Nell’aprile dell’anno scorso ci ha lasciati un caro amico, Fabio De Vecchi. Ieri avrebbe fatto il compleanno e gli amici lo hanno ricordato in una serata a lui dedicata, durante la quale è stato letto il testo che pubblichiamo

di Pepi Burgio

 

Dico ad Anna: “Fatico a leggere Dickens, Oliver Twist”.

È già successo altre volte. Dipende da me, dalla mia svagatezza in questi giorni di agosto. Forse però non sono sincero quando lo dico.

Anna mi dice che anche per lei con Dickens è stata dura, ma con Grandi speranze, non con Oliver Twist: “Sapessi per quanto l’ho tenuto sulla mia scrivania…”

C’è il tempo per dire ancora qualcosa; sul flusso narrativo, che quando non ti acchiappa…

Squilla il telefono di Anna, troncando un discorrere fiacco, senza fervore.

Torno a casa. Oliver Twist tra le mani. Leggo qualcosa che non profitta. Così vado indietro e mi rifugio a pagina 167, rileggo il finale di un capitolo che mi seduce.

 

Dopo averlo condotto, a forza di lasciarlo solo, a preferire qualsiasi compagnia a quella dei propri tristi pensieri in quella lugubre dimora, gli veniva ora man mano istillando nell’anima il colore che, sperava, l’avrebbe annerita, fugandone ogni candore per sempre.

 

Penso un pensiero ordinario, solo i grandi scrittori si esprimono così. “…istillando nell’anima il colore che, sperava, l’avrebbe annerita, fugandone ogni candore per sempre.”

 

Procedo ancora, assai perplesso, per cinquanta pagine. Fa capolino il proposito, presto soffocato, di chiudere per sempre il libro. E l’indomani, al capitolo XXIV, “che tratta di un tristissimo argomento”, il prodigio si compie. Il colpo d’ala che tanto attendevo, s’invera, così, d’emblée, nel turbamento che Dickens procura quando delinea in maniera drammatica e sublime la figura di una povera, orrida donna, “messaggera di morte”, in un ospizio per vecchi nella Londra fuligginosa di un paio di secoli fa.

 

Curva dall’età, tutta tremante e cadente, con la faccia contorta da movimenti strani, rassomigliava più alla grottesca figurazione d’una matita convulsa che a un lavoro di mano della natura.

Ahimè, come son pochi i visi in cui la natura lascia una bellezza che ci riallieti; le cure, le disgrazie, le bramosie li mutano, come appunto mutano i cuori. Solo quando le passioni s’addormentano e hanno perduto per sempre il loro potere, si dileguano anche le torbide nubi, lasciando serena la superficie del cielo. È cosa comune nell’aspetto della morte: anche così freddo e rigido, il viso ritrova l’espressione da lungo tempo dimenticata, dell’infanzia che dorme, della serenità della prima vita, e si fa di nuovo così calmo e tranquillo che quelli che lo conobbero nella fanciullezza felice, s’inginocchiano riverenti accanto alla bara, come alla visione di un angelo sulla terra.  

 

In quel giorno crudele di aprile, io Fabio non l’ho veduto, così ho preferito; penso però che dorma, calmo e tranquillo, direbbe Dickens, nella serenità della prima vita.

Di Bac Bac