di Alfonso Lentini

foto Tano Siracusa

I

“Ianni cumanna a Ianni: vacci tu ca si cchiú granni”. (Ianni comanda a Ianni: vai tu che sei più grande)

Innanzitutto: perché i Ianni sono due? Si tratta di due omonimi, oppure dobbiamo pensare a un unico Ianni dalla personalità scissa che “comanda” rivolgendosi a se stesso? Se i Ianni sono due, si allude forse al capovolgimento del principio di autorità (il piccolo Ianni che “comanda” a Ianni più grande)? Sarebbe allora un proverbio di contenuto sovversivo? O, al contrario, possiamo ipotizzare un atteggiamento di sottomissione del piccolo Ianni che cede il passo al grande Ianni (in tal caso intendendo in accezione antifrastica il termine “cumanna”)? Ma soprattutto: qual è la meta a cui tendono i Ianni? Dove intendono andare? È una meta perigliosa? Appetibile? Spaventosa? Quali significati allegorici nasconde questo tendere verso una destinazione indefinita? L’incertezza del cammino, la paura di inoltrarsi in dimensioni sconosciute? Il fascino dell’ignoto?

II

“Unni maggiuri c’è minuri cessa, dissi lu puddricinu ni la nassa”. (Dove c’è il maggiore il minore cessa, disse il pulcino nella nassa).

Intanto va notato che il proverbio si compone di due eleganti endecasillabi assonanzati; segno, questo, di raffinata e colta fattura. Il contenuto dei due versi rimanda chiaramente alla fatale necessità di sottomettersi a una causa di forza maggiore, tuttavia restano alquanto nebulosi la natura del personaggio (puddricinu) e il contesto (nassa). Cosa ci fa un pulcino in una nassa? E soprattutto perché proprio da quella scomoda situazione lancia la sua sentenza ergendosi a maestro di vita? Un pulcino filosofo? Un pulcino sconsolato? Un’interpretazione invero piuttosto spoetizzante dice che il pulcino sarebbe un tipo di pesce (vedi anche: pesce pulcinella, pesce pollicino…) che, in quanto pesce, essendo finito nella nassa (una specie di rete da pesca), si rende conto di essere stato catturato e si rassegna alla sua situazione. Ma non è detto che sia proprio così. Nulla vieta di immaginare il pulcino, essere fragile e di minime dimensioni, come allegoria di qualcos’altro. E nulla vieta di dare alla parola “nassa” una più dotta accezione, intendendola per esempio come deformazione del greco “Nasso” (o “Naxos”), isola dove, secondo il mito, Teseo avrebbe abbandonato Arianna dopo averla portata con sé fuggendo da Creta, nel caos seguito all’uccisione del Minotauro. Rimasta sola a Nasso, racconta ancora il mito, Arianna avrebbe incontrato Dioniso che la avrebbe iniziata ai suoi riti licenziosi facendone una sua sacerdotessa. Il pulcino, in questo caso, non sarebbe che una personificazione della fragile (per quanto astuta) principessa che, una volta preso atto della sua tragica situazione, si rassegna subito e, senza farsi troppi scrupoli, si abbandona ai piaceri della sua nuova condizione di baccante.

III

“Cu nasci tunnu un po muriri quatratu”. (Chi nasce tondo non può morire quadrato).

Si tratta di un proverbio di evidente contenuto fatalista, che ribadisce quanto sia difficile se non impossibile cambiare carattere o mutare vita. Sottintende perciò una presa di posizione a favore di Parmenide (l’Essere è uno ed è immutabile) contro Eraclito (tutto scorre e muta continuamente). Però, se liberiamo il pensiero e lo lasciamo vagare senza catene, ci può capitare di notare che tondo e quadrato, messi insieme, rimandano all’irrisolvibile problema della quadratura del cerchio sul quale schiere di danteschi “geomètri” per secoli hanno battuto la testa. Cioè: senza mai riuscire a trovare una soluzione, perciò in senso figurato morendo anch’essi tondi senza riuscire a diventare quadrati. Tondo – poi – è anche il tonno, e tonto in italiano vuol dire scemo. La simbologia del quadrato e del cerchio del resto sono alquanto complesse: adottato dai pitagorici come simbolo della giustizia, il quadrato rappresenta la stabilità, la Terra, in opposizione alla circolarità dei cieli. E le oscure suggestioni dell’Alchimia? E che dire del girotondo? E se inventassero ruote che, nate tonde, diventano di colpo quadrate per favorire le frenate? Quanti caleidoscopici voli della mente, quante affascinanti sconnessioni se proviamo a liberarci del fastidioso principio di causalità!

IV

Tali nasu tali fusu”. (Tale il naso tale il fuso, cioè l’organo sessuale maschile).

