di Magda Jankowski

foto di Tano Siracusa

Mio caro amico, ieri sera, prima di coricarci, mia madre mi ha abbracciata come faceva quando ero bambina, come se avessi avuto ancora bisogno del suo corpo grande e caldo per proteggermi. Dopo quasi due mesi di silenzi e inimicizia  mi ha abbracciata e mi ha detto che  gli uomini non sono cattivi. Sono pazzi, sono quasi tutti pazzi, ha detto, ma non sono cattivi.  Ha ripetuto questa cosa assurda e un po’ ridicola, stupidamente astratta e declamatoria. Ma sapevo già che si riferiva a mio padre, un uomo piccolo, con la pelle liscia e scura, l’aria malinconica, che gesticola in modo sconnesso  quando la  situazione gli sfugge di mano e vorrebbe trovarsi da un’altra parte.  Per una settimana, da quando siamo a Palermo, siamo andate ogni sera in un quartiere mezzo diroccato nella parte più vecchia della città, un posto di disgraziati, frequentato da  artisti falliti e cinici, qualche snob, ubriachi e  prostitute.   Ma che ci facciamo qui? le dicevo. E lei niente, zitta. Ostinata come un cavallo ammaestrato entrava in un locale, si guardava in giro ma come per fiutare qualcosa, appena il tempo per sentire e riconoscere un odore, una specie di scia credo, per  dire vaffanculo al primo disperato che le rivolgeva la parola. E poi di nuovo fuori, su quelle stradine umide  piene di cani randagi e di topi grossi quasi come i gatti spiritati che saltavano fuori dai contenitori quando qualcuno vi lanciava dentro un  sacchetto pieno di spazzatura. Che ci facciamo? le chiedevo. Ma lei non mi sentiva, continuava a picchiare la strada con quel suo passo da cavallo ammaestrato, fermandosi solo per parlare con qualche ragazza. Sempre con la faccia dura, con quella sfida nello sguardo e nella voce.  Sì, può darsi, prova da Umberto, guarda al Pinguino, le dicevano quelle, e si capiva che lo nascondevano dentro la notte, dentro la città sconosciuta, lo proteggevano dallo sguardo insonne, dalle domande martellanti di mia madre, dal suo fanatismo.   

Non potevo lasciarla sola. Ieri sera mia madre mi ha abbracciata e poi ha aggiunto quella stramberia sugli uomini che non sono cattivi ma quasi tutti pazzi. Ma per due mesi non mi ha quasi rivolto la parola e quando lo ha fatto è stato per litigare, due volte in modo furioso.  A Bologna, Rimini, Perugia, Napoli, poi su a Roma  e poi di nuovo a Bologna, abbiamo abitato  piccoli alberghi bui, disadorni, un po’ equivoci dove di giorno dormivamo e mangiavamo quasi sempre in silenzio, lontane, estranee o nemiche, mentre di notte uscivamo per andare  verso le  periferie o, a Napoli, verso certi quartieri vecchi del centro, a mescolarci  fra  gente  insonne, dentro osterie,  pub di quart’ordine,  sale di biliardo,  sui marciapiedi;  lei sempre attenta e ostinata  a cercare di riconoscere quella scia, quel particolare odore, a sfidare con lo sguardo nottambuli criminali e prostitute con le quali  si metteva a parlare come se con ciascuna di quelle disgraziate  avesse avuto una lunga consuetudine e  un conto sospeso, ragioni  sue per aggredirla. Ogni tanto una le diceva: è fatto così. Ma non si capiva mai se lo conoscesse davvero o se parlasse di un’altra persona, se parlasse semplicemente per parlare, per il piacere di parlare di uno sconosciuto e di regalargli una storia, di accusarlo e di assolverlo.  

Poi siamo arrivate qui a Palermo dove abbiamo preso in affitto una stanza in una casa abitata da altre due persone, due poeti che non lavorano, che parlano di cose assurde e che non si capisce come facciano a campare. Una vecchia casa malandata,  non diversa da tutti gli altri posti che ho visto e dove ho vissuto da quando siamo partite. Solo che questa volta mia madre l’ha presa in affitto per un mese, come se  avesse capito che qui l’avrebbe trovato, che qui sarebbe finito il nostro viaggio.   

