di Vito Bianco

di Giuseppe Agozzino, tecnica mista

Brando

L’idea è stata di Ersilio. Se Nuto dice di no, si sbaglia. Dice anche che io l’avrei subito approvata con entusiasmo. Dice il falso, o ricorda male, nessuno con un granello di sale in zucca poteva approvare quella pensata così su due piedi, non nella prima versione, priva di collegamenti, calcolo dei pro e dei contro; insomma, priva delle necessarie rifiniture, per così dire. Nuto sostiene anche, a quanto pare, che la cosa venne fuori alla trattoria del Carlino, in vicolo Sordello, dove andiamo quasi tutti i sabati che sono apparsi sul calendario da un anno a questa parte, cioè da quando ci siamo ritrovati, di ritorno nella nostra bella ma noiosa cittadina ciascuno da un suo giro più o meno lungo terminato male o terminato e basta.

Noi scherzando diciamo che ci ha riportato il vento, ma la verità è che a riportarci nel posto dove siamo nati e cresciuti è stata la nostalgia: parliamo di vento perché ci vergogniamo a nominare la nostalgia, come se si trattasse di confessare chissà quale peccato o azione indegna. Sì, anche quel sabato ci ritrovammo dal Carlino, ma non fu lì che Ersilio ci disse l’idea su cui rimuginava da giorni, che al principio non voleva nemmeno dire, tanto gli pareva assurda, folle, e che così l’avremmo giudicata Nuto e io non appena l’avessimo sentita. E così fu, infatti, gli dicemmo tutti e due che era un’idea da matti, non all’unisono e con le stesse identiche parole, ma uno dopo l’altro, con calma e guardando Ersilio dritto negli occhi: Ti ha dato di volta il cervello, Ersilio?

Era questo il succo di quello che, ognuno con parole sue, dicemmo all’amico Ersilio. È così che è andata, qualunque cosa possa dire ora il caro Nutino. Che, come ho già detto e adesso ripeto, o ha perso la memoria dei fatti o lo fa apposta per alleggerire la sua posizione, se così si può dire, visto che da alleggerire c’è ben poco.

Allora, ricapitolando: l’idea venne a Ersilio, che se la rigirò in testa per tre o quattro giorni, fino a quando non si decise a parlarcene, vincendo il timore di venir preso per pazzo e mandato sonoramente a quel paese. Ce la disse al bar della bocciofila, subito dopo una partita che avevamo perso contro il trio Gallinacci, i tre cugini mezzo sardi che non siamo mai riusciti a battere, maledetti​bastardi, se posso permettermi e chiedendo scusa. Al bar eravamo solo noi, seduti al tavolo accanto alla finestra dalla quale si può vedere il quadrato del giardino con gli oleandri ai lati e il ficus giusto al centro.

Chi può testimoniare? Non certo il barista. Se c’era il cameriere…? Non me lo ricordo, ma se c’era doveva essere lontano, sennò Ersilio non avrebbe tirato fuori il discorso, e se fosse stato tanto bischero da farlo l’avremmo subito zittito. Ma cosa dice Nuto del cameriere? Ah, già, lui dice che eravamo dal Carlino, e quindi, se un cameriere c’era, non poteva essere lo stesso. Giusto?

Nuto

La macchina avrei dovuto portarla io. Non volevo usare la mia, e allora pensai di chiederla in prestito a mio cugino Rodolfo, il figlio maggiore del fratello più grande di mia madre. Rodolfo con la macchina ci lavora, fa il rappresentante di una ditta di medicinali, l’unico giorno che non parte per il suo giro di appuntamenti sparsi in tutta la provincia, a parte il sabato festivo, è il lunedì, ragion per cui il giorno doveva essere per forza quello e non un altro.

Ersilio disse che poteva mettere a disposizione la sua, o meglio, quella della sorella, che la usava raramente perché ancora, dopo tanti anni, non si sente sicura. Io gli feci notare che quella di mio cugino era più comoda e veloce e lui disse che avevo ragione, che era meglio usare la macchina di mio cugino. Ma che gli racconti a tuo cugino?, chiese. Gli risposi che avrei inventato una balla, devo andare fuori città ma la mia non parte, una roba simile, non era un problema, Rodolfo non era solo un parente ma un amico che non diceva mai di no.

