Alfonso Bellavia

Erano anni che non mi sedevo su questa panchina.

Le aste di ferro, un tempo dipinte di verde vivo e ormai scolorite, sono piene di nomi e date.

Accarezzo quei nomi, li sento vibrare, ne riconosco la grafia.

Riesco a malapena a leggere una data:

ottobre 25 197…

L’ultimo numero è quasi cancellato. Penso sia un 2. O forse un 8.

Accanto un cuoricino: Rosa e Saro per sempre.

Rosa… Saro… non mi viene niente in mente.

Chissà se quei due sono ancora insieme.

Le mattine, dopo il volantinaggio, ci sedevamo a discutere.

La panchina ci ascoltava. Ne sono sicuro.

E poi le notti.

Socialismo, Hegel, Marx, Mao, rivoluzione.

Alle mie spalle c’è piazza Cavour.

Quel mezzo busto con il naso perennemente rotto era diventato il nostro attaccapanni. Ci appoggiavamo le giacche, i cappotti.

Gerlando con un gioco di piedi supera Totò. Sembra prenderlo in giro.

Maurizio gli grida: «Passa… passa!»

Totò lo colpisce alle gambe da dietro e lo fa cadere.

Gerlando si rialza. Lo guarda e grida: «Ma sei fuori di testa!»

Lo spintona.

Arriva Gero e gli urla in faccia: «Sei il solito minchiuni che non passa mai la palla!»

La partita riprende.

Il pallone passa vicino a uno dei due mucchietti di pietre che delimitano la porta.

«Ti dico che è palo! Che sei, cieco?» urla Totò.

«Quale palo? È gol!» grida Gerlando.

Si va avanti così più per un tiro che forse era palo o forse gol che per Marx.

Poi un grido:

«La polizia!»

Chi corre a recuperare la giacca, chi il cappotto, chi scappa da una parte e chi dall’altra.

«Acchiappate quel pallone!» grida Brillantina Linetti.

Gerlando lo afferra e scappa, inseguito dai poliziotti.

Linetti scuote la testa e si avvia verso l’auto.

Basta toccarla e i ricordi ritornano.

La panchina è affollata. Molti seduti a terra. Le chitarre, i tamburi. Si ride, si canta, si battono le mani.

Accanto alla panchina la bancarella di Totò e Sandra. Qualcuno sfoglia i libri.

Arriva correndo Francesca.

«Hanno perquisito la sede del Partito Radicale! E hanno arrestato l’ameri…»

L’americano la guarda, la saluta e continua a bere una coca.

Le sirene strillano.

Si avvicinano.

Si fermano proprio di fronte a noi.

Da una volante scende lui, il maresciallo Brillantina Linetti.

Pochi attimi e siamo accerchiati.

«Dov’è?»

«Dov’è chi?»

«Lo sapete chi. Non fatemi perdere tempo. Dove lo avete nascosto?»

L’americano va verso il maresciallo. Totò lo prende sottobraccio.

Si allontanano lentamente.

Passano accanto ai poliziotti.

Nessuno li ferma.

Intorno alla panchina i poliziotti bloccano gruppetti di ragazzi. Chiedono documenti. Fanno domande sempre uguali.

«Ma la vuoi finire?»

«Hai sentito solo le grida, le sirene. Mentre ti allontanavi hai visto davanti a te Totò e l’americano.»

«Ti sei scordato che nessuno ti parlava.»

Sento le grida dei bambini. Alzo lo sguardo.

C’è tanta gente in giro. Molti hanno il cane al guinzaglio.

I più piccolini sono i più arrabbiati.

Sembrano pronti a sbranare quelli di taglia più grande, ma basta un’abbaiata bella corposa per farli saltare in braccio al loro padrone.

Ho quasi paura che qualcuno venga a sedersi accanto a me.

L’americano lo abbiamo accompagnato all’aeroporto di Palermo. Alcuni avvocati avevano fatto una colletta per pagargli il biglietto per New York.

Lui volava verso New York. Qualche ragazzo finiva in carcere.

«Lo abbiamo?»

La Memoria ride.

Mi alzo. Le gambe sono intorpidite. Nell’aria l’odore del ragù che avevo lasciato cuocere a fuoco lento mi chiama. Ma non ho voglia di rientrare al ristorante.

«Ogni cosa che abbiamo vissuto si ripeterà all’infinito.»

«Già. Tra ricordi non tuoi e quelli che il tempo ha cambiato…»

Si interrompe e comincia a ridere.

«Quindi se tutto ritorna, questa conversazione l’abbiamo già avuta.»

«Che vuoi dire?»

«E a te cosa ritornerebbe? Quei ricordi meticci?»

«Mi è bastato stare seduto su questa…»

Guardo la piazza. Ci ho vissuto quasi senza accorgermi che il tempo passava.

Lì c’era il mezzo busto di Cavour. Resto a guardare quel vuoto.

La mano quasi si allunga da sola: là ci appoggiavo la giacca.


Immagine: Giuseppe Agozzino, tecnica mista

Di Bac Bac