di Nino Cuffaro

(La chiesa di Santa Rosalia prima della rimozione della facciata)

Rosalia Sinibaldi, meglio conosciuta come Santa Rosalia, visse a Palermo tra il 1130 e il 1170. Venerata come santa dalla Chiesa cattolica ed eletta dai palermitani a patrona della città, il suo culto è uno dei più diffusi dell’intera Sicilia.
La storia ci dice che nel 1625 la Santa salvò Palermo dalla peste, arrivata in città il 7 maggio dell’anno prima tramite una nave proveniente da Tunisi. Proprio nel 1624, presso l’antico altare dedicato a Santa Rosalia, accanto ad una grotta sul Monte Pellegrino, dove la santa visse gli ultimi anni della sua vita, avvenne un fatto straordinario: vennero ritrovati il 15 di luglio i resti mortali della Santa.

In seguito, il 13 febbraio 1625, mentre il flagello della peste decimava i siciliani, la Santa apparve al povero “saponaro” Vincenzo Bonelli e lo invitò ad informare Giannettino Doria, cardinale di Palermo, che le sue ossa venissero portate in processione per Palermo, poiché lei, Rosalia, aveva già ottenuto la promessa, dalla gloriosa Vergine Madre di Dio, che, al passaggio delle sue ossa durante il canto del Te Deum laudamus, la peste si sarebbe fermata.

Il cardinale diede credito al Bonelli e il 9 giugno organizzò una solenne processione con le reliquie della santa ritrovate l’anno prima. Da lì a poco, il miracolo si compì e Palermo fu liberata dalla peste. Da allora, la “santuzza”, come la chiamano affettuosamente i palermitani, divenne la patrona della città e il 15 luglio, giorno del ritrovamento delle sue ossa sulla grotta di monte Pellegrino, divenne il giorno del festino per esprimere la gratitudine e la devozione a Santa Rosalia.

(Santa Rosalia oggi)

Naturalmente, la peste cessò non solo a Palermo ma in tutta l’isola e la gratitudine dei siciliani si manifestò in molte città, che elessero Rosalia a patrona della comunità oppure eressero chiese a lei dedicate. Agrigento fu tra queste, né poteva essere diversamente, visto il legame stretto della Santa con l’eremo di Santo Stefano di Quisquina, dove, per allontanarsi dalla vita vivace e tentatrice di Palermo, soggiornò in una grotta, all’interno dei possedimenti terrieri del padre, per ben 12 anni.

Così nel 1626 venne decisa la costruzione in via Atenea della chiesa di Santa Rosalia. Un documento della curia vescovile emanato per deliberarne l’edificazione così recita: “Havendosi reconosciuto che la protezione della gloriosa Santa Rosalea, nostra advocata ha prevaluto appresso Dio Nostro Signore, dal quale abbiamo ricevuto la gratia et saluti di questa città, volendosi dunque conservari la memoria di questa gratia ricevuta, si ha deliberato costruire ed edificare una chiesa in questa città del titolo di detta gloriosa sancta Rosalea”. La costruzione venne completata nella prima metà del XVII secolo, a poca distanza dalla chiesa di San Lorenzo situata in piazza Purgatorio, e costituisce uno dei massimi esempi dell’architettura barocca nella città di Agrigento. Originale la facciata rotondeggiante in tufo arenario, come quello dei templi greci, con capitelli lavorati e sormontata da un campanile a tre archi.
All’inizio degli anni ’50, a causa di alcune lesioni ai muri perimetrali, il prospetto seicentesco venne demolito per consentire i lavori di rafforzamento delle strutture portanti. Le pietre della facciata vennero smontate e numerate in attesa di essere riposizionate a lavori di consolidamento conclusi. Nell’attesa, vennero depositate presso l’istituto dei padri vocazionisti, in contrada Maddalusa a San Leone. Tuttavia, a conclusione dei lavori strutturali, forse per carenza di fondi, la facciata non è stata più ricollocata e, ad oggi, la sostituisce un muro privo di grazia ed armonia, fatto di mattoni cemento e ferri sporgenti.
Invero, il soprintendente regionale ai monumenti Giuseppe Giaccone aveva prescritto di procedere solo al parziale smontaggio della parte sommitale della facciata, raccomandando che l’operazione venisse eseguita con ogni cura “allo scopo di conservare il più possibile gli elementi in pietra della decorazione architettonica”. Il direttore dei lavori, contravvenendo a tutte le indicazioni, invece, procedette alla demolizione totale della facciata, danneggiando nella rimozione diversi blocchi di arenaria. Così, quando nel 1967-68 venne redatto il progetto di ripristino, che prevedeva di utilizzare i blocchi di tufo sopravvissuti innestandovi nuovi elementi a colmare le pietre mancanti, l’architetto Michele Gargano, soprintendente ai beni monumentali, bocciò il progetto, motivando il rifiuto con il fatto che “gli elementi lapidei sopravvissuti non sono sufficienti nella ricostruzione della facciata”. Quindi, il tema della restituzione della chiesa di Santa Rosalia alla sua forma originaria viene abbandonato e cade nel dimenticatoio, mentre si susseguono discutibili interventi di manutenzione della struttura che ne degradano sempre più l’aspetto.

