di Guido Ruotolo

foto di Guido Ruotolo

Pubblichiamo la seconda parte delle note di Guido Ruotolo, sul filo della memoria e dei suoi reportages. Dopo la Puglia l’Albania. Seguirà una terza parte.

Le avvisaglie di quello che si stava preparando arrivarono verso la fine del febbraio del 1991. Decine di migliaia di albanesi in piazza Scanderberg, a Tirana, contro l’agonizzante spietato regime di Enver Hoxha. La statua del dittatore comunista fu abbattuta il 20 febbraio e quattromila manifestanti si rifugiarono nella cosiddetta strada delle ambasciate. Un quartiere residenziale per dirigenti del regime e corpo diplomatico.
Ricordo che una mattina arrivarono a Brindisi i primi quattromila albanesi. C’erano i tendoni della Croce Rossa ad attenderli e un robusto cordone di polizia. Erano quelli della “crisi delle ambasciate”. Furono fatti salire su treni speciali diretti in Germania, paese che si offrì di accoglierli.
Seguì uno stillicidio di arrivi. Poche decine alla volta. Alla fine degli anni Ottanta la flotta di contrabbandieri si era trasferita da Napoli alle coste pugliesi. Valona era la capitale dei traffici di esseri umani come anni dopo lo sarebbe diventata Zwarah, in Libia. Città importante per il regime di Gheddafi.
Gli scafi blu che portavano dal Montenegro, dai depositi di Durazzo e Valona, i cartoni di sigarette sulle coste brindisine e salentine, spesso e volentieri caricavano armi e droga. Oltre che clandestini.
Il 7 marzo del 1991 Brindisi si svegliò con una scena indimenticabile. Il silenzio del porto commerciale, quello dove attraccavano i traghetti che arrivavano e salpavano per la Grecia prima che queste motonavi fossero trasferite verso altre banchine decentrate, sembrava proprio irreale.
La “Vlora”, una immensa nave mercantile e poi decine di piccole e medie imbarcazioni vomitarono sul molo Sant’Apollinare 27.000 fantasmi. Si, in quelle ore sbarcò un popolo di fantasmi, l’equivalente di una città media italiana come Manduria, Fabriano, Monfalcone, Assisi.
Erano testimoni della povertà, della miseria, della follia di un regime moribondo, della speranza di riprendere il cammino della vita.
Sant’Apollinare aveva un capannone di legno e una banchina abbastanza larga. Circondata da cancelli malamente chiusi con lucchetti e catenacci. Questo popolo era in silenzio e all’impiedi da ore. Ricordo di aver visto volare all’improvviso buste di plastica con acqua frutta e un panino che i volontari lanciavano da quest’altra parte del recinto in direzione della folla.
Rivedo un maestro delle elementari che appena sbarcato dalla “Vlora” mi regalò una pipa d’alabastro. E i suoi come i miei occhi si velarono per la commozione.
Pensavano di essere arrivati a «Lamerica», loro che dell’Italia avevano l’immagine di una perenne “Ruota della fortuna”, il programma Fininvest che le parabole satellitari albanesi captavano dall’etere. E si ritrovarono a dover fare i conti con la clandestinità.
Erano ventisettemila disperati a cui bisognava garantire tutto.
Si aprì il primo centro di accoglienza a Restinco, nella cintura esterna di Brindisi, nella caserma dell’esercito trasformata in campo profughi e poi spuntarono le tendopoli. Tantissime, lungo le coste fino ad occupare quasi tutto il Salento.
Nessuna rivolta, protesta, nessun Caino che voleva uccidere Abele. E per questo la Puglia rimarrà sempre nel mio cuore.
La seconda ondata arrivò a luglio, a Bari. Lo stadio dell’inganno, con il capo della Polizia Parisi che prese in giro quel popolo disperato riportandolo con un sotterfugio in Albania.