Non potevo lasciarla sola, anche se lei non mi voleva. In mia madre non c’era più spazio per alcun sentimento, pensiero o intenzione che non fossero rivolti  a quell’uomo piccolo e indifferente che ho conosciuto ieri, che ci guardava come se fossimo state due revivant, due esistenze  perdute, affondate nel passato, e adesso assurdamente presenti lì, davanti a lui. Vovevo seguirla, ma non  per proteggerla, non perché mia madre fosse tornata una ragazzina irresponsabile che si stava giocando tutto quello che aveva per quello che non aveva e che sapeva non avrebbe più avuto; e tuttavia doveva averlo perché altrimenti non viveva più, non parlava, non sorrideva, non dormiva più. Non è stato per proteggerla da se stessa che l’ho seguita, ma per capire. Adesso che la storia si è conclusa posso dirtelo: è cominciato tutto con un sogno. Semplicemente aveva sognato mio padre, aveva sognato che faceva l’amore con lui. E dopo quel sogno, dopo  avermi raccontato quel sogno, ha smesso di parlarmi, di parlare con chiunque. Mi ha detto che aveva sognato mio padre, e poi ha smesso di parlarmi e di vivere, perché quell’uomo che non vedeva da quattordici anni era improvvisamente tornato nella sua mente, nei suoi nervi, dove le cellule del suo corpo modellavano la sua anima, e la ossessionava. Così quando mi ha detto che andava a cercarlo ho preparato in silenzio le mie cose e l’ho seguita.  

Tu allora non hai capito, ma io non cercavo mio padre, e neppure pensavo di potere aiutare mia madre. Volevo solo esserle accanto per avvicinarmi a quel suo amore insensato, che non capivo e che mi appartiene perchè quell’amore è stato prima di me e poi ci sono stata io, con questo mio corpo che non ho scelto, che non capisco,  specie quando mi sto addormentando e sto perdendo la coscienza di esserce il mio corpo, e ho paura.  C’è questo suo amore all’origine di me, e dopo tanti anni questo  amore è tornato con la violenza e l’assolutezza di  una passione cui è impossibile opporsi. Eppure tutto è cominciato con un sogno, a causa di uno stupido sogno.   

Tu allora, quando sono partita,  hai creduto che scappassi di nuovo, questa volta per  aiutare mia madre, per impedirle qualche pazzia, o per cercare mio padre; solo per una nuova chimera, per un altro inganno, non per la meta della  fuga ma per la fuga, per il mio bisogno di fuggire. Dicevi da me stessa e pensavi da te, ma ti sbagliavi comunque.  Ora so che mio padre esiste, ma è come se vivesse in un altro mondo, in un tempo diverso.  Mi è sembrato  che ci avesse dimenticate e in un certo senso dubitasse anche della nostra realtà passata, proprio come accade per i ricordi che ritornano dopo molto tempo e che potrebbero essere (nessuno può   davvero saperlo) solo immaginazioni, fantasticherie, sogni ad occhi aperti.

Lo ha riconosciuto alla fermata di un autobus davanti la stazione. Gli ha raccontato quel suo sogno come se io non ci fossi stata, e poi  gli ha detto della mia passione che lei disprezza per i libri, e poi di te, del fatto che quando vieni a trovarci  a casa  non saluti mai, e non per maleducazione, per cattiveria, ha detto mia madre, ma perché saresti un ragazzo strano, un po’ pazzo,  che farà  sicuramente del male alle donne che lo ameranno.  Lui, mio padre ascoltava socchiudendo gli occhi come per vederci meglio, e poi parlando ha cominciato a gesticolare in modo esagerato, forse perché  voleva essere sicuro di essere compreso, perché voleva assolutamente apparire coinvolto e gentile. La sua indifferenza infatti lo braccava, lo umiliava.  

Mi ha chiesto cosa leggessi e poi, senza quasi aspettare la risposta, ha elencato i suoi autori preferiti, quasi tutti americani o inglesi, gente strapazzata, con vite da marciapiede. Non gli importava niente di me, delle mie preferenze letterarie , come delle sue.  Non gli importava niente di niente, ma la sua indifferenza lo umiliava e si sforzava di commentare l’eccezionalità del nostro incontro con una gestualità concitata e sfasata rispetto al nulla che rivestiva di parole, di frasi gettate  fra me e mia madre come un ponte di sabbia che non riesciva a prendere forma e stare in piedi, che si disfaceceva mentre lo costruiva.    

Ha parlato del suo lavoro come avrebbe parlato di qualunque altra cosa, solo per impedire che il silenzio tornasse ad allontanarci e  ad accrescere il suo imbarazzo.    

“Arrivi in una città, guardi in faccia le persone – ha detto mio padre – e  lo capisci  da come ti guardano, se ti guardano e come ti guardano, se ti puoi fermare.  Puoi cercarti un alberghetto, un posto qualunque dove si paga poco e le lenzuola sono pulite.  Le persone bisogna guardarle in faccia, da vicino, per strada e al chiuso, nei bar nei negozi nei supermercati nelle stazioni degli autobus e delle metropolitane, devi sfidarli, chiedergli con uno sguardo se sono disposte oppure no a mettere in gioco non l’anima certo, ma una sua plausibile messa in scena. Io lo capisco dopo un paio di giorni. Capisco anche quando dietro il rifiuto c’è una specie di desiderio smanioso di correre il rischio. Capisco se la sfida è accettata o se vince la paura.   

