di Tano Siracusa

“Se vuoi dire la verità non scrivere un saggio, un testo scientifico o un reportage. Scrivi un romanzo”: spesso a dirlo sono personaggi di romanzi, di film, di finzioni.
In Italia lo scenario israeliano è stato illuminato soprattutto da tre grandi scrittori, Amos Oz, Abraham Yehoshua e David Grossman, che attraverso il filtro delle diverse traiettorie biografiche hanno dato espressione a una ‘sinistra israeliana’ impegnata anche a sostenere le ragioni dei palestinesi.
Negli stessi anni ebrei americani, scrittori che avevano vissuto la tragedia del proprio popolo dall’altra sponda dell’Atlantico, pubblicavano sulla ‘questione ebraica’ romanzi spesso spiazzanti, a volte profetici.
È il caso di Operazione Shylock di Philip Roth, pubblicato nel 1993, romanzo che mette in scena un ‘doppio’ dello scrittore che predica l’ abbandono della Palestina, un esodo al contrario, verso le radici europee della autentica cultura ebraica. Come molti altri ’sosia’ letterari anche questo parassitario, insinuante usurpatore dell’identità, possiede una buffonesca, geniale demonicità, che permette a Philip Roth di scrivere pagine come questa: “Io parlo sinceramente. Loro sono innocenti, noi colpevoli: loro hanno ragione, noi abbiamo torto. Loro sono gli offesi, noi gli offensori…Se un giorno ci sarà una vittoria palestinese, e se qui a Gerusalemme ci sarà un processo per crimini di guerra …io non saprò come difendermi dalle accuse dei palestinesi.
Il romanzo per sua natura permette di oltrepassare l’opacità dei fatti, delle evidenze, facendo balenare nella finzione, in un gioco di specchi truccati l’estremo paradosso: “…quel Philip Roth che si è battuto perchè gli ebrei di origine europea sgomberassero le proprietà che avevano, e tornassero in Europa e alla diaspora europea, che era il luogo al quale appartenevano, quel Philip Roth era il loro amico, il loro alleato, il loro eroe ebreo. E quel Philip Roth è la sua unica speranza. Quest’uomo, il suo mostro, è in realtà la sua salvezza: l’impostore è la sua salvezza.
Sua e degli ebrei di Israele che altrimenti andrebbero incontro a un secondo olocausto, questa volta vittime degli arabi, oppure farebbero ricorso all’arma nucleare determinando la scomparsa di Israele e la distruzione morale dell’intero popolo ebraico. La finzione romanzesca permette all’autore di scrivere in un immaginario colloquio con il suo sosia: “Non vorrei essere io a dirlo, ma la veemenza e l’acutezza delle tue critiche fanno di te qualcosa più di un matto… gli argomenti a favore del diasporismo hanno una loro folle plausibilità”.

Dopo il feroce massacro filmato e diffuso da Hamas il 7 ottobre, la carneficina messa in atto in Palestina dal governo di Nethanyau, immediata e catastrofica, ha provocato un crescente isolamento internazionale di Israele e alimentato il riemergere, anche in Europa, di un diffuso, preoccupante antisemitismo, come se si fosse esaurito il rimorso europeo per le persecuzioni antiebraiche culminate nel genocidio nazista, smarrito il senso di colpa collettivo che dal dopoguerra ha fatto da scudo in Occidente a Israele. Fino al punto di non riconoscere la tragedia di un altro popolo, quello palestinese, le innumerevoli violenze subite a Gaza e anche in Cisgiordania, la violazione di diritti umani fondamentali, le forme di oppressione che hanno consegnato, come in altri scenari mediorientali, vaste fasce di popolazione al fondamentalismo islamico, non solo di matrice sciita.

Non sono pochi gli osservatori, ebrei israeliani o della diaspora, che cominciano a temere per la sopravvivenza stessa dello stato sionista, in una regione dove la potenza iraniana potrà presto disporre, come Israele, dell’arma atomica, e dove l’incapacità della destra al governo di inquadrare l’intera scena, di vedere l’altro e assumerne le ragioni, rischia di realizzare l’estrema controfinalità dell’autodistruzione.

Come in un ulteriore gioco di specchi la finzione narrativa dello scrittore americano sembra riflettere uno scenario divenuto reale o che potrebbe diventarlo oggi, trenta anni dopo.

Ma se nel romanzo di Roth l’autore finisce per confondersi e scambiarsi con il suo sosia, sperimentando lo scarto e la differenza all’interno della coscienza ebraica, in Palestina oggi sembrano combattersi due nemici prigionieri della cieca, identica volontà di annientare l’altro, vittime della medesima ossessione identitaria. La Palestina senza i palestinesi che vorrebbe la destra israeliana o senza Israele come vorrebbe Hamas, è ipotizzabile solo dopo una catastrofica crisi umanitaria e il crollo degli attuali equlibri mondiali. Apparentemente uno scenario non meno immaginario o più ‘plausibile’ di quelli suggeriti in Operazione Shylock.

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Immagine: Malak Mattar

Di Bac Bac