Cosa colleghi nella fantasia popolare la dimensione del naso a quella del fallo non si è mai capito bene, ma la questione è di antica data. Pensiamo a Publio Ovidio “Nasone”, tanto per dire; peraltro esperto di cose erotiche e noto libertino. Il detto era ben noto già ai suoi tempi: “si vis cognoscere fusum, aspice nasum” (Se vuoi conoscere il fuso, guarda il naso). Ma se il proverbio fosse veritiero, il naso dell’asino dovrebbe essere quantomeno una proboscide!

V

“Móriri cu l’occhi aperti pi nun dari vincitoria alla morti”. (Morire con gli occhi aperti per non darla vinta alla morte).

Parente del famoso detto sul signor di Lapalisse (morto combattendo “di Pavia sotto le mura”, ma che “ancor prima di morire viveva ancora”), questo proverbio ne rappresenta una deformazione grottesca ed esprime in pieno la furibonda umoralità siciliana. Mentre il detto su Lapalisse non è che una rappresentazione ironica dell’ovvio, questo proverbio, al contrario, contiene un elemento di maggiore tensione. Gli occhi sbarrati del moribondo diventano una provocazione, una sfida alla morte, donchisciottesca forse, ma con qualcosa di tragicamente eroico. L’umorismo si trasforma in sarcasmo. Gli occhi sbarrati in macabro sberleffo. L’incapacità umana di accettare la morte, la disperata volontà di negarla sfacciatamente fino all’ultimo istante, quasi ridendole in faccia è qui rappresentata con la perfezione di un affresco medievale. Un trionfo della morte, ma irriso e rovesciato.

VI

“Purpetta au sucu e finí u vattiu”. (Polpette al sugo e si concluse il battesimo) .

Al di là di un’interpretazione più convenzionale (un battesimo o in generale una festa che vede l’offerta di polpette al sugo come momento culminante e conclusivo di un lungo banchetto), può anche essere che qui si parli di un evento-lampo che si conclude precipitosamente. Conclusione dovuta alla frettolosa presentazione di un’unica portata? Chi ha assaggiato le autentiche polpette al sugo che sanno cucinare in Sicilia, sa quanto siano un piatto da re. Morbide, arricchite nell’impasto di abbondante pecorino, aromatizzate con pepe e mentuccia, prima fritte nell’olio di oliva e successivamente fatte a lungo sobbollire in un pentolone colmo di una densa e profumatissima passata di pomodoro, sono uno dei piatti più sapidi e soddisfacenti che si possa immaginare; degne, se ben cucinate, di costituire un sontuoso piatto unico capace da solo di rendere memorabile il banchetto di una festa. Tuttavia la frase, nella sua tagliente icasticità, sembra parlare di una festa che si conclude troppo in fretta, quasi all’improvviso. Aggiungerei: nonostante le polpette. Enigmaticamente, occorre dire a questo punto. Cosa può essere successo? Perché la festa finisce? Senza pretendere di offrire soluzioni esaustive, si potrebbe avanzare un’ipotesi: e se durante il banchetto fosse scoppiata una rissa? Si sa che gli animi siciliani, specialmente se sollecitati dall’ingestione di abbondanti calorie e bevande inebrianti, si infiammano facilmente e ogni tanto capita di leggere nella stampa locale di feste che si concludono con indecorose scene di violenza. Sedie che volano, urla, pugni, coltelli che luccicano. E in tal caso, se questo fosse il senso del detto, facile immaginare uno spettacolare lancio di polpette volanti al posto di più pericolosi proiettili.

VII

“Nun fari comu la mala vacca.” (Non comportarti come la mala vacca”).

Cosa distingue una “mala vacca” dalle altre? È una vacca cattiva, una vacca ammalata? Qual è l’essenza del suo male? Ma soprattutto cosa non bisogna fare per non imitare le “male vacche”? La parola “vacca”, se usata in senso figurato (e a maggior ragione se associata a “mala”: vedi l’espressione “malafemmina”) allude a comportamenti sessuali di dubbia moralità. Una vacca di facili costumi, allora? Una vacca infedele al suo toro? Ne siamo sicuri? E se invece fosse una creatura fantastica simile alla più nota Mala Luna, il licantropo di cui si favoleggia? Se fosse una vacca-lupo che tale diventa alla luce fatata dei pleniluni? Purtroppo non è dato sapere cosa realmente abbia fatto di male, al di là di ogni maliziosa illazione, questa povera “mala vacca” (o vacca licantropa che sia). Allora quale norma etica assumere? Come comportarci per non perderci anche noi nel vortice di quel suo stesso imperscrutabile male?

Di Bac Bac