per finire con la lotta alla mafia, oramai relegata ad un mero problema di ordine pubblico, che oggi vive un nuovo preoccupante capitolo, con il ritorno in auge di leader della destra condannati per fatti di mafia. 

(Piazza Pretoria, Palermo)

Il Partito Democratico siciliano, piaccia o meno al gruppo dirigente, non ha niente di meglio da offrire al proprio elettorato, rispetto alla lucidità, alla cultura, all’esperienza, al prestigio, alla competenza e alla passione politica che esprime la persona di Leoluca Orlando. Eppure, la sua disponibilità alla candidatura non ha suscitato alcuna presa di posizione, alcun commento dal vertice del partito dell’isola. Pertanto, da iscritto e dirigente di un circolo cittadino, mi chiedo: quali criteri seguirà il mio partito nella definizione delle candidature? Si userà ancora il manuale cencelli per soddisfare le varie correnti, vanificando quel percorso costituente che ha portato alla elezione di Elly Schlein? A decidere saranno sempre pochi capicorrente, esautorando quella base che a parole si vuole sempre più partecipe e protagonista della vita del partito?

Se si desse uno sguardo alle scelte dei candidati del passato, sarebbe meglio stendere un velo pietoso: abbiamo eletto per due legislature una parlamentare che ha brillato per inconsistenza e, per sovrappiù, è passata con nonchalange al partito di Forza Italia, per garantirsi la terza rielezione (peraltro dopo aver accettato la candidatura del PD a presidente della regione appena poche settimane prima). Non è confortante neanche la possibilità di indire le primarie previste dallo statuto. Si tratta ormai di uno strumento spuntato, che è diventato un terreno di caccia per le correnti e dove spesso si ricorre a metodi poco urbani: elenchi degli iscritti gonfiati, voto organizzato e controllato, presenza di votanti notoriamente elettori di altri partiti, seggi presidiati e influenzati dai capicorrenti locali, etc.. 

In mancanza di una classe dirigente isolana disponibile a valorizzare una delle migliori storie politiche degli ultimi decenni, senza un intervento diretto della segreteria nazionale, la candidatura di Leoluca Orlando, che non è espressione di alcuna corrente, non solo non verrà accolta, ma non sarà servita neanche ad aprire un dibattito sui temi da egli lucidamente evidenziati. Temi che, poi, dovrebbero costituire l’architrave di un progetto politico socialdemocratico, alternativo alle visioni e alle nostalgie postfasciste della destra.

La strada politica di Orlando è costellata di opposizioni viscerali dei gruppi dirigenti della sinistra, che spesso hanno mal tollerato il suo protagonismo e la sua grande capacità di trascinare le masse. La sua esperienza politica è emblematica della difficoltà a creare in Sicilia una larga convergenza tra la tradizione riformista del partito comunista e il cattolicesimo democratico. Il momento più alto di questo nobile progetto fu senz’altro l’elezione di Piersanti Mattarella alla Presidenza della regione nel febbraio del 1978. In quell’occasione la Sicilia fu un laboratorio politico di prima grandezza: per la prima volta in Italia il partito comunista appoggiò, sia pure dall’esterno, un esecutivo guidato dalla Democrazia Cristiana, ribattezzato governo di “solidarietà autonomistica”. Quella convergenza, figlia della politica di aperture a sinistra di Aldo Moro e della strategia del compromesso storico di Enrico Berlinguer, ebbe come protagonisti nell’isola due grandi siciliani come Piersanti Mattarella e Pio La Torre, legati da un comune impegno di rinnovamento e di lotta antimafia, che li vedrà entrambi vittime di delitti efferati. Leoluca Orlando, amico e consulente giuridico del presidente Mattarella, può essere considerato a buon diritto un erede di quel progetto politico. La sua sfortuna, da cattolico democratico, è stata quella di non trovare come interlocutori successori adeguati alla statura politica e morale di Pio La Torre e Piersanti Mattarella. Negli anni ’80 la DC era governata dalla corrente andreottiana di Salvo Lima. Il PCI siciliano, invece, passò nelle mani di quel Michelangelo Russo noto per aver affermato – in piena guerra di mafia – che “non tocca alla politica fare l’esame del sangue alle imprese” onde verificare se siano mafiose (si riferiva ad appalti e accordi sottoscritti dalle cooperative rosse e il gruppo del Conte Arturo Cassina, storico imprenditore pigliatutto a Palermo, che verrà allontanato solo con l’avvento del sindaco Orlando). 

Rapporto molto difficile quello di Leoluca sia con il PC-PDS-DS, che con la DC-PP-Margherita. E le cose non sono migliorate di molto con la nascita del Partito Democratico. Le ultime due candidature alla guida della città di Palermo non sono state facilmente accettate dal PD e sono andate in porto grazie alla testardaggine e alle forzature del Sindaco. Per finire, alle ultime elezioni del 2022, l’ultimo atto di masochismo del PD, con la disastrosa presa di distanze dalla giunta Orlando: il sindaco uscente non è stato invitato ad alcuna iniziativa di campagna elettorale e i vertici del PD hanno disertato finanche la conferenza di presentazione del consuntivo dei dieci anni della giunta Orlando, tenuta a casa Professa, quasi non avessero partecipato a quell’esperienza di governo.