Ersilio disse che andava bene. Brando ci pensò su qualche minuto, concentrato come se stesse facendo una moltiplicazione a mente, e disse: Se per voi va bene, va bene anche per me. Decidemmo che ci saremmo incontrati all’entrata del paese alle undici: io sarei arrivato in auto, loro due in autobus, ma facendo finta di non conoscersi.

Le maschere, gli occhiali da sole e i guanti di gomma li avrei portato io, mettendo tutto in un sacco di plastica e il sacco nel capiente bagagliaio della Yundai di Rodolfo. Per le armi, ognuno avrebbe pensato alla sua. Tutto questo lo stabilimmo nella casa di campagna di Brando, dove ci saremmo velocemente diretti se, come speravamo, tutto fosse filato liscio.

So che adesso Brando sostiene di aver manifestato qualche dubbio, di aver fatto notare che qualcuno avrebbe potuto riconoscere l’auto di Rodolfo e che forse era più prudente usare la Punto di Enrica, la sorella di Ersilio. Non è vero. Posso giurarlo. Se l’avesse fatto notare, ne avremmo discusso, anche Ersilio avrebbe detto la sua e non escludo, anzi dico è probabile, che gli avremmo dato ragione e cambiato macchina, avremmo di sicuro rinunciato alla velocità e scelto la prudenza. Purtroppo è andata come è andata, mi sembra inutile e avvilente tirare fuori ipotesi e recriminazioni che lasciano il tempo che trovano e aggiungono amaro all’amaro. Però a questo punto, e a costo di contraddirmi, lo devo dire: l’idea non fu di Ersilio, ma di Brando.

Ci disse che gli era venuta guardando un film in televisione. Disse anche il titolo, ma non mi riesce di ricordarlo, sono due giorni che ci provo ma niente da fare. Non capisco perché si ostini a dire una cosa non vera, davvero non lo capisco. Ci guadagna qualcosa? Si sente più tranquillo con la coscienza? Un po’ mi fa pena, a essere sincero, è sempre stato debole di carattere, incoerente, pronto a cambiare opinione a seconda delle circostanze, ma gli vogliamo bene lo stesso, Ersilio e io, degli amici si devono accettare anche i difetti, secondo me, sennò che amicizia sarebbe. Ho ragione?

Ersilio

Non voglio nemmeno provare a immaginare quello che Nuto può aver detto sul mio conto. Brando non può aver detto niente di cattivo, ha un buon carattere, e anche quando ha qualcosa da criticare, lo fa sempre con pacatezza, scegliendo attentamente le parole, come se avesse paura di offenderti. Forse è perché ogni tanto legge dei libri, romanzi, credo, di Fabio Volo ha la serie completa. Se leggi impari a fare caso alle parole, perciò quando devi usarle le scegli con più cura, ci pensi, selezioni per così dire quelle più adatte, non le prime che ti vengono in mente.

Brando lo conosco dalle elementari, siamo cresciuti insieme. So com’è fatto, quali sono i suoi punti deboli, e so anche che generosi come lui ne ho conosciuti pochi, forse dovrei dire nessuno. Per un periodo lui e mia sorella sono stati fidanzati. Sembrava una cosa seria, poi di punto in bianco si sono lasciati. Non ho mai saputo cosa fosse successo. Chiedere a Brando sarebbe stato tempo perso, e lo stesso con mia sorella, perciò non ho chiesto niente, sperando che almeno a Brando, una sera, davanti a un boccale di birra, venisse voglia di confidarmi quello che era successo tra loro, cosa li aveva allontanati.

Di Nuto invece non mi sono mai fidato fino in fondo. Non che sia cattivo, questo no, ma è superbo, vanitoso, si crede molto intelligente e deve avere l’ultima parola su tutto. Ma nei momenti di bisogno c’è sempre stato, glielo devo riconoscere, non è di quelli, tanti, che si fanno trovare solo quando te la passi bene. Sto divagando, lo so, non avete un mese, ma il fatto è che ancora non riesco a credere che è successo quello che è successo, che davvero abbiamo fatto quello che abbiamo fatto.

Se quel sabato eravamo dal Carlino? Mi pare di sì, ma la mano sul fuoco non ce la metterei. La partita persa coi Gallinacci, invece, me la ricordo come se l’avessimo giocata ieri. Persa per un pelo, porca maiala, quelli hanno sempre avuto una fortuna sfacciata, non succede mai che gli vada storta. Forse siamo ​andati al bar a prendere una birra, di solito lo facciamo, che si vinca o si perda: in piedi al bancone o seduti al tavolo. Se è libero, quello accanto alla finestra che guarda il giardino, la parte con il ficus.

