di Vittorio Alessandro

PREFERISCO DI NO

La Lezione americana — la sesta — che Italo Calvino non fece in tempo a scrivere si sarebbe intitolata “Consistency”: coerenza, ma anche consistenza.

Pare che avrebbe parlato di Bartleby, lo scrivano del racconto di Herman Melville, che a ogni snodo con la società e con le sue convenzioni oppone un cortese «preferirei di no». Al datore di lavoro che gli assegna mansioni, alle dinamiche dell’ufficio, perfino al cibo nel carcere: un rifiuto che non si alza mai di tono, fino alla morte.

Se Bartleby si fosse opposto con forza alle regole della convivenza, o si fosse trincerato dietro un burocratico «non mi compete», il suo comportamento avrebbe prodotto reazioni prevedibili, persino rassicuranti.

Il suo rifiuto — rigoroso e insieme gentile — genera invece smarrimento e irritazione: non offre appigli, non consente risposta.

Il racconto ha naturalmente sollecitato le letture più diverse: l’alienazione moderna, la critica del capitalismo, il disagio esistenziale.

E tuttavia il comportamento dello scrivano trova spiegazione in un dettaglio del racconto: Bartleby era stato impiegato nell’ufficio delle “lettere morte”, quelle smarrite, rifiutate, indirizzate a destinatari introvabili. Le apriva, le leggeva, le restituiva — quando possibile — o le distruggeva.

Da quel luogo di comunicazioni interrotte, di attese infrante proviene il suo «preferirei di no»: non una ribellione, ma una sottrazione.

In un’epoca in cui le solitudini si moltiplicano e le connessioni si intensificano, Bartleby continuerebbe a preferire di no.

TRA LE PAGINE

«Vi sono stati dei giorni in cui ho rischiato punizioni fisiche da parte della gente di casa, che minacciava turpi rappresaglie a causa del mio ostinato e impunito vizio. Non c’era attimo in cui non staccassi gli occhi da un libro».

Così scriveva Giuseppe Marcenaro in un articolo, ormai lontano, apparso sul Sole 24 Ore. Il racconto della sua passione per la lettura, coltivata fin da ragazzo, mi ha riportato al tempo in cui leggere e scrivere erano due forme dello stesso sogno; oggi, più spesso, si scrive.

E quello smodato fervore per i libri — tale da meritargli punizioni domestiche — deve essere stato lo stesso dei monaci amanuensi, cui dobbiamo la conservazione di tanti testi antichi: anche di quel frate Basilio che, nel racconto di Gesualdo Bufalino (Le visioni di Basilio ovvero La battaglia dei tarli e degli eroi), per salvare i volumi dai tarli li attira su di sé con il miele e si getta nelle acque del Mar Egeo.

Anche Henry Bemis, protagonista di un episodio di Ai confini della realtà (1959), è un lettore accanito e miope. Osteggiato dalla moglie e dal direttore della banca in cui lavora, si rifugia a leggere nel caveau durante la pausa pranzo. Quando un’esplosione atomica distrugge il mondo intorno, restano in piedi soltanto lui e i libri. Finalmente libero, si prepara a leggere per tutta la vita — ma gli spessi occhiali gli cadono e si rompono. E quella vita, d’un tratto, si svuota.

La lettura non ci lascia mai soli: c’è l’autore, che parla con la nostra voce; e, nel romanzo, il suo protagonista. C’è infine una terza presenza, più discreta e talvolta fastidiosa: chi ha letto quel libro prima di noi. I libri nuovi hanno un profumo; quelli usati, spesso, un fascino. Non sappiamo chi li abbia avuti tra le mani, né perché se ne sia separato.

Sulla mia lettura si sovrappongono sottolineature altrui, alcune incomprensibili. Su L’uomo senza qualità ho ritrovato le mie, di quasi cinquant’anni fa — nel primo volume: il secondo continuò il suo viaggio in treno, dove lo dimenticai scendendo a Termini Imerese, e forse era destino che allora non riuscissi a finirlo, visto che a Robert Musil non era riuscito di completarne la scrittura.

Molte delle  righe, oggi comunque non le avrei segnate: risentono dei miei vent’anni.

Giuseppe Marcenaro, in quell’articolo, racconta di un’esperienza simile: «Mi sono chiesto chi fosse mai stato così insulso da distinguere righe di nessuna lampante intelligenza». E poi confessa: «A me stesso adesso non posso mentire. Inutile vada a cercare il colpevole […] Sono sempre io. Cambiato. Un altro».

E conclude: «Con l’età ci sbiadiamo nelle decenze, talvolta mutiamo in miserabili per ostentata rispettabilità e ci sorprendiamo disperati nelle nostre solitudini».

Soli, sì, ma non del tutto: con le nostre letture, e con ciò che di noi rimane tra le pagine, qualunque treno esse prenderanno.

Di Bac Bac