(Leoluca Orlando al Gay Pride di Palermo)

Leoluca Orlando ha ricoperto tanti ruoli nella sua lunga carriera politica: è stato deputato regionale, deputato nazionale, deputato europeo, ma soprattutto è stato il sindaco di Palermo (la carica che ha voluto più di ogni altra) e, vista la sua notorietà e il modo in cui è stata accolta la sua esperienza a livello nazionale ed internazionale, si può forse dire che sia stato il sindaco di tutti i siciliani. E se non proprio di tutti, sicuramente di quei siciliani onesti che non hanno mai perso la speranza di un mondo migliore, cercando giustizia sociale, diritti, pari opportunità e contrastando mafie e malapolitica. Dal 1985, nascita della “primavera palermitana”, Leoluca Orlando ha mostrato a tutto il mondo e rappresentato con orgoglio, come nessuno avrebbe saputo fare meglio, questa Sicilia libera, bella, indomita.

Allora, è la sua storia di amministratore della città l’osservatorio più importante per giudicare il suo operato. 

Palermo si è qualificata negli anni della sua sindacatura come città dei diritti, come ama ripetere giustamente Leoluca Orlando. Città aperta ed accogliente. Da ricordare la decisione del sindaco di accordare la residenza agli immigrati privi di dimora e di un lavoro, consentendo loro di accedere all’assistenza sanitaria e al permesso di soggiorno, nonostante il divieto contenuto nel cosiddetto decreto sicurezza del ministro dell’interno Salvini. Importante anche l’istituzione del registro delle coppie di fatto, prim’ancora che venisse approvata la legge nazionale. E poi, il patrocinio del gay pride per la difesa dei diritti delle persone LBGT. Il Pride più a sud d’Europa, per ribadire l’uguaglianza di diritti per tutte le persone, indipendentemente dalle scelte sessuali e affettive di ognuno: un messaggio in controtendenza rispetto all’opinione comune, che vede il meridione come una terra di retroguardia sui temi inerenti l’orientamento sessuale delle persone.

Ma il merito più importante di Leoluca Orlando in questi anni è stato indubbiamente quello di aver sfidato e tenuto Cosa Nostra fuori dal comune, contribuendo a trasformare Palermo da capitale della mafia in luogo di eccellenza, riconosciuto in tutto il mondo, per il contrasto alla criminalità organizzata. E di questa rinnovata immagine, Palermo si è molto giovata, attraendo flussi crescenti di turisti, ma anche di intellettuali, studiosi, artisti che hanno arricchito il tessuto civile e culturale della città. La mafia è stata tenuta lontana dagli affari della città soprattutto perché i servizi pubblici (servizio idrico, trasporti, nettezza urbana, gestione discarica di Bellolampo, energia) sono rimasti nelle mani del comune e, quindi, sottratti all’affarismo e alle grinfie malavitose. 

Sono state create le prime aree pedonali, sia pure tra tante difficoltà, che hanno cambiato il volto del centro urbano. Le linee del tram realizzate e quelle da realizzare, assieme alla metropolitana, al passante ferroviario e alle piste ciclabili, hanno modificato, e modificheranno ancor di più nel prossimo futuro, il modo di spostarsi e di vivere dei palermitani. I cantieri culturali della Zisa sono rinati e in via di espansione e rappresentano una formidabile città della cultura. Il teatro Massimo gode di un prestigio mai avuto prima. Le politiche di assistenza e solidarietà sociale, nonostante i problemi enormi di bilancio, hanno erogato aiuti e contributi crescenti per i ceti meno abbienti.

(Via Maqueda area pedonale)

Ce la ricordiamo tutti la Palermo prima di Leoluca Orlando? Il centro storico in preda ai crolli; il Foro Italico in uno stato indecoroso, pieno di giostre; la Cala degradata, inquinata e puzzolente; il castello della Zisa abbandonato; il teatro Massimo chiuso da decenni; i cantieri culturali solo un ammasso di rovine; le vie principali del centro sature di smog e traffico; le piazze più belle ridotte ad un ammasso di auto.  

Chi ha governato la città in questi decenni (non bisogna dimenticare che se Leoluca Orlando è stato un leader di prima grandezza, accanto ha voluto donne e uomini di grande valore) ha avuto la capacità di portare Palermo fuori del pantano, di ridarle il respiro e la visione di una grande capitale del mediterraneo.  