foto di Guido Ruotolo



Un’altra Italia, al tempo dell’invasione albanese. Altro che cavalli di frisia e mitragliatori puntati sull’Albania. Eravamo un paese solidale che si inventò, nel settembre del 1991, l’operazione Pellicano, con i suoi aiuti umanitari. Fu allestita una tendopoli sulla spiaggia di Durazzo, che divenne la base operativa della missione. E con gli elicotteri CH47, quelli enormi con le doppie pale, i nostri militari trasportavano dodici quintali di farina e zucchero a viaggio nei paesi sperduti del Paese delle Aquile.
Sorvolare l’Albania verso il Nord, l’equivalente del nostro Mezzogiorno, era emozionante. La bellezza della natura, delle montagne, i fiumi e le cascate, e poi le miniere abbandonate, le campagne morte, gli edifici sventrati, senza vetri chissà da quanti anni, e le scuole senza libri e quaderni e pastelli e penne. E poi i bunker, migliaia, milioni, sparsi sulle spiagge, sulle colline sulle rocce che apparivano insuperabili. Credo circa ottocentomila bunker, uno per ogni quattro abitanti.
Ricordo i primi trasferimenti a bordo di jeep, blindati. Colpiva il silenzio è un paesaggio post catastrofe sanitaria. Impressionavano quei contadini inginocchiati a cerchio nelle campagne. Silenziosi e inoperosi. Malati di inedia. E tutti gli edifici senza vetri, maniglie, porte, suppellettili.
I nostri aiuti intelligenti, ricordo, si traducevano anche in quaderni, libri, pastelli, matite, gomme per cancellare, sussidiari. Insomma tutto ciò che poteva essere utile in una scuola.
Sopra Scutari, sulla strada (dieci ore occorrevano per percorrerla da Tirana) per Tropoje, la diga e la centrale idroelettrica costruita dagli ultimi alleati di Enver Hoxha, i cinesi.
Un piccolo tunnel, forse sessanta metri, e un piccolo molo. Assistemmo a un matrimonio con gli sposi portati su una barca a remi e un corteo di parenti e amici. Quasi tutti armati di kalasnikhov.
Il lago artificiale aveva scavato e plasmato un grande canyon. All’improvviso attraccò il ferry boat. Due ore indimenticabili di navigazione prima di arrivare a destinazione.
Sembrava di rivivere Fitzcarraldo, il film di Werner Herzog ambientato in Perù. In particolare la scena quando i nativi trasportavano un ferry boat nella foresta per farlo navigare su un fiume. Ecco, mi sono sempre chiesto come avessero fatto gli albanesi a trasportare quel ferry boat sopra la diga di Scutari.
Tropoje, la regione dell’estremo Nord che confina con il Montenegro e la Serbia, era l’”osso” della povera Albania (chissà se la polpa l’hanno mai avuta). E lì “Pellicano” portava i viveri in segno di solidarietà.

foto di Guido Ruotolo


Nei primi anni della liberazione dal regime comunista, l’Albania sopravvisse grazie alle rimesse degli emigranti. Rimesse che arrivavano dalla Grecia e poi dall’Italia. Ma anche grazie a una economia criminale che cresceva impetuosa. Soprattutto a sud. Droga e clandestini, armi e sigarette.
C’è voluto almeno un decennio prima che il paese si stabilizzasse. Con il risultato che oggi 450.000 albanesi sono residenti in Italia, quasi il 20% della popolazione del Paese delle Aquile, perfettamente integrati. E dire che all’inizio erano percepiti solo come assassini, organizzatori delle tratte di migranti e di donne, rapinatori e spacciatori, contrabbandieri.
Che anni terribili, i primi vissuti dagli albanesi in Italia, soprattutto al Nord. Bande etniche slave e albanesi si contendevano gli affari criminali. Ancora oggi sono circa tremila i detenuti albanesi nelle nostre carceri mentre la stragrande maggioranza si è integrata.
Gli anni Novanta hanno rappresentato una svolta storica per l’Italia. Paese di emigranti stava per diventare paese di immigrazione. Gli inizi del Novecento portarono i nostri connazionali dall’Argentina a New York. Poi la Germania, la Svizzera, la Francia, il Belgio.
Ora, con l’arrivo in massa degli albanesi l’Italia stava diventando una meta della immigrazione. E per tutti gli anni Novanta e fino al 2011 ci sono state diverse sanatoria (da quella Martelli a Napolitano-Turco, Maroni, e Bossi Fini fino al governo Monti) che hanno regolarizzato almeno un milione e settecentomila.
Noi italiani riuscimmo a conquistare un rapporto molto speciale con l’Albania e gli albanesi. Avevamo dei funzionari del Viminale speciali, come il questore Simone, sul posto. E a Roma vertici del Viminale molto sensibili. Per noi, la priorità era combattere i clan mafiosi che organizzavano i traffici criminali. Non solo di  “merce umana”, i clandestini. Ma droga e armi.  
La riconversione da una economia comunista (di fame) a una capitalistica ha avuto anche dei costi. Penso agli sterminati campi di marijuana e ai depositi di cocaina afghana.
Siamo riusciti, negli anni, con una politica di aiuti umanitari e una strategia di intelligence mirata a ridurre i flussi migratori clandestini dall’ A
lbania.
Ricordo quello splendido isolotto che si chiama Saseno, ed è nella baia di Valona, diventato una base della Finanza e dei nostri mezzi veloci e d’altura. Da Saseno i nostri finanzieri avevano il controllo della baia, riuscendo a identificare i gommoni zeppi di migranti. Per la verità non sempre perché i trafficanti esperti partivano di notte navigando sotto costa per non farsi identificare è solo all’uscita della baia si lanciavano a tutta velocità in mare aperto.
Però visivamente la bandiera italiana che sventolava a Saseno era simbolicamente molto importante.
Non erano solo i “locali”, gli albanesi, a utilizzare i Caronte dell’Adriatico, i gommoni per la traversata fino alla Puglia. Già nei primi anni Novanta, era diventata un immenso porto da dove partivano per “Lamerica” i disperati che arrivavano dall’Estremo come dal Medio Oriente.



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