di Vito Bianco

Nel 1670 Baruch Spinoza pubblica in forma anonima il Trattato teologico politico per preparare il terreno all’Etica, come  ipotizza Steven Nadler, che argomentava tesi più radicali soprattutto su due temi di primaria importanza: la definizione della divinità e una inedita concezione della natura umana. Il libro venne quasi subito attaccato  dai predicatori – predikanten – calvinisti, che accusarono l’autore di  di voler screditare e irridire la santa religione cristiana e i suoi indiscutibili dogmi.
Critiche altrettanto veementi partirono anche dal fronte dei filosofi cartesiani, i quali avevano buone ragioni di temere che una probabile accusa di spinozismo potesse mettere in pericolo la loro preziosa libertà di insegnamento.
Al netto del pregiudizio, delle letture superficiali e della difesa d’ufficio dei caposaldi del cristianesimo, sia cattolico che riformato, alcune di queste critiche colgono nel segno, a ben guardare, quando evidenziano un nodo problematico nella questione della libertà dell’individuo o libero arbitrio.

Il sistema spinoziano che si struttura compiutamente nell’Etica è in effetti connotato da un determinismo tanto rigoroso da non  lasciare spazio alcuno all’autodeterminazione del singolo, alla sua libera scelta.
In una lettera del 1675, l’inglese Oldenburg, segretario della Royal Society, di fede cristiana, muove all’amico Spinoza, fingendo di riportare opinioni d’altri, un’obiezione circostanziata proprio su questo decisivo punto.
“Sembra che tu stabilisca” gli scrive Oldenburg “una fatale necessità di ogni cosa e azione: concessa e stabilita la quale, sono però tagliati – essi affermano – i nervi di tutte le leggi […] e risulta vana ogni retribuzione e ogni pena”. E ancora: “Se siamo preda dei fati e tutte le cose procedono in direzione inevitabile, prefissata da una dura mano fatale, certo non si capisce – concludono i tuoi lettori – dove sia il luogo della colpa e della pena”.

Nella sua risposta l’autore del Trattato nega che le sue idee assolvono l’uomo dalle sue responsabilità: i precetti morali, afferma, sono comunque salutari e ci vincolano tutti. Poi però scrive che gli uomini  “sono ingiustificabili di fronte a Dio proprio perché sono in suo potere come la creta nelle mani del vasaio, che da una stessa materia ricava vasi per un uso nobile e vasi per un uso vile”, e nessuno, taglia corto il filosofo,  può lamentarsi con Dio ossia con la  necessità della natura per il carattere che ha ricevuto.
Ma, viene subito da eccepire, se gli uomini sono come creta non hanno alcuna autonomia, e se non hanno autonomia non possono essere colpevoli, dunque dovrebbero essere giustificabili, assolvibili, perdonabili. Che colpe può mai avere la creta totalmente arresa alle mani del vasaio? Spinoza sembra essere consapevole della contraddizione, e alla fine concede che tutte le persone che peccano per necessità della propria natura sono scusabili (ma secondo quali criteri potremmo stabilire che qualcuno ha peccato “fuori” da questa necessità, ammesso ma non concesso che sia possibile?)

Sembra però ben poca cosa se paragonata con quanto aveva affermato qualche tempo prima in una lettera a un altro corrispondente, il discepolo Tschirnhaus, il quale suggeriva al maestro questa soluzione: tutto ciò che si affermava nell‘Etica sul carattere deterministico dell’universo poteva essere vero, a eccezione dell’uomo e della sua  libertà: un modo per salvare il sistema metafisico della grande opera senza trasformare l’essere umano in una creatura in balia di forze e caratteri che ne forgiano il destino.
Spinoza nega però decisamente la possibilità di separare la condizione umana da quella del resto della creazione. E scrive che in un universo nel quale ogni cosa è determinata da una qualche causa esterna “la libertà non è, per gli esseri umani, che una semplice illusione”. Tra l’uomo e una pietra lanciata in aria non c’è differenza, dichiara il pensatore olandese; anch’essa, muovendosi, crederà di farlo per propria volontà.
Una sentenza inquietante ma per fortuna discutibile, che appare come il risultato, questo sì necessario, di una grande, affascinante e problematica costruzione edificata sulle fondamenta di una impertubabile, geometrica razionalità.

Steven Nadler, Spinoza e l’Olanda del Seicento, Einaudi



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