di Pepi Burgio

Magritte

Avviene, ma non di frequente, che un saggio filosofico scandito come  è ovvio con rigore, richiami un topos letterario di indubbia suggestione. È attraverso Don Chisciotte, figura emblematica della civiltà letteraria europea, nonché archetipo dello sradicamento originato dalla modernità, che Alfonso Maurizio Iacono risolve il suo nuovo, intenso saggio dal titolo Socrate a cavallo di un bastone. I bambini, il gioco, i mondi intermedi e la messa in scena come pratica della verità, pubblicato da manifestolibri.

         Nel romanzo di Cervantes ad un certo punto è descritta la furia impetuosa con la quale “il cavaliere errante dalla trista figura”, sguainata la Durlindana decapita i mori che inseguono don Gaiferos e la sua sposa Melisenda al teatro dei burattini allestito da Mastro Pietro, lo sfortunato burattinaio.

Don Chisciotte, dopo aver recuperata una parvenza del principio di realtà, e resosi quindi conto del danno procurato ai malcapitati burattini del povero Mastro Pietro, ripiomba in una sorta di ottenebramento paranoide e attribuisce la responsabilità dell’accaduto agli, dirà, “incantatori che mi perseguitano”. Egli, secondo Iacono, “non distingue fra la realtà della scena e la realtà della vita”; e tale incapacità di discernimento discende “da una difficoltà più generale di saper cogliere i confini tra universi di senso”. Don Chisciotte è disadatto a rapportarsi all’illusione, cosa affatto altra dall’inganno, nei termini di “coinvolgimento/non coinvolgimento”, nel quale consiste, per Iacono, “il nostro rapporto con la scena”; da intendere nell’accezione più ampia di cornici, di confini o, come ricorda l’autore richiamando Gregory Bateson, di “contesti”.

         Lo studio delle realtà illusorie (quadri, cinema, teatro e in genere le arti visive), impegna da tempo l’autore del saggio che, su di esse, nel corso degli anni ha proiettato le proprie acquisizioni scientifiche e gli esiti della riflessione su svariati campi di sapere quali la sociologia, l’antropologia, la psicologia dell’età evolutiva etc.; presso i quali ha rintracciato con sorprendente ampiezza conoscitiva le trame che giustificano le ipotesi su cui poggia il procedere della sua ricerca. Legata quest’ultima, e come potrebbe configurarsi in altro modo per un filosofo, ad alcuni luoghi canonici della cultura filosofica occidentale: la caverna platonica, la hegeliana dialettica signoria-servitù, il marxiano feticismo delle merci, la differenza tra stati di dominio e relazioni di potere in Foucault etc.; rispetto ai quali Iacono ha continuato a ragionare in questi anni, vincolandosi ad una virtuosa oltranza interpretativa mediante la figurazione della filosofia come incessante pratica del sospetto, onde imparare a “guardare il mondo con altri occhi”. 

         Se dovessi indicare, fra i molteplici spunti di pensamento che il saggio propone, quello che da solo legittima il valore dell’opera, credo che esso si possa facilmente cogliere nel concetto di “mondi intermedi”, che i bambini esperiscono nel gioco; essi, “stando al posto di altri”, si “abbandonano alla finzione”, secondo la locuzione di Borges ripresa da Iacono: il maschio trasformando il manico di scopa in un cavallo, la femmina assumendo il ruolo di mamma nei confronti della bambola. I bambini che si immergono nella dimensione del gioco vivono una condizione di duplicità: sono consapevoli ed insieme inconsapevoli di abitare all’interno di una cornice, che tuttavia non comporta l’abbandono di altre cornici, di altri universi di senso. Come per i gattini evocati da Gregory Bateson, spesso richiamato nel saggio, che si impegnano in un combattimento/non combattimento, secondo l’ossequio ad una regola per cui la finzione e la realtà non prevalgono mai totalmente l’una sull’altra, così nel gioco, occasione privilegiata di sviluppo cognitivo, i bambini vivono in un “mondo intermedio” le cui categorie logiche sono altre, tanto rispetto alla non contraddizione aristotelica, quanto alla identificazione platonica di illusione e inganno; o ancora, osserva Iacono, “alla dicotomia vero/falso così come l’aveva stabilita Descartes quando decise di collocare ogni cosa verosimile nella scatola del falso”.

         Nei “mondi intermedi”, la cornice o il contesto sono sia avvertiti che non avvertiti: si tratta di una condizione di “temporanea sospensione dell’incredulità”, dice ancora Iacono citando l’incisiva designazione che della poesia ha dato Coleridge. “Mondo intermedio” si dà in genere nella fruizione dell’opera d’arte, al cinema, a teatro, e ogni qualvolta la cornice, il contesto realizzano l’unità di ciò che è invece opposto nella prosaicità della vita ordinaria.

         C’è da dire inoltre che tra i numerosi contributi che questo ricco saggio comprende, due, a mio parere, appaiono interessanti. Il primo riguarda il rapporto tra mythos e logos: “la ricchezza filosofica non sta nel possedere il logos senza il mythos, ma nel possederli entrambi nella loro diversità. Il mito della caverna offre sempre e in modo inesauribile del senso perché la narrazione, la comprensione e l’interpretazione non si comprendono mai in modo definitivo”. Il secondo tira in ballo il “dubbio epistemologico” relativo “al rapporto tra copia e modello (Magritte e Escher),  un dubbio che si inscrive in quelle riflessioni sulla non corrispondenza fra rappresentazione e cosa, tra linguaggio e mondo”; a partire dalla rivendicazione sostenuta da Cézanne circa l’autonomia della rappresentazione pittorica nell’elaborazione di un linguaggio di forme affrancato da ogni necessitato riferimento alla cosa, sia essa materiale che psicologica.

         Tra i cento motivi che spingono ad accostare questo importante saggio, uno infine ne vorrei segnalare: perfino i concetti più spigolosi vengono espressi con una chiarezza che sa di ingegno e, credo, di una lunga esperienza formativa. “Tutto ciò che può essere detto si può dire chiaramente”.

L’articolo è stato pubblicato su Suddovest il 25/08/2022