Chi ha avuto l’idea di questa enorme bischerata francamente non me lo ricordo. Che importanza può avere a questo punto? Brando dice che fu mia? Non lo sapevo. Se è sicuro al cento per cento deve essere vero, anche se onestamente io, come ho detto, non me lo ricordo. Posso avere un bicchiere d’acqua e una sigaretta? Grazie.

Brando

Un colpo di testa. Oppure una cazzata. Decida lei. I soldi erano l’ultima cosa, anche se con questo non voglio certo dire che ci facessero schifo. Di noi tre quello che se la passa meglio è Nuto: i suoi hanno una ferramenta bene avviata, e lui ci lavora tre mattine alla settimana, un lavoretto comodo, da padrone, con un apprendista che sbriga le faccende più difficili, cioè quasi tutte. Ci sembrava che potessimo unire l’utile al dilettevole, al fatto che la cosa potesse andare male non ci abbiamo pensato, nessuno dei tre ci ha pensato, nessuno ha avuto il buon senso di dire non sarà troppo rischioso?, non l’abbiamo mai fatto, non abbiamo pratica, l’abbiamo visto fare solo al cinema, diamoci una settimana per pensarci, studiare meglio il piano…

La storia è partita male e finita peggio. Ma ora è inutile piangere sul latte versato… ecco che comincio coi proverbi, è un vizio, lo dico prima ancora di pensarci, mi scusi. Che a Santelisio il lunedì è giorno di mercato lo sanno tutti, ma noi non lo sapevamo, o non ce lo siamo ricordati. Per dirne una. Anche la trovata delle tute da meccanico: andare all’emporio dove le vendono, tutti e tre insieme, farsi notare, scambiare quattro chiacchiere con la compagna di banco di Ersilio, fermarsi a salutare all’uscita l’amico del padre di Nuto, venuto a comprare dei guanti da lavoro…

E venne il giorno. Il giorno maledetto. L’appuntamento era per le undici all’ingresso di Santelisio, dopo la rotonda, cinquanta metri prima della pompa di benzina. Perché così vicini al benzinaio? Per farci notare, ovvio! Io e Ersilio in autobus, Nuto con la macchina del cugino rappresentante di medicinali con dentro tutto l’occorrente per la sceneggiata: i guanti, le maschere, le tute. Ersilio e io arrivammo con quindici minuti di anticipo. Quando vedemmo spuntare la Yundai del cugino di Nuto, gettammo le sigarette fumate e metà e alzammo il braccio per fargli vedere che c’eravamo. In pochi minuti indossammo le tute, le maschere, i guanti, ci abbracciammo e salimmo in macchina.

La banca Floriano è in via Faroni angolo corso Albertini, numero civico 25. Di fronte c’è piazza Tito Livio, dove, il lunedì, c’è il mercato settimanale. Risalendo il corso principale ce lo siamo trovati di fronte. Un vigile ci ha fatto segno di ​svoltare a destra, per aggirare lo spiazzo con le bancarelle. Svoltammo sulla stradina laterale, non ricordo il nome, la percorremmo tutta e ci ritrovammo in uno slargo deserto. Ci fermammo. Nuto disse: Che facciamo? Posso fumare? Grazie.

Nuto

Arrivati allo slargo ci fermammo per decidere il da farsi. Avevamo addosso le tute da meccanico comprate il giorno prima all’emporio Cataldi, le maschere sotto la pettorina e i guanti di lattice nelle tasche. L’idea delle tute da meccanico è venuta a Brando, diceva che era un modo per darci una specie di identità di squadra, e che sarebbe stato divertente leggere l’indomani il titolo del quotidiano locale, “Tre meccanici con il volto coperto…; alle maschere ho pensato io, Ersilio ha proposto le calze, Brando il passamontagna; siccome non riuscivamo a metterci d’accordo ce la siamo giocata col sistema dei tre stecchini e ho vinto io. Le maschere le ho comprate in una cartolibreria di piazza 25 Aprile. La signora del negozio le ha scovate in magazzino, tra le rimanenze dello scorso carnevale: il Diavolo, Arlecchino e Fantomas, non ho potuto scegliere, erano le sole rimaste.

