di Giacomo La Russa

C’è sui giornali una foto che ritrae Gianni Alemanno che, con un borsone e un pacco, dopo quasi un anno e mezzo, lascia il carcere di Rebibbia. L’ex sindaco di Roma non perde tempo per dire di avere conosciuto «una realtà terribile» e aggiungere che «il carcere è una vergogna per la Repubblica, un’offesa per come tratta la gente e che non dà, a chi se la merita, una possibilità di cambiamento». Il problema -sostiene- è il «sovraffollamento». La battaglia per combatterlo -tuona- «non ha colore politico. Non è di destra o di sinistra. È una questione che riguarda la Repubblica italiana». Infine, gli auspici: «mi auguro che il Parlamento faccia una legge trasversale sul sovraffollamento. Con il 140% di affollamento non si riesce a fare nulla. Bisogna creare un processo di rieducazione e dare una possibilità a chi lo merita perché soltanto abbattendo la recidiva si difende fino in fondo la sicurezza dei cittadini».

Io mi sono ormai convinto che l’esperienza non serva a nulla, che se non si possiedono gli strumenti per analizzare un fenomeno e inserirlo nella complessità che esprime, si continuerà a brancolare nel buio. Il problema del carcere non è il sovraffollamento ma, per buona parte dei detenuti, è proprio il carcere in quanto tale. È dunque su di esso, sulla sua natura e sulla sua funzione, che bisognerebbe interrogarsi. L’idea, per esempio, che in esso vengano tout court reclusi i cattivi e che esso serva così a proteggere la società è frutto di grossolane semplificazioni. Il carcere, in realtà, contribuisce a costruire l’immaginario: raccogliendo quelli che gli interessi dominanti giudicano pericolosi, funge da gigantesco dispositivo di orientamento e distrazione. Tutti quelli che vi sono reclusi sono effettivamente pericolosi? E, soprattutto, è il carcere la risposta adeguata a certe devianze? Il problema, pertanto, non è semplicemente numerico. Basterebbe altrimenti ampliare i posti disponibili, rispettare i metri quadri per ciascun detenuto, fare qualche ulteriore riforma (assicurare, per esempio, che i carcerati possano trascorrere qualche giornata con i propri cari) e la questione potrebbe dirsi risolta.

In questo senso, ciò che mi sarei aspettato da uno che ha passato in carcere più di un anno è che dicesse chi ci stia, a quale classe sociale appartenga, quale lavoro abbia, quale grado di alfabetizza- zione. Ciò che mi sarei aspettato da uno che ha avuto importanti responsabilità e che ha, oltre tutto, una formazione di un certo tipo è che riconoscesse come il carcere sia, in buona misura, lo specchio della società, ne riproduca gli stessi fenomeni di disuguaglianza e di emarginazione. Perché questo è, soprattutto, il carcere. Esso non può rispondere a un’esigenza rieducativa perché la società nel suo insieme non ha alcuna funzione educativa. Non si tratta, insomma, solo di spazio (pur essendo, per chi ci vive, di primaria importanza). Ma non è la costruzione di nuove carceri la strada da seguire. Né l’ampliamento delle misure alternative. Questi sono palliativi. La questione va affrontata alla radice. Colpire i meccanismi di riproduzione di certe realtà. Non redistribuire ma evitare (alla base) le accu- mulazioni di ricchezza e investire la gran parte delle immense risorse che la società produce verso la riduzione della disuguaglianza economica e sociale (i maestri di quartiere, l’Ufficio del popolo, la piena occupazione, ecc…). Sfuggire, dunque, alla logica liberista o speculativa. Negli Stati Uniti (che conoscono la più alta percentuale di popolazione carceraria rispetto alla popolazione totale) le carceri, affidate ai privati, sono un business. Più detenuti, maggiore è il profitto. In Italia non si è ancora arrivati a tanto. Ma lo schema economico-sociale è il medesimo. Il sottoproletariato (che costituisce una parte considerevole della popolazione, che non va al voto, non ha alcuna rappresentanza politica o sindacale e all’interno del quale una larga fetta è ormai costituita da milioni di immigrati) è radicalmente escluso da qualsiasi processo d’emancipazione. Ebbene è all’interno di questo contesto che si formano essenzialmente le schiere dei “criminali”, dei “delinquenti” e dei “recidivi” (scafisti, spacciatori, malati di mente, ecc…). Insomma, è questo mondo d’esclusi o di perdenti a costituire la linfa vitale di cui si nutre il sistema, le centinaia di migliaia se non i milioni di operatori (avvocati, magistrati, cancellieri, guardie carcerarie, assistenti sociali, ecc…). È questo mondo d’esclusi o di perdenti che dovrebbe costituire il principale pensiero di una società democratica, la sua missione, vorrei dire. Assicurare a ciascuno una casa dignitosa (non un appartamento nel formicaio di Scampia o dello ZEN), un lavoro stabile e ben retribuito (non lo sfruttamento irregolare in un campo di pomodoro, in un cantiere edile o nella cucina di un ristorante), un quartiere funzionante (non un anonimo spazio dentro palazzoni tagliati fuori da qualsiasi tipo di servizio o di bellezza).

E veniamo alla critica che sento già fare. Sogni, utopie, furore ideologico. Qui serve realismo, prag- matismo. Bene, penso si tratti, almeno per quelli in buona fede, di un inconsapevole meccanismo di protezione. Non avendo (o non avendo mai avuto) alcun sogno di una cosa e, soprattutto, non lavo- rando al suo servizio, richiamarsi a questo principio di realtà vuol dire superare ogni disagio, sentirsi a posto con la coscienza. Non è colpa mia se le cose vanno in questo modo, io faccio e penso ciò che posso, ciò che le circostanze mi consentono di fare e di pensare. Ma c’è un altro essenziale rilievo da fare. Se l’orizzonte, se tutto il discorso politico rimane ancorato alla buona amministrazione, all’al- ternativa da offrire all’interno dei paradigmi di un sistema che si pensa insuperabile, se, insomma, non si discute di altro, se non si utilizza ogni occasione per organizzare un discorso alternativo, se si fa solo tattica magari ai fini di qualche carriera, come si possono creare le condizioni per un suo superamento? La politica si nutre di pensieri, parole, discorsi. Se i pensieri, le parole e i discorsi sono già incatenati all’interno di strutture (il capitalismo, l’Unione Europea, la privatizzazione delle risorse e dei servizi, ecc…) che si pensano naturali, dati per sempre, incontrovertibili, come si potrà mai costruire una diversa realtà? La sinistra, insomma, non dovrebbe tornare a fare la sinistra (come si sente ripetere urbi et orbi). Dovrebbe semplicemente cominciare a farlo riprendendo un discorso con- dotto male, abborracciato, incompleto adeguandolo ai tempi e, soprattutto, a esigenze (il surriscaldamento climatico, il pericolo della guerra nucleare, la crescita irrefrenabile delle disuguaglianze, l’uso incontrollato dell’intelligenza artificiale, ecc…) che, esse sì, lo si voglia o meno, lo si capisca o meno, sono più reali che mai.

Di Bac Bac