di Tano Siracusa

“Chi mi guarda dallo specchio mentre mi guardo allo specchio? Chi è quel ‘signore’ che, fissandomi negli occhi, avanza l’inammissibile pretesa di essere me?’’
Così Valerio Magrelli riassume la ‘scena’ iniziale della ricerca che occuperà l’intera vita di Paul Valéry in Vedersi Vedersi che ha ha per sottotitolo “Modelli e circuiti visivi nell’opera di Paul Valéry”.

Prima o poi accade di avvertirsi altro nello sguardo di un altro: parte di una rappresentazione sconosciuta e infedele che smentisce la certezza di costituire non il centro ma il fondamento della scena, ciò che la rende possibile, il regista del film e non un attore, una comparsa.

Il tema dello sguardo, del regard (“…guardare vale soprattutto come tenere [garder], warten: sorvegliare, prendere in consegna…” J.L. Nancy), viene immerso in un reticolo di riferimenti testuali la cui premessa è lo stupore – lo sgomento – nel vedersi come un ’questo’, nel non potersi riconoscere immediatamente nel proprio doppio degradato a figura nello sguardo di un altro.
Magrelli evoca le risonanze gnostiche che attraversano la ricerca del poeta francese, quando “alla gloria del puro vedere, inevitabile, subentra la sconfinata tristezza del riconoscersi”, lo sconforto nel “vedersi particolare, pur sentendosi universale.”
Non possiamo vedere il nostro sguardo che ‘apre’ il mondo, mentre essere guardati ci consegna a un mondo in cui il nostro stesso sguardo appare guardato, ’sorvegliato’ dagli altri.
Nella ricerca di Valéry e nel denso saggio di Magrelli il soggetto è sempre individuale, incarnato, è l’Io che avverte la prigione del proprio corpo, lo scandalo del suo ‘essere gettato’ nel mondo degli altri, di essere altro per gli altri e per se stesso.
Nessuno slittamento verso le soggettività collettive, verso il ’Noi’ delle appartenenze nazionali, etniche, religiose, fino alla percezione dell’altro come nemico, come entità da annientare o come esplorazione del suo sguardo nelle indagini etnografiche, che pure sembrano riproporre i ‘circuiti visivi’ analizzati da Valéry.

Ma è davanti lo specchio, nel mito di Narciso, che lo sguardo sperimenta il suo iniziale non riconoscimento.

Cosa accade se il vetro del finestrino su un treno, attraverso cui guardiamo la fuga della notte, all’improvviso ‘si tramuta in specchio’? Chi provoca quel precipitare del tutto a parte, del vedere all’essere visto, del soggetto ad oggetto. Chi siamo quando a guardarci siamo noi stessi?
Il medesimo sguardo che apre il mondo si vede nel mondo, come lo vedono gli altri, e quello sguardo è il proprio.
‘Io chi?’ si chiede l’autore dei Cahiers davanti a un suo ritratto fotografico.
‘Guardo il mio viso, le mie proprietà e tutto il resto, come una vacca fa con un treno.’

Le variazioni sul regard nell’opera di Valéry si moltiplicano come le facce di un prisma che raccoglie e riflette un intero versante della cultura della crisi del soggetto, che nel Novecento da Kafka a Pirandello, da Freud a Sartre a Merleau Ponty a Borges, ha riproposto la figura della scissione, del doppio, dell’io diviso.

L’interesse di Valéry per lo specchio si apre inevitabilmente a quella specularità differita e straniante resa disponibile dalla fotografia e dal cinema e che rende ancora più problematico il finale riconoscimento.

Se in uno specchio, lentamente e con stupore, come ad ogni risveglio, si (ri)vede come una prima volta quell’altro che ciascuno è per gli altri, e alla fine ci si riconosce, nella duplicazione differita, tecnologicamente mediata, la sensazione di estraneità con il proprio doppio sconfina quasi inevitabilmente in una allucinazione grottesca, derisoria, oppure nella finzione narrativa, nell’invenzione poetica.

Forse è in questo passaggio dell’indagine di Valéry che si può misurare tutta la distanza fra il suo orizzonte storico e l’attuale, immerso nell’infinito rimbalzare delle immagini, di sguardi che vengono guardati, di sguardi che non possono venire ricambiati, che spalancano ciascuno mondi diversi, in guerra.

Nell’inevitabile riferimento della fotografia al passato, alla scomparsa, all’annientamento di ciò che mostra, a quella umiliazione, il poeta francese non riesce a ipotizzare, neppure nello scenario tragico della sua epoca, l’uso attuale delle immagini raccolte sui teatri di guerra. Che si possa, ad esempio, realizzare un massacro contro civili inermi, filmarlo e diffondere quello sguardo, la sua empietà, le immagini delle vittime scempiate come un trofeo, come è stato fatto dopo il 7 ottobre. Erano stati i sovietici, i nemici, a filmare l’orrore dei campi di concentramento nazisti. Oggi quell’orrore viene esibito. E le immagini vengono rimbalzate sui due fronti nella reciproca disperazione che alimenta l’odio reciproco.

Se al ‘me’ di Valéry si sostituisse oggi il ’noi’, un qualunque ‘noi’ coinvolto in una guerra reale o possibile, immaginaria, il senso di non appartenenza, di estraneità, a Gaza come a Kiev, a Kabul come a Damasco, a Berlino, a Roma, potrebbe invitare a un ritrarsi dalle immagini, dalle loro specularità differite, dalla loro potenza che esclude lo scambio, ogni forma di reciproco ricinoscimento, che alimenta l’odio e le sue immagini: come se nell’io diviso il doppio avesse preso il sopravvento, un Noi della negazione cieca, distruttiva. Come se ormai il ‘signore’ che ci guarda allo specchio fosse irriducibilmente un altro.


Immagine: foto di Tano Siracusa

Di Bac Bac