Eravamo in macchina, su un lato dello slargo, un po’ abbattuti a causa dell’imprevisto. Brando ha sospirato e ha detto: Adesso che facciamo? Torniamo a casa, disse Ersilio. No, lo facciamo lo stesso. Se rinunciamo adesso non lo facciamo più. Tanto meglio, ribatté Ersilio. Io feci notare a Ersilio che l’idea era stata sua. E lui: vero, ma non avevo previsto il mercato. E ci facciamo fermare da un mercato?

Lo disse Brando. Restammo senza parlare per un po’, ciascuno meditando su quel che conveniva fare. Poi Brando si mise la maschera di Fantomas e scese dalla macchina. Io ed Ersilio lo imitammo. Uno dietro l’altro, in tuta e con la maschera di cartone sulla faccia, rifacemmo a ritroso la strada e, mischiandoci ai clienti del mercato, attraversammo piazza Tito Livio diretti al 25 di via Faroni, sede del Credito Cooperativo Florani.

Ersilio

Nuto si avvicinò allo sportello numero uno, si chinò per portare la bocca all’altezza dell’apertura ad arco e disse: Questa è una rapina. L’impiegato si tirò sulla testa gli occhiali da presbite, lo guardò con gli occhi socchiusi e disse: Scusi, può ripetere, non ho capito. E si tolga quella maschera, per favore, carnevale è passato da un pezzo e nessuno a quest’ora ha voglia di scherzare. Nel salone ​centrale in quel preciso momento c’erano, oltre a noi, altre tre persone. Due erano sedute a una decina di metri dai tre sportelli: un prete sui quaranta, magro, senza tonaca, di capelli chiari corti, quasi biondi, con gli occhiali rettangolari, e una ragazza con i capelli lunghi lisci neri che sfogliava una rivista del Credito con cui avevo incrociato lo sguardo entrando; la terza era allo sportello più distante da quello di Nuto (lo sportello centrale era sprovvisto di impiegato), un signore ben vestito, capelli brizzolati, anche lui con gli occhiali, simili a quelli del pretino.

Brando e io eravamo alle spalle di Nuto, rivolti verso l’uscita e i due seduti ad aspettare il loro turno, le mani in tasca e le maschere sulla faccia: Brando era Fantomas, io Arlecchino, sicché Nuto doveva essere il Diavolo. Il Diavolo disse, voglio dire Nuto disse più forte: La vede questa? Aveva incollato la pistola giocattolo al vetro, in modo che l’impiegato potesse vederla meglio. L’impiegato, stavolta tenendo gli occhiali sul naso, rispose: Certo che la vedo. Vedo una pistola giocattolo in mano a un finto diavolo. Anzi, un povero diavolo.

Su quel che successe a questo punto ho ricordi piuttosto confusi. Brando dice che Nuto perse il controllo e cominciò a insultare l’impiegato, e che accorse il prete per cercare di capire cosa stava succedendo, mentre la lettrice usciva a chiamare i vigili urbani che stazionavano all’imbocco di piazza Livio? È possibile. Ma in ogni caso prima della nostra uscita precipitosa, mia e di Brando, perché Nuto rimase allo sportello, probabilmente a inveire contro l’impiegato colpevole di non prenderlo sul serio.

Io e Brando attraversammo di corsa il mercato rovesciando un paio di cassette di frutta e pestando più di un piede, tra la comprensibile irritazione delle signore contro cui ci capitava di andare a sbattere. Arrivammo alla macchina; le chiavi però le aveva Nuto, che arrivò pochi minuti dopo. Aveva ancora il fiato corto. Si appoggiò su in fianco della Yundai e si tolse la maschera del Diavolo. Era sudato. E piangeva. Nessuno parlò. Salimmo in macchina: Nuto al volante, Brando accanto a lui e io dietro. Sbagliammo due volte l’uscita dal paese, e così senza saperlo evitammo la volante dei carabinieri che ci stava cercando.

Nuto, subito dopo la rotonda, ebbe un attimo di distrazione e per poco non finimmo contro il guardrail. Ci separammo ai campetti del calcetto, dopo esserci tolti le tute e i guanti e aver infilato tutto dentro un sacco grande, uno di quelli che si usano per la raccolta differenziata della spazzatura. Le maschere le avevo fatto volare dal finestrino io, dopo averle strappate e ridotte in quattro piccoli pezzi, che il vento disperse tra la strada e la campagna.

Restammo a casa due giorni. Evitammo persino di telefonarci, per prudenza. Sorride? Ha ragione di sorridere. E se ne ha voglia, rida, non mi offendo. Io al suo posto lo farei. Anzi, sa cosa le dico? Lo faccio!

Di Bac Bac