(vetrata- mosaico su via Atenea)


Di recente, nel 2017, don Giuseppe Pontillo (direttore dell’ufficio beni culturali dall’arcidiocesi di Agrigento), affrontando il tema del recupero, garantiva che “la chiesa di Santa Rosalia è stata inserita nel piano quinquennale 2017-2022. Questo significa che entro cinque anni sarà oggetto di ripristino. Di sicuro non sarà possibile ricostruire la facciata com’era un tempo, perché molti elementi architettonici sono andati perduti. Bisognerà valutare il da farsi insieme all’ordine degli architetti, la soprintendenza e il comune”. Purtroppo, il quinquennio è quasi scaduto, ma del recupero di Santa Rosalia non si sa niente.
Gli occhi degli agrigentini si sono oramai abituati a vedere quello sgorbio e non fanno più caso allo scandalo. Mentre i pochi visitatori che vengono a conoscenza della storia di questa chiesa, si chiederanno allibiti come sia possibile, a distanza di circa 70 anni, non completare il recupero di un monumento così importante, situato nel cuore del centro storico della città.
Oggi, la chiesa Santa Rosalia si presenta, agli occhi non assuefatti e rassegnati, in uno stato di degrado inaccettabile, tanto più che a due passi si può ammirare il magnifico prospetto appena rifatto della chiesa di San Lorenzo. Quella che era una pregevole facciata barocca è ridotta ad uno sgradevole e grigio muro-arlecchino con mattoni e forati diversi per dimensioni, materiali (tufo e terracotta) e colori (rosso, giallo, grigiastro). La linea dei mattoni è irregolare ed inframmezzata da solai di cemento armato da cui fuoriescono i ferri dell’armatura. Bucano il prospetto lucernari e finestre di varia dimensione, aspetto e forma; mentre i fili della corrente elettrica sono in brutta evidenza, appesi a sostegni ingombranti e degradanti. In sostituzione del campanile tripartito, due moderni altoparlanti a tromba in evidente stato di vetustà, coperti dal guano dei piccioni, attaccati alla meglio al muro: uno a mezza altezza, l’altro più in basso. Sulla parte destra del portale, in una bacheca metallica malridotta, fa bella mostra di se una foto del prospetto originale della chiesa. Insomma, bella mostra per modo di dire: la stampa è semi accartocciata e strappata in alcuni punti a causa delle infiltrazioni di acqua piovana; tuttavia, lascia intravedere l’antica bellezza. I pluviali sono variopinti e di foggia diversa: alcuni in cotto, altri in metallo, altri ancora in plastica. Qua e là nei muri perimetrali segni di rifacimenti con uso del cemento ad imbrattare le antiche mura in tufo e tubature di piombo in bella vista. Dalla parte laterale che da sulla via Atenea, in alto si scorgono alcune pregevoli vetrate-mosaico, che sembrano imprigionate nelle finestre disadorne e prive di rifiniture.


In conclusione: un concerto di elementi degradanti hanno contribuito congiuntamente ad imbruttire il monumento, trasfigurando quello che era stato un esempio prezioso di arte barocca in un caso emblematico di disordine edilizio.
A questo punto viene da chiedersi come sia possibile che la diocesi di Agrigento, la soprintendenza e il comune (perché anche se non è proprietario della chiesa, il comune non può essere indifferente al problema) in settanta anni non siano riusciti a restituire un monumento così importante al decoro e alla bellezza originaria.
Con tutte le agevolazioni previste in questo momento per la ristrutturazione delle facciate (oggi al 60%, ma fino al 2020 addirittura al 90%) che includono anche “chiese, canoniche, immobili appartenenti ad enti civili religiosi” come mai non è stato presentato alcun progetto di recupero? Per la chiesa di San Lorenzo, ad esempio, l’agevolazione è stata utilizzata.
E poi, che fine hanno fatto le pietre del prospetto originario?
Esistono ancora, almeno in parte?
Ed eventualmente, sono ancora utilizzabili e dove sono collocate in questo momento?
Il mistero di Santa Rosalia di cui ci siamo occupati, come si sarà capito, non è di natura teologica, ma è tutto interno alle vicende umane.
C’è da sperare che arrivi qualche risposta e magari qualche atto concreto, soprattutto dagli uffici della diocesi che si occupano della cura del patrimonio ecclesiastico.