Certo, la gestione ordinaria della città ha presentato molte insufficienze, ma prima di fare il lungo elenco delle cose che non sono andate per il verso giusto, occorrerebbe capire quale fosse il livello di agibilità politica della giunta comunale in quegli anni. La maggioranza in consiglio, in seguito alla defezione dei renziani e di altri consiglieri, si era dissolta. Questo aveva portato ad un continuo ostruzionismo che ha reso estremamente complicata l’azione di governo: continue trattative su ogni delibera, il nuovo piano regolatore bloccato, il piano triennale delle opere pubbliche prima bocciato (con il rischio di perdere centinaia di milioni di finanziamenti già approvati) e poi ridimensionato; il completamento della rete tramviaria messo in forse. Si aggiungano, poi, le lungaggini e l’ostruzionismo degli uffici regionali nella realizzazione della nuova vasca dei rifiuti della discarica di Bellolampo: ritardi su ritardi che hanno complicato la raccolta e il conferimento dei rifiuti e aumentato di molto il costo dello smaltimento.  (Il governo regionale – di cui faceva parte anche l’attuale sindaco Roberto Lagalla- per esempio, non ha predisposto alcun piano per la gestione del ciclo dei rifiuti, né ha realizzato impianti sufficienti ad assicurare il trattamento della raccolta differenziata di vetro, carta, plastica, umido e legno) 

(Palazzo delle aquile, Palermo)

È molto triste pensare come con la fine della sindacatura di Leoluca Orlando si stia concretamente riportando indietro di alcuni decenni l’orologio della politica siciliana. La destra si è scordata delle riforme urbanistiche (il nuovo PRG preparato dalla giunta Orlando è in attesa di approvazione del consiglio comunale da circa quattro anni). Ci si occupa prevalentemente degli affari. E Di affari a Palermo ce ne saranno molti nei prossimi anni: progetti approvati e finanziati per circa due miliardi di euro, grazie alla progettualità della giunta Orlando. E poi, la privatizzazione (perché questo si accingono a fare) delle principali società di servizi pubblici, che costituiscono il vero tesoro della municipalità palermitana: l’AMG Energia, L’AMAT, la RAP, la discarica di Bellolampo, l’AMAP (Palermo è una delle pochissime città siciliane che ha mantenuto la gestione pubblica dell’acqua), la GESAP, che gestisce l’aeroporto Falcone e Borsellino. Miliardi e miliardi di euro che fanno gola a molti. Naturalmente, anche agli amici degli amici.

Il frutto naturale delle vecchie e nuove tendenze affaristiche, è stata la proliferazione dei gruppi di interesse, che hanno portato la Sicilia ad un’organizzazione quasi feudale della vita politica, con la polverizzazione della rappresentanza in tanti partitini, soprattutto a destra, privi di una visione dell’interesse generale. Leoluca Orlando con la sua immagine di rinnovatore e paladino antimafia è riuscito a rompere questo sistema arcaico e a convogliare verso la sua candidatura i ceti sociali più diversi: l’aristocrazia, la borghesia delle professioni, il popolo delle borgate, che gli vuole bene e lo osanna, chiamandolo affettuosamente “sinnacu Ollando”. Leoluca Orlando ha compiuto l’impresa difficilissima di mettere assieme cattolici democratici, sinistra riformista, ambientalisti, sinistra radicale, moderati e anche qualcuno dei ras che cercavano posti di sottogoverno, garantendo così la maggioranza in consiglio comunale. Insomma, ha cucito insieme speranze, passioni, visioni, impegno civile, ma ha imbarcato, per necessità, pure qualche pezzo di politica politicante. Per un po’ il sistema ha retto, ma non poteva durare all’infinito. Comunque, questo amalgama che molti aborriscono, ha garantito l’avvio di un profondo cambiamento della città. Ora che Leoluca Orlando ha lasciato la carica di sindaco, il danno per la città appare in tutta la sua evidenza: tornano personaggi, pratiche amministrative e impostazioni politiche tipiche di un passato che, frettolosamente, avevamo archiviato.

In queste condizioni di degrado politico, la candidatura di Leoluca Orlando per le elezioni europee, non sarebbe solo un dovuto riconoscimento al grande lavoro svolto in quarant’anni di presenza nelle istituzioni, ma avrebbe il pregio di valorizzare un bagaglio di idealità, esperienze e competenze quanto mai utili a contrastare la deriva pericolosa della destra italiana ed europea, sempre più allergiche alla tutela dei diritti delle persone e alla difesa delle regole democratiche. Peraltro, a differenza delle elezioni politiche, dove il sistema elettorale consente di fatto la nomina dei parlamentari, nella competizione europea l’elezione non è garantita, ma ogni candidato dovrà cercare il consenso degli elettori. Quindi, perché impedire al popolo democratico di poter scegliere nell’ambito di una rosa di candidati tra cui sia inserito anche il nome di Leoluca Orlando? Una scelta di inclusione, inoltre, sarebbe un segnale quanto mai apprezzabile di un passo indietro delle logiche di corrente che rischiano di soffocare il Partito Democratico. 

                                                                                              Nino Cuffaro

                                                                 Segretario circolo PD Vittoria Giunti – Agrigento