di Vito Bianco 
 
 
Le molecole del titolo sono l’oggetto di studio del padre di Andrea, un chimico-fisico che un problema cardiaco congenito obbligherà a fare i conti con la fragilità e a instaurare un rapporto particolare con il tempo. E sono proprio le componenti minime della materia, e specialmente dell’acqua che circonda e attraversa Venezia, anch’essa fragile e legata al tempo da una relazione di rischio, di insidia, ma pure di ricchezza stratificata, di Storia in quanto accumulo di culture, vicende e memorie, di successione di passati che procedono lungo rette e deviazioni fino all’oggi, all’ultima acqua alta dell’anno scorso e alla piazza san Marco vuota e irreale e d’improvviso restituita alla sua imperturbabile perfezione architettonica a costituire uno dei nuclei tematici del notevole documentario di Andrea Segre (La prima neve, Io sono Li), presentato all’ultima Mostra del cinema e arrivato da poco nelle sale. Partito per girare un’inchiesta sul pletorico turismo che affolla quotidianamente le calli della città e l’annosa questione dell’acqua alta che puntualmente la sommerge, il cineasta viene colto di sorpresa dall’esplosione della pandemia e rimane bloccato in una Venezia imprevedibilmente riconsegnata ai pochi veneziani che possono ancora permettersi di rimanere a viverci; e così l’idea iniziale si muta in un viaggio
sentimentale che ha una duplice meta: il lato sconosciuto del padre, e la città dove Andrea ha vissuto e poi lasciato e che, confessa nel testo che va leggendo fuori campo, non ha mai veramente capito perché ha sempre finito col perdersi. E dunque: la città sospesa sull’acqua, la città senza macchine, e la figura segreta di un padre affettuoso ma elusivo, che si nasconde e parla poco, al quale il giovane Andrea scrive in bella e chiara calligrafia una lettera franca dove si chiede gli chiede la ragione di un dialogo sempre rimandato, forse per timidezza, o forse perché non è
mai facile trovare le parole giuste.
 
Lungo il filo di questa calma, meditata quête del lato in ombra del genitore scorrono le immagini di ieri e di oggi della Venezia silenziosa, liquida, disertata, punteggiate da poche ma illuminanti voci: quella saggia e dialettale dello zio pescatore che riflette sull’arte della pesca in solitudine; quella dell’ex controllore municipale che riflette, serio e preoccupato, sull’oggi e sul possibile domani gravido di incognite; e, ancora, la testimonianza della giovane gondoliera che ha deciso di restare nonostante il carovita di una città in vendita, decisione condivisa da una coppia di giovani sposi che hanno comprato una casa al piano terra ben sapendo che ogni anno dovranno fare i conti con l’invasione dell’acqua.
 
Lo sguardo del Segre documentarista non è diverso da quello del Segre regista di film di finzione: una medesima meticolosa attenzione li guida entrambi e lo porta a scegliere sempre l’immagine più significativa, o più espressiva, o più carica di attesa e potenziali connessioni con quella che verrà subito dopo, scelta per analogia evidente o per sottile, spiazzante contrasto.
 
Dare tempo al tempo sembra essere il suo motto; un motto, una regola d’esecuzione di sapore tarkoschiano, o bressoniano, due nomi non evocati a caso e tra loro indissolubilmente legati da una sorta di calvinistica etica della messinscena. Segre, mi pare, viene da lì, e come i due autori citati e refrattario alle bellurie e al sovratono: anche lui punta alla tensione essenziale di ogni singola inquadratura; cerca la necessaria originalità visiva ma non ne fa un idolo a cui sacrificare la chiarezza dell’esposizione e la precisione del dettaglio.
 
“Io ti vedo, tu mi vedi”: sono le ultime parole che sentiamo, dette a commento di una fotografia che mostra il padre barbuto che tiene in braccio il piccolo Andrea.
Sono davanti a uno specchio; l’adulto ha in mano la macchina fotografica che con cui ha eseguito lo scatto. Le domande di questa emozionante lettera al padre per immagini e parole, rimangono, com’era prevedibile, prive di risposta; l’enigma resta irrisolto. Ma lo specchio del cinema le ha catturate e restituite, prima all’autore, che ha fatto un passo avanti nella sua personale conoscenza, e poi a noi, che in quelle domande ci siamo inevitabilmente riconosciuti.
 
foto di  Mario Donato

Di Bac Bac