Qui, – ha raccontato mio padre agitando in aria come foglie al vento le mani piccole, sottili, – il primo giorno l’ho passato sugli autobus. Si dicono un sacco di cose con gli sguardi. Molti mi dicevano, ed erano anche giovani, che è passato tanto tempo, troppo tempo, e si sono viste troppe cose, si sono dette troppe cose o ascoltate, troppe notti con gli occhi spalancati e mattinate senza un saluto. Lasciaci perdere dicevano, ma non erano del tutto sinceri. Io l’ho capito il secondo giorno che non erano sinceri. Il secondo giorno sono andato in giro fra via Roma, la Vucciria, via Maqueda,  nei mercati del centro, e lì molti mi dicevano perché no? non c’è niente dietro le nostre facce, in fondo ai nostri sguardi, niente oltre questi occhi disciplinati che non piangono e non ridono, puoi guardarle, dicevano, e fotografarle come ti pare perché non vedrai mai le anime che non abbiamo.    Ma io in fondo – ha aggiunto mio padre – non cerco le loro anime ma i loro soldi, venti euro a scatto, anche se è vero che un’anima rimasta impigliata in un ritratto mi emoziona ancora, a volte mi commuove.”  

Ha parlato tutto il tempo di questo suo strano lavoro. Gira così da una città a un’altra, nascondendosi sotto un panno nero e facendo con una vecchissima macchina fotografica ritratti alle persone. Fra qualche giorno lascerà Palermo e andrà a  Tunisi. Perché proprio  a Tunisi?  gli ho chiesto. Mi ha guardato con tristezza, con una specie di muto rimprovero, come se avessi scoperto una sua debolezza, come se avessi sollecitato una risposta indicibile.  

Tornando a casa mia madre sembrava ubriaca, lei che non lo è mai neppure quando beve. Canticchiava una canzone che non avevo mai sentito, poteva essere una vecchia canzone che da giovane aveva cantato qualche volta  assieme a mio padre. Diceva: Ci sono vele di carta in fondo al tuo cuore, c’è un postino che piange in fondo al mare.  Camminavamo a passo spedito, come se qualcosa o qualcuno stesse aspettando il nostro ritorno a casa e fossimo in ritardo. Lei cantava questo ritornello e neppure vedeva  gli uomini che la guardavano, che si fermavano a guardarla, perché lo sai, gli uomini la guardano ancora, la desiderano, ma adesso la guardavano perché doveva essere una strana scena lei che picchiava le scarpe sul lastricato come zoccoli di cavallo e cantava quel ritornello assurdo,  quel postino che piangeva in fondo al mare.  A casa poi mi ha abbracciata e mi ha detto quella assurdità sugli uomini che sono un po’ pazzi ma non sono mai cattivi.  

Ha voluto dirmelo perché proprio adesso, mentre ti sto scrivendo, è con lui, non me lo ha detto ma io lo so che adesso sta facendo l’amore con lui, un’altra volta, forse sarà l’ultima volta; ed è per questo, per giustificarsi, per assolversi, che mi ha abbracciata ed è tornata a parlarmi.

Ti ho scritto per questo, dunque, per dirti che non sono scappata da te e neppure da me stessa, e che non si deve credere che il rimedio alla solitudine e alla pazzia  sia  perdersi nella solitudine e nella pazzia di un altro. 

Ne ho parlato ieri a Vito, uno di quei due che abitano con noi. Mi stava raccontando una storia insulsa, un suo amico pittore che ha trovato un topo in casa e senza dire niente alla sua compagna ha chiamato in aiuto un cugino. Lui approvava, con i topi, sosteneva, devono sbrigarsela gli uomini. Allora l’ho interrotto perché sembra uno capace anche  di ascoltare o  sa fingere di farlo, che è poi la stessa cosa.

Forse cerchiamo dentro il vuoto di un’altra persona ciò che vorremmo riempisse il nostro vuoto, gli ho detto. Più o meno gli ho detto così.  Ma non mi sono spiegata bene, e forse per questo lui mi ha risposto in un modo che non ho capito.  Forse volevo dire  che siamo dei corpi difettosi, imperfetti, che il sesso ci illude e ci inganna.  

Ci si innamora sempre di un altro che non esiste, di un’assenza. E non c’è nulla di più  umiliante, ha detto lui.   

Non credo di aver capito bene cosa volesse dire, ma non  importa:  lui è un poeta, e quasi mai i poeti si fanno capire subito. E poi chissà se hanno davvero ragione.  Forse lui crede, sbagliando, che la presenza di una persona renda impossibile la sua assenza. Ma, appunto, è solo un poeta e io non sono sicura di averlo capito bene.   

Neppure tu mi hai capita quando ho deciso di seguire mia madre: non fuggivo da te, dalla mia realtà, al contrario andavo a cercare me stessa, quel lampo di cecità e di follia che mi ha preceduto e per cui esisto. Non fuggivo da te ma dal vuoto che ho dentro e che tu  non riuscirai  mai  a riempire. Adesso che ho conosciuto mio padre lo so.  Né  tu né nessuno.

M.

Di Bac Bac