di Alfonso Bellavia

Bruno lo conoscevo già. O meglio, sapevo chi era. Ci incrociavamo in quelle sale dove il fumo si appiccicava ai vestiti. Le discussioni non finivano mai. Poi qualcuno prendeva la parola.
«Come dice Marx…»
Bastavano tre parole e nella sala calava il silenzio.
Bruno se ne stava in disparte. Parlava poco, senza mai alzare la voce.
Quando interveniva, avevo l’impressione che fosse lì soprattutto per osservare: il tono delle voci, i gesti, le pause, il modo in cui il corpo accompagnava ciò che veniva detto.
Alla fine di quelle interminabili riunioni, io e Bruno camminavamo a lungo. Parlava lui. Io ascoltavo.
«A Milano ho fatto teatro con la Comuna Baires.»
«La Comuna Baires?»
«Un gruppo di argentini in esilio.»
Per un tratto rimase in silenzio.
«Parlavano sempre di teatro. Di quello che avevano lasciato alle spalle, quasi mai.»
«Si rifacevano a Stanislavskij.»
«Scusa… chi è Stanislavskij?»
«Come, chi è Stanislavskij?» Bruno si fermò. Mi guardò per qualche secondo.
«Uno dei ragazzi della Comuna, prima di una prova, si rannicchiava in un angolo e non parlava con nessuno.»
«E perché?»
«Lo vidi piangere. Lacrime vere.»
Gli chiesi perché.
«Non lo so. Non sono io. È il personaggio che piange.»
«Quindi il teatro non è soltanto una rappresentazione.»
Bruno rallentò il passo e mi guardò.
«No. Può essere un rito. Qualcosa che trasforma chi lo compie.»
«Come i tarocchi.»
«Che c’entrano i tarocchi?»
«C’entrano. Pensa a Jodorowsky: i tarocchi, il gesto simbolico, il teatro come rito.»
La memoria sbuffò.
«Ma che dici? È vero che leggevi i tarocchi, ma allora Jodorowsky non lo conoscevi.»
«Lo so.»
«E allora perché lo nomini?»
«Fatti i fatti tuoi.»
«È quello che sto facendo.»
«Io sono il padrone dei miei ricordi e li uso come voglio.»
Qualche giorno dopo comprai alcuni libri di StanislavskIj .
Durante quelle passeggiate gli si accendevano gli occhi.
«Un teatro senza platea, senza palcoscenico.»
«Ma potrebbe essere anche una galleria. Con quadri, sculture…»
Cominciammo a cercare un locale.
Lo trovammo in Salita Madonna degli Angeli.
Era chiuso da chissà quanto tempo. L’umidità aveva mangiato le pareti, l’intonaco cadeva a pezzi.
Quando aprimmo la porta e le finestre, fu come liberare un respiro trattenuto. L’aria entrò di colpo, sollevando la polvere. L’odore di chiuso e di vecchio ci colpì come un pugno in pieno viso.
L’aria mi si fermò in gola.
Da quel momento non andammo più alle riunioni. Il locale assorbiva tutto il nostro tempo.
Un pomeriggio Bruno stava su una scala, a tirare giù l’intonaco vecchio. Un pezzo si staccò all’improvviso e gli cadde addosso. Rimase lì, immobile, tutto bianco di polvere.
«Sembri uno dei tuoi attori», gli dissi ridendo. «Quelli che si truccano da morti.»
Bruno si guardò le mani bianche.
«Forse lo sono già.»
«E se inaugurassimo il locale così com’è?»
«Così com’è… sembra un’officina.»
«L’Officina…»
«Mi piace.»
Bruno rimase in silenzio per qualche istante.
«Potrebbe funzionare.»
«Sul manifesto… Ci vuole qualcosa…»
«Una rosa rossa!» gridai.
Bruno rimase in silenzio per un istante.
«Sì. Una rosa rossa. Dal lungo stelo.»
«L’Officina? Rosa rossa… mi piace.»
«Sempre la stessa storia… Non è andata così.»
«Ah, no?»
«L’Officina fu un’idea di Bruno.»
«Può darsi.»
«Può darsi? Lo sai benissimo.»
La gente arrivò aspettandosi una galleria.
Quadri alle pareti, sculture.
Invece trovò calcinacci sul pavimento, vernice fresca e cavi scoperti. Chi dava il bianco, chi montava i faretti.
Un tavolone appoggiato alla parete.
Dal soffitto scendeva un lungo filo con l’unica lampadina che illuminava tutta la sala. Roberto, un ragazzino del quartiere, correva da una parte all’altra porgendo attrezzi. Gigi, dentro la sua nicchia, con il casco da pilota della Prima guerra mondiale che non si toglieva mai, da un blocco di polistirolo stava facendo nascere una scultura.
Entravano. Si fermavano sulla soglia. Guardavano noi, poi il locale.
Qualcuno entrava, cercava di capire. Si sentiva solo il rumore degli attrezzi al lavoro.
Guardai Bruno. Sorrideva.
Per un attimo mi sembrò che Stanislavskij fosse lì.
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Immagine: Giuseppe Agozzino, tecnica mista
